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La Casa di Sabbia e Nebbia – Vadim Perelman

Kathy (Jennifer Connelly), una ragazza alcolizzata e con gravi problemi economici, vive sulla spiaggia nella casa che le ha lasciato in eredità il padre. Abbandonata dal marito, entra in uno stato fortemente depressivo che la porta ad ignorare gli avvisi di pignoramento della casa dovuto al mancato pagamento delle tasse. Kathy si rende conto di quello che sta accadendo solo nel momento in cui le viene tolta la casa per essere venduta all’asta. Questa verrà acquistata dall’ex colonnello dell’esercito iraniano Behrani (Ben Kingsley) il quale, anche lui afflitto di problemi economici, una volta scoperto che il prezzo a cui l’ha pagata è circa un quarto del valore di mercato, decide di rimetterla in vendita per sostenere la propria famiglia. Inizia così un intenso scontro che vedrà Kathy, affiancata dal vice sceriffo Burdon, (Ron Eldard) lottare contro Behrani per rientrare in possesso del bene lasciatole in eredità dal padre, fino ad un tragico epilogo che vedrà la morte di diverse persone coinvolte nella contesa.

Va subito notato che il regista Perelman, qui al suo esordio, riesce ad offrire un’opera generalmente pulita e di buon impatto visivo, per quanto tendenzialmente anonima in quanto a stile personale. Inoltre, il film può contare sulle ottime performance di Ben Kingsley e Jennifer Connelly, sulla cui intensità espressiva si basa buona parte del film – non a caso abbonda l’uso di piani ravvicinati per cercare di valorizzare al massimo le interpretazioni dei due attori protagonisti. Purtroppo, tuttavia, tutto ciò non è sufficiente a rendere memorabile una pellicola che, a causa di gravi lacune nella sceneggiatura, si pone come drammatica ma non raramente scade nel ridicolo. Quelli che appaiono immediatamente evidenti sono i temi umani della vicenda: da un lato l’isolamento di una ragazza sola impreparata a fronteggiare gli ingranaggi burocratici che la esproprieranno del suo bene, dall’altro le difficoltà di una famiglia di immigrati iraniani che, malgrado la conquista della cittadinanza americana, faticano a sentirsi parte di una comunità. Entrambi questi aspetti, per quanto poco più che abbozzati da un punto di vista di approfondimento psicologico, riescono comunque ad avere una buona resa sul piano visivo-emotivo grazie, appunto, alle interpretazioni degli attori: una Jennifer Connelly che trasuda disperazione trova appoggio nella composta dignità di un Ben Kingsley, tanto che il conflitto tra i due condurrà comunque ad un intenso legame emotivo.

Ma è proprio la sceneggiatura nel suo complesso ad essere drammaticamente lacunosa. Infatti, il film si inceppa su una struttura tipica della tragedia greca che fa cortocircuito con dinamiche solitamente tipiche del cinema comico. Quasi come in una tragedia sofoclea, il motore che guida lo svolgersi degli eventi è generato da un conflitto tra due tipi di codici: quello etico e morale, rappresentato dalla ragazza che cerca di far sì che non siano vanificati i trent’anni di sacrifici fatti dal padre defunto per pagare la casa, e quello legale, rappresentato da Benhari che non capisce perché debba rinunciare ad un occasione che rappresenta un punto di svolta cruciale per le condizioni economiche della sua famiglia, quando lui non ha fatto altro che rispettare le leggi dello Stato di cui è diventato cittadino. Come nell’Antigone sofoclea la protagonista sfida l’autorità legale di Creonte per onorare il fratello morto con i riti funebri, in un conflitto che riuscirà a placersi solo con il decesso delle parti coinvolte, così Kathy intraprende la sua azione personale finalizzata al recupero del possesso della casa come gesto eticamente necessario per onorare il ricordo del padre morto, ed in Behrani si incarna la voce del diritto, di quell’insieme di norme che, indipendentemente da emozioni e ricordi, non tengono conto del dolore e del vissuto del privato. Si tratta, in pratica di due posizioni ben distinte, ed infatti, finché il film si regge su queste basi si mostra solido e abbastanza coerente; ma il problema sorge nel momento in cui si inserisce nello scontro  tra i due il vicesceriffo, un personaggio poco più che abbozzato e che, quasi come se obbedisse alle dinamiche tipiche delle comiche, riesce, di fronte ad uno spettro di opzioni, a fare sempre la cosa evidentemente più stupida e sbagliata.

Finché è Kathy ad interagire con Behrani e la sua famiglia, la storia riesce a basarsi su due elementi che, pur nell’opposizione delle esigenze, riescono ad interagire su diversi livelli: ora attraverso scontri duri, ora attraverso teneri avvicinamenti. Ma è proprio in questa cornice di possibilità multiple che interviene il vicesceriffo, che in fin dei conti non sembra essere molto di più di marito infedele che abbandona moglie e figli per andare con una ragazza profondamente confusa, e che incapace di interagire con Behrani se non dietro la protezione di una divisa o di una pistola, dirige la vicenda sui binari di una serie di sciocchezze una maggiore dell’altra. Ed infatti, se la vicenda naufraga in una delle possibilità più drammatiche, in larga parte ciò è riconducibile all’insensatezza delle sue azioni. Ma tutto ciò cala anche come un velo impietoso sull’insieme del film il quale, malgrado gli sforzi dei due protagonisti, rimane prigioniero di un vicesceriffo codardo: così, quella che era iniziata come una tragedia di natura etica, si conclude in una sorta di dramma della stupidità.

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