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Smile – Francesco Gasperoni

La scelta da parte di critica ed autori in Italia di privilegiare un tipo di cinema “impegnato” o comunque espressamente orientato al veicolare messaggi di natura didascalicamente sociale ha lasciato, negli ultimi anni, un segno profondo nella produzione “di genere”. Ed insieme alla fantascienza, l’horror sembra essere uno dei generi che maggiormente hanno sofferto dell’approccio derivante da questa impostazione. Entrato in crisi sul finire degli anni ’80, il cinema horror italiano è rimasto in poche mani consolidate da una notorietà internazionale che costituiva una sorta di muro difensivo anche quando le produzioni erano ben distanti livelli degli anni precedenti: un regista come Dario Argento, un caso quasi isolato nell’ambito delle grandi produzioni italiane degli ultimi anni, ha continuato a realizzare film dopo l’altro sempre ben distante dal livello qualitativo dei capolavori che gli hanno fatto guadagnare un meritato riconoscimento internazionale; ma per quanto i suoi lavori potessero essere lontani dalle sue migliori produzioni, comunque non veniva messo in discussione il fatto che dedicasse il suo talento al genere che lo ha reso famoso. Tuttavia, con il nuovo millennio, anche in Italia sembra invece essersi rimessa in moto la produzione di film horror: oltre al consueto Dario Argento, si assiste anche ad un ritorno da parte di Lamberto Bava che, dopo oltre un decennio dedicato quasi esclusivamente alle fiction televisive, sforna due lavori apprezzabili più per l’intento che non per il risultato effettivo come The Torturer e Ghost Son. Ma non si tratta di un recupero lasciato solo nelle mani di nomi già noti: infatti, al di là dei discutibili risultati raggiunti, una nuova generazione di registi tenta il recupero di una tradizione trascurata da tempo. Registi come Alex Infascelli (H2Odio), Ivan Zuccon (Bad Brains), Stefano Bessoni (Imago Mortis), Luigi Cecinelli (Visions) ed altri, provano a cimentarsi con un genere che comunque altrove si è evoluto esplorando nuovi approcci, tematiche e formule espressive.

In questo contesto e tra questi nomi si colloca Smile, il lungometraggio d’esordio del regista Francesco Gasperoni. Un film che in virtù dei suoi limiti diventa emblematico del panorama entro cui si colloca. L’assenza di una tradizione nazionale di riferimento non vale ovviamente come attenuante per i limiti espressi da questo lavoro; né tantomeno il tentativo, per quanto apprezzabile, di ricominciare a muoversi in un settore per anni ignorato come l’horror può costituire un fattore di giudizio positivo a prescindere dai valori effettivamente espressi. Piuttosto, si tratta di notare come gli evidenti limiti che caratterizzano Smile siano rappresentativi di una sorta di spaesamento nei confronti di un panorama generale evidentemente mutato rispetto agli anni d’oro del cinema di genere italiano. Infatti, fin dalle prime sequenze, il film sembra tentare di ripartire da dove questa tradizione si era interrotta nel tentativo di aggiornarla alla luce di elementi più moderni. Ma malgrado una regia tecnicamente discreta – nel senso di regolare, pulita e non particolarmente appariscente – e tutto sommato formalmente pulita, gli elementi che Gasperoni (sceneggiatore, oltre che regista) utilizza e tenta di mescolare tra loro, alla fine si manifestano in un insieme profondamente eterogeneo, una sorta di patchwork in cui spunti provenienti da diverse fonti e periodi non riescono a trovare un equilibrio tra loro.

