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Come Tu Mi Vuoi – Volfango De Biasi
Senza aver nulla a che vedere con l’omonimo dramma pirandelliano, questo primo lungometraggio del regista Volfango De Biasi si presenta come una commedia a sfondo sociale che ambirebbe ad esplorare temi quali la società dominata dall’immagine ed il cinismo delle differenze di classe. Si tratta della storia di due ragazzi, Giada (Cristiana Capotondi) e Riccardo (Nicolas Vaporidis), appartenenti a due mondi sociali completamente differenti, le cui strade si incrociano e si intrecciano fino a sfociare in un travolgente amore. Lei è povera, bruttina, e deve lavorare per mantenersi agli studi di Scienze della Comunicazione, lui è bello, ricco e svogliato, e cerca di raccattare voti agli esami universitari con espedienti vari (come, ad esempio, flirtare con l’assistente di un docente durante un esame). Insoddisfatto dei suoi risultati negli studi, il padre gli taglia le entrate fino a quando non avrà migliorato i suoi risultati negli studi. Allora si rivolge a Giada per avere delle ripetizioni, e la seduce per evitare di pagarle. Poi lei si innamora di lui, ma è bruttina e non si cura, e lui si vergogna di farsi vedere con lei; perlomeno fino a quando un’amica annoiata di lui la porta da un pittoresco estetista che la trasforma in una bomba sexy. E così Giada riesce a sedurre Riccardo. Ma lui le mente, e lei lo scopre e lo lascia, e lui si rende conto di essere innamorato di lei, ma lei dice di non volerne più sapere, e lui allora ci riprova perché la ama per quello che è, e alla fine si baciano e abbracciano felici e contenti su un tetto, sotto un limpido cielo azzurro.
In sé il film non è nulla di innovativo, una sorta di Cenerentola in salsa moderna in linea con la formula che aveva fatto la fortuna delle commedie di John Hughes con Molly Ringwald negli anni ’80 (Bella in Rosa ed Un Compleanno da Ricordare): lei, povera e bruttina, che si innamora del giovane bello, e ricco e soffre per amore fino a quando da bruco non si trasforma in farfalla per volare verso il lieto fine finale. Ma quello che appesantisce la storia e la rende un banale agglomerato di stereotipi è il tentativo di trasformare la commedia in un film di denuncia sociale attraverso temi quali le differenze di classe e i pregiudizi estetici nella società dell’immagine. Il tutto narrato, da un punto di vista formale, con sequenze ed un montaggio da manuale, senza rischiare scelte registiche maggiormente individuali o comunque in grado di aggiungere un’ulteriore contenuto a quello rappresentato narrato attraverso i dialoghi tra i personaggi. In pratica una regia con uno stile da fiction televisiva. Ad esempio, l’avvicinamento a cena tra Giada e Riccardo viene narrato con un piano sequenza in avanti in cui al progressivo restringersi del campo a disposizione dei due attori corrisponde la diminuzione della distanza fisica tra l’uno e l’altro; oppure, per fare un altro esempio, la differente percezione di ciò che è avvenuto durante la loro prima notte assieme viene narrata con il più classico dei montaggi alternati, in cui il racconto di Giada all’amica di quanto sia stata bella la notte trascorsa viene spezzato da Riccardo che invece offre una versione sarcastica e sprezzante di quanto accaduto.
Ma la mancanza di individualità da un punto di vista formale non è l’unico e nemmeno il principale problema della pellicola. I personaggi sono stereotipati, ed i loro mutamenti interiori sono repentini ed estremi, privi di sfumature. A ciò vanno ad aggiungersi i contesti entro cui vengono fatti agire i personaggi: un’università incolore e poco orientata alla premiazione del merito si alterna a locazioni festaiole che rimandano ad una rilettura decadente di Panarea, con in mezzo le abitazioni dei due protagonisti a sottolinearne le differenze di classe sociale. Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis, fanno un buon lavoro rispetto ai personaggi che sono stati affidati loro: lui riesce a rendere bene sullo schermo il ragazzo ricco e viziato, ed ancora più efficace è lei nel riuscire ad aggiungere qualche sfumatura, con tutta una serie di espressioni del viso volte ad esprimere confusione e spaesamento, ad un mutamento – appunto, quello da secchiona acida a sexy femme fatale – che nell’economia del film risulta eccessivamente repentino. (un simile mutamento, veloce ed improvviso, sarebbe stato perfetto per una favola cinematografica, ma risulta forzato in una narrazione che invece ambisce ad uscire dai confini della semplice commedia amorosa).
