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12 Rounds – Renny Harlin

Un’importante operazione investigativa porta la squadra dell’FBI guidata dall’agente speciale George Aiken (Steve Harris) sulle tracce di Miles Jackson (Aidan Gillen), un noto e molto pericoloso criminale internazionale. Durante la fuga di questo, l’agente Danny Fisher (John Cena) ed il suo partner riescono a fermare la macchina su cui stava scappando. Alla fine di un rocambolesco inseguimento che vede l’agente di polizia riuscire ad inseguire a piedi il criminale, la compagna di questo che era alla guida della macchina viene investita da una macchina di passaggio e lui arrestato non prima di aver promesso la propria vendetta. A distanza di un anno, Miles Jackson riesce ad evadere dal carcere e mette in atto la sua vendetta contro Danny Fisher, che intanto era stato promosso detective insieme al suo partner, rapendone la fidanzata e costringendolo ad una serie di prove al cui superamento è legata la sopravvivenza della sua amata. Si tratta di 12 round che in un escalation di pericolosità e distruzione muovono il detective Fisher da una parte all’altra della città fino al confronto diretto finale con il criminale senza scrupoli.

Come nelle mitologiche 12 fatiche di Ercole, i round che il detective Fisher si trova costretto a fronteggiare sembrano provenire dalla colpa che Miles Jackson gli attribuisce della morte della sua compagna. Ma l’improbabile parallelo con l’antica leggenda greca si ferma qui. Infatti quello cui si assiste nelle quasi due ore di visione non è altro che un ordinario action movie a base di inseguimenti sulle strada, bombe ad orologeria da disinnescare, trappole da cui fuggire, ostaggi e depistaggi, dualismi tra differenti forze  dell’ordine, insomma niente di più di quanto non ci si possa aspettare da un film pienamente inquadrato all’interno dei codici del genere. Sulla locandina appare bene in vista la scritta “dal regista di Die Hard 2 e dal produttore di Speed“, e più che un’informazione sulle persone coinvolte nella realizzazione del film, sembra essere un’anticipazione di cosa è possibile aspettarsi: un misto di citazioni e riferimenti a molteplici film del genere furbescamente mescolati tra loro. Come in Die Hard 2, il protagonista si trova coinvolto in prima persona in una lotta contro il tempo avente come obiettivo, oltre a salvare delle vite innocenti e  combattere il crimine, lottare contro il tempo per salvare la propria moglie compagna: i round a tempo del film di Harlin che costringono il detective Fisher a correre da una parte all’altra della città ricordano in più punti i “58 minuti” del film con Bruce Willis e Jeremy Irons. Inoltre, proprio come in Speed, uno dei round si svolge proprio a bordo di un mezzo di trasporto che sfreccia inarrestabile: attraverso la città, John Cena dovrà utilizzare le sue doti atletiche per salvare i passeggeri, e non solo, da un drammatico epilogo.

A proposito dell’interpretazione del wrestler, viene in mente che, stando alla nota citazione, pare che Sergio Leone dicesse che Clint Eastwood avesse solo due espressioni, una con il sigaro e l’altra senza. Il problema di John Cena è che non fuma il sigaro, e così finisce con l’aggirarsi sulle scene con un’unica medesima espressione a metà strada tra il sempliciotto, lo stralunato ed il bulletto che fa il duro per impressionare i coetanei. Recita sulla scena esattamente come fa sul ring, e già nella sua disciplina di provenienza non è certamente tra i wrestler che rimarranno nella storia per una qualche grande abilità con il microfono (a differenza, ad esempio, del collega The Rock); per aggiungere un qualche tipo di introspezione ad un personaggio la cui mobilità facciale è molto simile a quella di un Moai, ogni tanto vengono inseriti dei veloci flashback a base di ricordi dell’amata rapita (per mostrare, appunto, in modo estremamente didascalico, quello che Cena non riesce ad esprimere con il volto: la preoccupazione per la sua compagna). Ma se da un lato riesce appunto a far capire che il protagonista pensa all’amata, dall’altro presenta dei risvolti quasi comici: infatti, una volta distolto dai suoi ricordi, il detective incarnato da Cena assume un’espressione stralunata più simile a quella di un Homer Simpson perso ad immaginare quantità infinite di ciambelle, birra o salsiccie, che non a quella di un amante preoccupato.

Il film, al di là di una profonda pochezza imputabile ad un protagonista che sul set ha portato solo i muscoli ed una fama proveniente da un’altra disciplina, e di una regia più impegnata a rispettare i cliché del genere che non ad aggiungere qualcosa di proprio, riesce comunque ad arrivare ai titoli di coda in modo dignitoso in virtù di una struttura a videogioco che furbescamente nasconde sotto la maschera della velocità i suoi difetti e le sue mancanze. Non appena il gioco tra il buono ed il cattivo ha inizio, la struttura è piuttosto chiara: gioca al livello, risolvi l’enigma entro il tempo stabilito, sali di livello, e ripeti da capo. E tutto questo, al di là di un parziale colpo di scena al 12° round, si ripete metodicamente fino allo scontro con il boss finale. Tutta una serie di situazioni diverse tra loro, dalle bombe in un edificio allo scontro in alta quota, dall’ostaggio con l’esplosivo addosso al mezzo carico di passeggeri impegnato in una folle corsa e vosì via, sono state oggetto di film a loro dedicati, ed ognuno di questi film, indipendentemente dal risultato, ha dovuto confrontarsi con la sfida di reggere ben oltre un’ora di narrazione incentrata su un’unica situazione (come, appunto, l’autobus con l’esplosivo di Speed); qui, invece, ad ogni situazione viene dedicato poco più che lo spazio di un trailer, evitando così il rischio di possibili tempi morti senza dover affrontare la sfida di dover gestire, a livello di sceneggiatura, personaggi tutt’altro che ben definiti in contesti che non prevedono salti dalle finestre o passeggiati su mezzi in corsa. Le citazioni sono tante ed evidenti, ma rimangono sempre e comunque fini a sé stesse: e sembrano essere state scelte più in ragione del fatto che in passato hanno dimostrato di poter attirare le simpatie del pubblico del genere, che non in virtù di un progetto definito. Il problema principale del film è riassumibile in ciò che si può dire di un qualsiasi normale videogioco: può essere divertente da giocare, ma alla lunga lo è molto di meno per chi del gioco é mero spettatore.

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