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The Lab – Marcus Nispel
Come non di rado accade, può essere quantomai chiarificante iniziare a parlare di un film a partire dalla locandina e dalle informazioni che attraverso questa vengono veicolate. Per quanto riguarda la regia, non viene nemmeno fatto il nome del regista per lasciare spazio al riferimento ad un suo lavoro precedente che ha goduto di un certo successo, nell’evidente tentativo di godere di un po’ di luce riflessa. Ed in alto, negli spazi riservati al cast, campeggiano i nomi di Vincent Perez e Michael Madsen che, si scoprirà durante la visione, non sono i veri protagonisti del film ma interpretano due figure che, per quanto presenti ed importanti nell’economia del film, difficilmente possono essere considerati come gli attori principali della pellicola. Infatti, le indagini attorno cui ruota la narrazione sono affidate ai detective Carson O’Conner e Michael Sloane, interpretati rispettivamente da Parker Posey e Adam Goldberg. Vincent Perez sarà protagonista di una manciata di fugaci comparse sparse nel corso del film, e Michael Madsen farà poco di più, apparendo prima un paio di volte come detective per poi intensificare la sua presenza nell’ultima parte. Ma alla luce della visione, la cosa che lascia maggiormente perplessi è il nome di Martin Scorsese che compare bene in evidenza nel ruolo di produttore esecutivo: per quanto ci si possa pensare, anche alla luce di un successo al botteghino pressoché nullo, risulta veramente difficile trovare delle validi motivazioni per giustificare il fatto che il regista di Taxi Driver e Toro Scatenato abbia accettato di legare il proprio nome ad una pellicola così irrimediabilmente anonima.
Come nel precedente remake di Non Aprite Quella Porta, e come anche nel successivo reboot di Venerdì 13, Marcus Nispel si conferma un regista con una buona tecnica che ama avvalersi di una fotografia di altrettanto, se non maggiore, valore. Ed infatti anche in questo caso non mancano immagini che, se prese come fotogrammi, potrebbero essere utilizzate come poster: movimenti ed inquadrature che esibiscono una buona padronanza della macchina da presa dal punto di vista estetico. Non a caso, probabilmente anche grazie alla sua esperienza di regista di videoclip musicali, Nispel sembra riuscire a mettere in piedi sequenze molto piacevoli con naturalezza. Ma al di là del lato puramente estetico, anche in questo caso emergono le sue lacune nel dare coerenza e continuità ad una narrazione di ampio respiro. La curiosità verso quest’opera poteva nascere dal vedere il regista confrontarsi con una storia che, per quanto riletta più e più volte, avrebbe potuto permettergli di muoversi al di fuori delle strutture rigidamente precostituite tipiche dei remake e dei reboot. (Si tratta infatti di un libero adattamento della storia di Frankenstein intrecciata con riferimenti a La Moglie di Frankenstein.) In realtà, invece, libero di muoversi fuori dalla gabbia entro cui poteva averlo costretto l’eredità di Leatherface, Nispel sembra perdere completamente l’orientamento all’interno di quella stessa narrazione di cui è il director (e probabilmente non è un caso se successivamente accetterà di tornare a lavorare all’interno di una gabbia, come quando riporterà sullo schermo Jason Voorhees). The Lab è un susseguirsi di spunti, elementi e tracce che si accumulano fino a crollare nel nulla nell’assenza di un finale. Non si tratta di un finale aperto o che rimanda ad un sequel: per quanto possano esserci spunti che ammiccano ad un seguito, la narrazione si interrompe con un normale stacco che, anziché appunto portare ad un finale (fosse anche aperto), lascia spazio ai titoli di coda. In pratica è come se in fase di montaggio non fosse stata inserita l’ultima parte del film, o come se fossero stati inseriti i titoli di coda dove avrebbe dovuto trovarsi il cartello “Fine Primo Tempo”.