Giada è appunto una studentessa universitaria dall’aspetto trasandato, fortemente critica, quando non esplicitamente ostile, nei confronti di una cultura di massa percepita come interamente orientata a premiare un’idea plastificata di bellezza anziché la comunicazione di contenuti; malgrado un ottimo curriculum di studi ed un’eccellente preparazione, si rende conto che a causa del suo aspetto non riesce nemmeno a far prendere in considerazione al docente cui vuol chiedere la tesi l’idea di valutarla come possibile assistente. Ma in seguito alla seduzione di Riccardo, mette da parte le sue idee, le sue riflessioni ed i suoi valori, arrivando a derubare il proprietario del locale presso cui lavora come cameriera per pagarsi vestiti di lusso. Ed è qui che interviene la ricca amica di Riccardo che, come una sorta di Fata Smemorina snob, viziata ed annoiata, prende Giada-Cenerentola sotto la sua ala protettrice e ne fa emergere la bellezza. Parallelamente, la sceneggiatura sottopone Riccardo al processo inverso: da ricco e viziato, arriva a scoprire che il divertimento ed i soldi nella vita non sono tutto (con tanto di scontro con il padre cui viene attribuita la colpa di non essere sufficientemente presente nella sua vita, e quindi del suo essere superficiale) ed addirittura scopre che può essere interessante studiare. Lei ora bella e preparata riesce a farsi prendere come assistente del docente e lui si presenta all’esame da lei preparato a dovere. Il tutto in una dimensione in cui tutti i cambiamenti muovono comunque verso il mondo di partenza di Riccardo e mai verso quello di Giada.
Ma come spesso accade nei film che ambiscono a presentarsi come “di denuncia” o che comunque mirano a comunicare qualche contenuto “sociale”, il risultato sfugge di mano al regista finendo col diventare la rappresentazione di ciò che invece avrebbe voluto criticare. L’apparente ritorno finale di Giada all’asprezza iniziale ed il cambiamento interiore di Riccardo che scopre di essere innamorato della ragazza per quello che lui pensa che fosse fin dall’inizio dovrebbero indicare la vittoria finale del contenuto sulla forma, dell’interiorità sull’aspetto esteriore, ma in realtà non sono altro che la sconfitta su tutti i fronti di ciò che Giada era all’inizio. La facilità con cui si trasforma in sexy ed avvenente fa apparire l’iniziale trasandatezza come una forma d’ostilità nei confronti del prossimo, un volontario, ed a tratti infantile, rendersi sgradevole per obbligare gli altri a giudicare secondo dei parametri prestabiliti in modo unilaterale. A causa della velocità con cui tutte le riflessioni su società ed immagine vengono abbandonate in favore di trucchi e vestiti, queste si configurano come scuse finalizzate alla giustificazione, mediante il disprezzo, dell’incapacità di andare incontro alle aspettative altrui. Ed anche l’apparente svolta finale in direzione di una riscoperta dell’interiorità da parte dei protagonisti è solo un movimento di superficie: solo dopo che Giada avrà piegato il suo corpo ai canoni estetici di Riccardo (e del docente universitario), esattamente quelli che criticava all’inizio, il ragazzo ne prenderà in considerazione gli aspetti interiori. La Giada che va incontro al lieto fine non è la stessa che si muoveva impacciata alle feste all’inizio, si tratta di una persona nuova e diversa: non è Riccardo a riuscire a raggiungere un grado di maturità e sicurezza tale da frequentare in pubblico Giada senza vergognarsi, è lei che riduce gli oggetti di quelle riflessioni che custodiva gelosamente nei suoi quaderni in mere formule da esame universitario, interiorizzando ciò che dichiarava di disprezzare. In pratica, il film si rivela essere un’esempio di quella stessa cultura dell’immagine di cui apparentemente sembrerebbe essere la critica.



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