La struttura della storia è un sempreverde del genere, quello che da Le Colline Hanno Gli Occhi e La Casa arriva a Vacancy e La Casa dei 1000 Corpi passando attraverso i classici slasher Non Aprite Quella Porta, Venerdì 13 ed innumerevoli altri, ma che proprio perché ampiamente sfruttato non risulta sempre di facile gestione (come testimoniano lavori come Hostel o Turistas): un gruppo di ragazzi si trovano lontani dal loro ambiente e, a causa di qualcosa che li perseguita, muoiono uno dopo l’altro. Per la precisione, l’aspirante fotografa Clarissa (Harriet MacMasters-Green) ed i suoi amici formano un gruppo di universitari che si reca in vacanza in Marocco alla ricerca di un divertimento esotico. Ma mentre sono in viaggio, le viene rubata la macchina fotografica e si trova costretta ad entrare in uno strano negozio locale gestito da una figura enigmatica (Armand Assante), la stessa che si era vista nel breve prologo. Quest’ultimo le offre una vecchia macchina di gran valore ad un prezzo stracciato che la ragazza accetta, ben felice del suo nuovo acquisto. Da quel momento inquietanti e minacciose circostanze avvolgeranno il gruppo di amici. Ed è proprio nella conformazione e nella strutturazione del gruppo di ragazzi in vacanza che si concretizzano da subito un paio degli aspetti meno convincenti del film: i protagonisti vengono presentati come universitari, ma l’età di diversi attori è ben superiore (Antonio Cupo, che interpreta Tommy, è del 1978, Robert Capelli jr, nel ruolo di Paul, è della classe 1975, etc.).

La caratterizzazione dei personaggi non è affidata al loro sviluppo nell’ambito della vicenda, ma piuttosto è il frutto di una schematica presentazione iniziale da parte della voce fuori campo della protagonista, su cui si innestano successivamente le loro azioni, talvolta al limite del macchiettismo: c’è la bella protagonista bionda, il suo ragazzo, il comprimario che funziona da elemento di disturbo e i personaggi che li circondano e che ben presto si delineano come carne destinata al macello all’interno di un’ambientazione ostile. Con una costante sensazione di dejà vu, si assiste quindi a Clarissa muoversi in un negozio che ricorda quella del Leland Gaunt di Cose Prezione, ed il motore della vicenda si rivela essere la persistenza del rancore nel mondo terreno da parte di anime trapassate, in una forma più vicina alla rilettura che ne è stata fornita dal mercato hollywoodiano che non nella formulazione originale propriamente j-horror. E quando i ragazzi si rifugiano in una casa isolata nel bosco dove finiscono in balia di forze soprannaturali, si finisce quasi inevitablmente con il rispolverare gli esordi di Sam Raimi. Ma il fattore che finisce con l’impedire che il film nella sua interezza assuma un profilo coerente si concretizza nella scelta di risolvere, in modo abbastanza sommario, tutti gli elementi sparsi nel corso del film con un twist finale.

Proprio la scelta di utilizzare uno strumento altamente rischioso come il twist che, se non adeguatamente costruito, assume l’aspetto di una comoda via per ricomporre in un quadro coerente gli elementi seminati nel corso del film, si rivela alla fine come ciò che fa assumere al film in modo definitivo l’aspetto di un patchwork composto da pezzi eterogenei di diversa provenienza. E ritorna qui in ballo il discorso della contestualizzazione del lavoro accennato nel primo paragrafo. Non si tratta di trovare attenuanti per un’opera con parecchie lacune, né tantomeno di osannarla a prescindere in quanto tentativo di rinascita del genere dopo tanti anni di abbandono, ma esclusivamente di notare come, con tutti i suoi limiti ed i suoi difetti – o forse proprio in virtù di questi – Smile sia da considerare un lavoro rappresentativo della condizione attuale del cinema horror italiano. Dopo oltre una decade di trascuratezza, chi oggi si trova coraggiosamente a cimentarsi col cinema horror in Italia, si trova prima di tutto costretto a confrontarsi con una tradizione che, in virtù di una produzione pressoché azzerata nel corso degli anni ’90, è rimasta bloccata a forme espressive (non ultima, la fotografia) tipiche del cinema degli anni ’70 e soprattutto ’80. E questo mentre in altri paesi (Stati Uniti, Giappone, Francia, etc.) il genere continuava naturalmente ad evolversi. La debolezza di Smile sembra condensarsi proprio in questo: nel tentativo non armonico di creare un horror all’italiana moderno sulla base di ingredienti appartenenti ad una tradizione che non ha avuto modo di evolversi nel corso del tempo, mescolandoli con altri provenienti da fonti diverse.

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