Dopo un breve prologo ambientato su una nave ed avente lo scopo di introdurre il personaggio di Deucalion (Vincent Perez), scorrono i titoli di testa in stile videoclip e la vicenda si sposta sulla scena di un crimine dove i detective O’Conner e Sloane inizieranno le loro indagini su un caso di suicidio sospetto che loro credono essere collegato agli omicidi compiuti da un misterioso serial killer chiamato Il Chirurgo. Da questo momento in poi è tutto un susseguirsi di elementi mescolati alla rinfusa, infarciti di dialoghi assolutamente improbabili. L’autopsia rivela che il cadavere aveva due cuori ed ossa dieci volte più dure del normale; la cosa sembra creare un certo stupore nei detective, ma i due portano avanti le indagini come se si trattasse dell’omicidio di un criminale da strada qualsiasi. Lei torna nella casa della vittima e farà il suo primo incontro con Deucalion, e quando questo, con una pistola puntata addosso, le racconta di avere più di duecento anni e di essere una creatura assemblata con resti di vari cadaveri, lei non batte ciglio e ritiene più interessante informarsi sulle sue conoscenze personali. E con trovate simili, il film si trascina lentamente, ostinandosi a giocare particolarmente sui primi piani dei personaggi nonostante gli attori che li interpretano abbiano ben più di qualche difficoltà ad accompagnare le battute con una mimica facciale credibile. E come se questo non fosse già sufficiente, nel frattempo viene portata avanti in parallelo la trama riguardante Victor Helios, il moderno dottor Frankenstein che da almeno un paio di secoli crea esseri simili ad uomini in laboratorio per poi lasciarli andare in giro per il mondo. Caratterizzato come il vero e proprio villain della storia, il dottor Helios porta avanti il solito progetto di sterminio dell’umanità intera in favore della sua sostituzione con le creature da lui prodotte, ma in realtà partecipa ben poco all’azione, se si esclude l’assassino di un prete da lui creato, e l’uccisione di sua moglie (anch’essa creata da lui) finalizzata al riportarla in vita, probabilmente con qualche miglioria.
La prima svolta nella vicenda avviene quando, sulla base di una frase di Deucalion e di una mancata risposta da parte di un collega, O’Conner riesce a capire con certezza assoluta che Il Chirurgo altri non è che il collega Harker, interpretato da un Michael Madsen al quale (essendo lui noto per le sue interpretazioni da killer e psicopatico) è stato affidato anche in questo caso un ruolo da killer e psicopatico. Riportanto sullo schermo una variazione smorta e spenta di quanto fatto nei panni del Mr.Blonde tarantiniano, l’Harker di Nispel si dedica alla tortura ed uccisione di vittime legate ed immobilizzate. Ma grazie all’incredibile intuito della detective O’Conner, la polizia non esita a precipitarsi in casa di Harker per salvare la sventurata vittima che ormai si credeva spacciata. E così, con l’andare avanti dell’indagine, O’Conner decide di coinvolgere Deucalion nonostante le due volte precedenti i dialoghi fossero avvenuti con lei che impugnava saldamente una pistola. Entrano nel covo di Harker e qua, sulla base di un’affermazione fatta da Deucalion e su un biglietto da visita usato come segnalibro in un volume estratto quasi per caso da una libreria, grazie ad un’altra sua formidabile intuizione, O’Conner capisce chi sarà la vittima successiva. Ed anche qua riescono ad arrivare in tempo per salvarla, anche perché Harker si trova rallentato dalla creatura che porta in “grembo”.
