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-2 Livello del Terrore – Franck Khalfoun
E’ la Vigilia di Natale, e come è sua consuetudine Angela Bridges (Rachel Nichols), una donna in carriera elegante e decisa, fa tardi in ufficio per portare a termine i suoi ultimi compiti prima di lasciare l’edificio ed andare a festeggiare con la sua famiglia. Presa dal suo lavoro, si rende conto di stare facendo tardi e che è giunto il momento di andare via quando si imbatte nell’usciere che sta controllando l’edificio prima della chiusura festiva. Si reca nel parcheggio sotterraneo, sale in macchina e qui scopre che la sua automobile non parte. Prova a chiedere aiuto al guardiano Thomas (Wes Bentley), il quale nel frattempo cercherà di sfruttare l’occasione per tentare di approcciare maldestramente la donna senza risultati apprezzabili. Decide quindi di lasciare la macchina e chiamare un taxi, ma quando questo arriva la ragazza scopre scopre di essere rimasta chiusa dentro l’edificio e di non poter uscire. Pertanto, con tutto il suo carico di pacchi, costumi e regali, torna nuovamente dal guardiano del parcheggio per cercare perlomeno di farsi aprire una porta. Ma quando arriva qui viene aggredita alle spalle e narcotizzata, e al suo risveglio scopre che Thomas è il suo rapitore. Incatenata al tavolo e costretta a presenziare a quella cena che precedentemente le era stata offerta e che lei aveva rifiutato, si rende conto di essere in una situazione di estremo pericolo. Inizia così una vicenda che vede i due protagonisti agire per affermarsi: lui nel confuso tentativo di sottometterla ai suoi desideri, lei nell’istintiva volontà di salvarsi e di sfuggire dall’enorme e deserta gabbia sotterranea entro la quale si trova rinchiusa.
Sulla base di un plot estremamente debole, quello che viene messa in scena dalla regia di Franck Khalfoun è la rappresentazione di un rapporto di forza mobile, interamente giocato sulle dinamiche psicologiche che animano la relazione tra i due personaggi. Se si esclude l’apparizione di qualche diversivo terzo rispetto ai due protagonisti volto a rompere il ritmo per dare fiato alla narrazione, è il legame perverso che si crea tra Thomas ed Angela (o meglio che Thomas cerca di creare) ad accompagnare lo spettatore lungo un viaggio attraverso le psicologie dei personaggi. Thomas non è un criminale seriale, o perlomeno non sembra averne le caratteristiche; piuttosto sembra un individuo fortemente disturbato, un molestatore le cui azioni risultano sì essere frutto di una premeditazione, ma ben lontane dal possedere quella scrupolosità e lucidità necessaria ad una meticolosa pianificazione delle proprie azioni. Allo stesso tempo, Angela non è certamente quella che si potrebbe definire come una supereroina: si tratta di una normale donna in carriera che si ritrova coinvolta in una vicenda da cui dipende la sua stessa sopravvivenza. Nessuno dei due risulta essere un individuo particolarmente sopra la media; anzi, è proprio grazie alla loro banale ordinarietà che la narrazione riesce a far sì che tra le forze in contrasto dei due personaggi si crei un equilibrio che, pur oscillando di volta in volta temporaneamente in favore dell’uno o dell’altro personaggio, si rivela in grado di reggere fino al termine del film.
Una volta preparata la trappola e sfruttato il fattore sorpresa per catturare Angela ed averla a sua disposizione, diventa palese che Thomas non ha ben chiaro come continuare o cosa fare. Il suo è il comportamento di un molestatore, non di un lucido criminale, ma la sua disorganizzata imprevedibilità non rappresenta certamente una fonte di rassicurazione per la sua vittima. Quasi come fosse in preda ad un delirio adolescenziale, Thomas si dimostra profondamente convinto del fatto che se solo riuscisse a farsi conoscere dalla donna di cui è innamorato (e che lo rifiuta) questa potrebbe cambiare idea e contraccambiare il suo amore. Coerentemente con il profilo di un molestatore, Thomas è convinto che il condividere un’esperienza ed utilizzarla per dialogare possa essere un modo per gettare le basi di una relazione personale. Ed infatti, al suo risveglio dopo essere stata narcotizzata, Angela si trova incatenata ad un tavolo, costretta a partecipare a quella cena che aveva precedentemente rifiutato, in quello che nella mente di Thomas si configura come una sorta di incontro romantico. E che nella mente del rapitore la vicenda si svolga come un appuntamento romantico è un fatto che trova conferma nel comportamento che seguirà: quello che Thomas tenterà di fare tutto il tempo è parlare, nel tentativo di dialogare e conoscere. Cercherà di scoprire di più sulla vita di Angela, più di quanto già sappia avendola osservata a lungo, ed allo stesso tempo cercherà di agire in modo tale da farsi apprezzare, da stimolare una forma di interesse nei suoi confronti. E nell’ottica dell’appuntamento romantico, dopo la porterà anche a fare un giro in macchina, con l’evidente scopo di instaurare un rapporto di complicità ancora prima che di intimità. Così, sia a cena che dopo, continuerà a parlare a lungo, e nel corso della vicenda nulla riesce a fargli perdere la pazienza o il controllo quanto il rifiuto di dialogare o il tentativo di costruire barriere da parte di Angela.
Ma il suo comportamento confuso non è altro che una proiezione della fragilità della sua psiche. Ed è proprio nelle crepe che progressivamente si aprono nelle azioni del suo rapitore che Angela, donna lucida e determinata, riesce a trovare spiragli sempre più ampi per agire, opporre resistenza e cercare un modo per fuggire o comunque sopravvivere. Come il suo aguzzino, anche lei naturalmente compie errori, ma è nella sua capacità di apprendere ed evolversi che si concretizzano le sue possibilità di sopravvivenza. Indipendentemente dall’esito della vicenda, quella a cui si assiste non è la metamorfosi che permette alla vittima di turno di trasformarsi in eroina, ma l’affiorare di un istinto di sopravvivenza quasi primordiale. In tal senso, le prestazioni dei due attori si rivelano fondamentali nel dare spessore ad una sceneggiatura che gioca soprattutto con le sfumature. Il molestatore portato sullo schermo da Wes Bentley è alienato ed instabile, e riesce a mantenersi tale per tutta la durata del film mostrando la sua incapacità di cambiare. Al contrario, Rachel Nichols viaggia attraverso il suo personaggio dall’inizio alla fine: da donna sicura a vittima spaventata, da prigioniera a fuggitiva ed oltre, alternando disperazione e risolutezza, diventando il corpo attraverso cui si esprimono i mutevoli equilibri del rapporto tra i due.
Al suo primo lungometraggio, Franck Khalfoun riesce a dare vita ad un lavoro solido che, pur muovendosi nei territori di un plot che l’avrebbe permesso, evita di cedere alle facili tentazioni provenienti dai trucchi del genere finalizzati a far sobbalzare lo spettatore (come l’abuso di stacchi e rumori improvvisi per spaventare o lunghe sequenze instabili con camera a mano per suggerire l’ansia legata alla fuga). Si tratta di un lavoro che non cerca di stupire lo spettatore con twist improbabili, ma che affronta in modo diretto la linearità del plot entro cui si trova confinato con lo scopo di renderlo godibile attraverso una certa cura dei dettagli. Ed infatti, conscio di come spesso il male possa assumere un profilo elementare (quando non addirittura infantile), fa sì che la cifra stilistica dell’ossessione del molestatore si esplichi in atti come il giro in macchina dopo cena, prima ancora che in qualche esibizione di violenza.



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