Il non-finale vede Harker morire e la misteriosa creatura che portava in “grembo” scomparsa. Ed il dottor Helios? Il film si limita a mostrare come ultima sequenza un dialogo nel quale O’Conner e Deucalion decidono di dargli la caccia insieme. In pratica, gli 80 minuti circa del film si muovono in una sorta di terreno di confine tra il cinema e la produzione di un pilota per una serie televisiva, come se l’idea alla base fosse ancora in uno stato embrionale e nell’incertezza su cosa produrre si fosse frettolosamente deciso di fare qualcosa a metà strada. E come lo svolgimento della trama dimostra, il risultato è incerto ed inconcludente, perfettamente in linea con l’approccio. Da un lato tanti elementi seminati durante il film non hanno seguito in quanto rimanderebbero ad un inesistente sviluppo futuro (ad esempio, il frammento d’unghia raccolta dal bracciolo imbottito della poltrona che dovrebbe costituire un elemento d’indagine e che invece presumibilmente rimane in tasca ad O’Conner, o il non troppo velato interesse del detective Sloane nei confronti della partner), e dall’altro altrettanti elementi sviluppati sbrigativamente che in una serie TV sarebbero stati utilizzati all’interno di un contesto decisamente più ampio (due omicidi sventati ed un misterioso serial killer catturato praticamente senza nessuna indagine nel giro di poco più di un’ora di visione). Si tratta insomma di una sorta di enorme quantità di proverbiale carne messa al fuoco in cui alla fine una parte viene servita in tavola quasi cruda e la restante praticamente carbonizzata, ed in cui il tutto concorre nel lasciare un cattivo sapore in bocca senza nemmeno lontanamente sfamare l’incauto avventore.
Venerdì 13 (2009) – Marcus Nispel

Dopo aver esplorato la fantascienza con Jason X ed il crossover con Freddy vs. Jason, la saga di Venerdì 13 viene riavviata dall’inizio con un nuovo capitolo che riporta la vicenda sulle sponde di Crystal Lake. Affidato alla regia del tedesco Marcus Nispel – gi direttore delle riprese del remake di Non Aprite Quella Porta – il film è principalmente quello che ci si può aspettare dal titolo e dai trailer che lo hanno accompagnato: un slasher movie che ancora una volta porta sullo schermo una delle più famose icone del cinema horror degli ultimi trent’anni.
La struttura della trama non presenta alcuna novità rilevante. Dopo un breve prologo con espliciti riferimenti primo capitolo della saga, la cui funzione è evidentemente di rendere esplicito l’intento del film di essere un remake dei capitoli successivi, parte il body count che essenzialmente si divide in due vicende posizionate a sei settimane di distanza l’una dall’altra. Inizialmente, un gruppo di cinque ragazzi si ferma nei pressi di Crystal Lake andando incontro alle inevitabili aggressioni da parte di Jason; successivamente, Clay (Jared Padalecki) partirà alla ricerca della sorella Whitney (Amanda Righetti) che faceva parte del gruppo di persone sparito sei settimane prima. Sulla sua strada Clay incontrerà un gruppo di sette ragazzi diretti verso Crystal Lake per passare un fine settimana a base di puro divertimento. Ad eccezione di Whitney e Clay, tutti gli altri ragazzi (insieme ad ragazzo del luogo e ad un poliziotto giunto sul luogo) saranno ferocemente trucidati dall’inarrestabile assassino, portando il conto dei morti nel film a 13. Whitney sarà risparmiata in virtù della sua somiglianza con la madre di Jason, e suo fratello Clay riuscirà a salvarsi assieme a lei – perlomeno fino al finale che spalanca le porte ad un possibile sequel.
Rispetto ad altri remake recenti di slasher movie – primo fra tutti Halloween firmato da Rob Zombie – il film di Nispel, per quanto ottimamente confezionato, sembra soffrire molto la presenza sulla scena del celebre maniaco con la maschera da hockey. Infatti, a differenza di quanto fatto da un Rob Zombie con Michael Myers (cioé la scelta di affrontare il personaggio classico con estrema libertà al fine di rimetterlo a nuovo rivisitandone l’ispirazione originale), nel film del tedesco Nispel tutto sembra lavorare in funzione di una celebrazione del mito di Jason Voorhees: ogni inquadratura che lo vede protagonista solitario della scena rappresenta una potenziale immagine da poster o da locandina (Jason immobile tra le piante ai bordi del lago che guarda il motoscafo della sua vittima sfrecciare senza controllo, Jason che si fissa davanti allo specchio mentre prova la maschera da hockey che ha appena trovato, Jason in piedi sul tetto della casa di notte, e così via).
Il film cerca di non porsi come semplice remake dei capitoli della storia: il Jason di questo capitolo è agile, veloce, molto abile con molteplici armi (dal classico machete all’arco con cui trafigge il pilota del motoscafo in movimento) ed in più mostra anche qualche cenno di funzione psicologica attraverso la scelta di risparmiare Whitney in ragione della sua somiglianza con la defunta madre. La cura con cui viene ripreso il celebre boogeyman è quasi maniacale: i personaggi destinati ad interagire con lui sono poco più che abbozzati, delle macchiette presenti davanti alla macchina da presa con l’unico scopo di permettere entrate in scena spettacolari da parte di Jason. Ma, fin dall’inizio, un’eccessiva sudditanza nei confronti dei classici finisce col menomare il risultato del film rendendolo niente più che un piacevole amarcord di una formula cinematografica logorata dal tempo.
Infatti, tolta la patina di novità proveniente dalla fotografia moderna, la struttura del film è niente di più che quella che era già stata abbondantemente saccheggiata dalla saga negli anni ’80: gruppi di giovinastri inconsapevoli si ferma a Crystal Lake, Jason li stermina uno dopo l’altro, uno o due protagonisti si salvano sconfiggendo provvisoriamente il maniaco con la maschera da hockey, scena finale in cui si rassicura il pubblico che non si è messa la parola fine. Abbondano violenza, sangue, e corpi trafitti da diverse armi ed oggetti, ma manca pressoché qualsiasi tensione, rendendo il film estremamente noioso e ripetitivo. La scelta di delineare Jason Voorhees come un abile ed implacabile cacciatore, a fronte di un esercito di personaggi completamente impossibilitati ad evitare un destino di morte violenta, azzera il livello dello scontro annullando qualsiasi tensione. Ogni volta che l’attenzione della macchina da presa si sposta su un personaggio isolato dal resto del gruppo non si tratta più di sapere se sarà ucciso o quale minima resistenza riuscirà ad opporre, ma solo di assistere al “come” sarà ucciso, ad un punto tale che se risulta parzialmente comprensibile il sopravvivere di Whitney alla furia del mostro in virtù della somiglianza con Pamela Voorhees, il sopravvivere di suo fratello Clay si delinea come una tanto profonda quanto ingiustificata spaccatura all’interno di una sceneggiatura che per tutta la durata del film ha giocato quasi esclusivamente sull’impossibilità di scappare da parte delle prede da un cacciatore ferocemente implacabile.
L’utilizzo della formula slasher nella sua forma più consolidata, quella in pratica che ha fatto la fortuna del genere negli anni ’80, senza nessun tentativo di aggiornarne la struttura in chiave più moderna, se non in aspetti meramente estetici (come, appunto, la fotografia), suona quasi come una contraddizione in termini l’idea di fare un remake. Infatti, dato che la maggior parte dei sequel degli slasher di successo si riducono spesso a varianti di un’idea originale sottoposta ad un processo di riscrittura, un lavoro come questo Venerdì 13, in cui appunto viene riproposto per l’ennesima volta il personaggio di Jason senza grossi cambiamenti, ma anzi perdendosi in molteplici rimandi ai primi capitoli della saga, assume in connotati del remake di una serie di remake, negandosi aprioristicamente la possibilità di esibire qualcosa di nuovo, cioé quell’elemento di imprevedibilità che in un lavoro che ruota su una sceneggiatura volutamente stereotipata può rappresentare l’unico elemento possibile di rottura rispetto ad un copione già sfruttato innumerevoli volte. Se era nell’intento dei realizzatori azzerare la saga per farla ripartire con nuovo slancio (quello che, appunto, ha fatto il sopra citato Rob Zombie), l’obiettivo è stato completamente mancato, tanto che questo “nuovo” corso sembra essere già saldamente indirizzato su binari usurati.



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