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The Wrestler – Darren Aronofsky

Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke), una vecchia gloria del wrestling degli anni ’80, si muove nel presente in un mondo che l’ha  in larga parte dimenticato. Un’esistenza segnata dal fallimento e dalla solitudine ma che comunque non cede allo sconforto in virtù del ricordo dell’aver fatto parte di qualcosa di grande. Una roulotte per abitazione, un matrimonio fallito alle spalle, una figlia (Evan Rachel Wood) che non vuole riallacciare i rapporti con lui, una passione sentimentale per una ballerina di lap dance non più giovanissima con un figlio a carico (Marisa Tomei) ed un lavoro nel reparto alimentari di un supermercato che gli serve per tirare avanti e garantirsi una base per continuare a fare ciò che ama: esibirsi in incontri di wrestling. A partire dai titoli di testa che offrono una carrellata della sua carriera, fino all’incontro finale con Ayatollah in cui rivive il momento di maggiore fama della sua carriera, The Ram incarna quell’idea di destino che tende a permeare le pellicole di Aronofsky: un’idea, un desiderio, un’ossessione, una sorta di pulsione che trasforma il vissuto del protagonista in un sentiero predeterminato che conduce al fallimento.

Apparentemente, la lotta sembrerebbe essere relegata in poche sequenze, ambientate perlopiù in federazioni hardcore indipendenti come la CZW, e da questo aspetto partono non raramente letture che tendono a rilegare il wrestling come aspetto di contorno nel film per privilegiare gli aspetti del vissuto del protagonista o, addirittura, per far partire qualche tipo di analisi sociologica sulla società americane, sulla decadenza, il fallimento, etc. Ma in realtà la lotta aleggia sul personaggio per tutta la durata del film, fino a partire dal titolo (che, appunto, attraverso la sua genericità mira a collocare la storia del protagonista nella sua professione, e non nel suo vissuto individuale come avrebbe potuto fare, ad esempio,  intitolando il lavoro con qualcosa come The Ram). Il wrestling è il tratto essenziale ed imprescindibile del film su ogni livello: sul piano contenutistico, dall’isolamento psicologico alla dipendenza da antidolorifici vari, nella vicenda di The Ram si incarnano le storie di innumerevoli wrestler più o meno famosi; ma è sul piano formale che il wrestling gioca un peso ancora maggiore, attraverso un uso della della steady cam che finisce con il rendere omogenee le dimensioni del wrestler The Ram sul sul ring e quella dell’uomo Randy Robinson.

Nell’ambito del wrestling (ma si tratta di un discorso che, con le dovute differenze, si può estendere al mondo dello sport in generale), la Steady Cam, e più in generale le riprese a mano sono fondamentali non solo quando i lottatori sono sul ring, ma anche e soprattutto quando per necessità narrative le vicende si spostano negli spogliatoi. A chiunque sia capitato di vedere documentari o comunque materiale in generale dedicato al mondo del wrestling non riuscirà difficile notare la profonda somiglianza tra le le inquadrature che catturano The Ram nello spogliatoio e qualsiasi altro wrestler ripreso ed intervistato dopo un incontro, al di fuori della finzione scenica. Ma ancora di più, l’uso della Steady Cam nel wrestling domina le scene in cui i protagonisti abbandonano il ring per spostare la finzione lontano dagli occhi del pubblico in sala: quando la storyline richiede che un wrestler parta alla ricerca del nemico del momento negli spogliatoi o altrove, quando due o più wrestler vengono “spiati” mentre litigano o si accordano sul da farsi, quando la stipulazione del match permette che l’incontro possa avvenire ovunque, e così via. Come nel wrestling, la Steady Cam è l’elemento che permette di trasportare la finzione fuori dal ring, così nel film di Aronofsky finisce con il trasformare tutta la vicenda narrata in una sequenza di punti fermi (gli incontri) intervallati da situazioni che fanno da ponte tra l’uno e l’altro. Come durante un qualsiasi show dedicato al wrestling, le riprese con la Steady Cam aggiungono tasselli alle storie che vedono i lottatori protagonisti sul ring, così in The Wrestler l’uso della camera a mano costantemente addosso a The Ram fa sì che tutta la sua vicenda, da quando si trova con la figlia a quando è nello strip club, da quando è sul lavoro o nella sua roulotte a quando si trova in ospedale, sia rappresentata come una serie di tasselli che si aggiungono ad una storia che trova il proprio baricentro sul ring.

Quello che qui viene messo in scena è il mondo che sta alle spalle delle luci sfavillanti, delle entrate trionfali, dei bagni di folla: una realtà dura ed intensa di cui l’hardcore match con Necro Butcher sul ring della CZW – i suoi tavoli, il filo spinato, la pinzatrice, i tagli, il sangue, etc. – ne è un esempio da antologia. Infatti, se da un lato nell’isolamento e negli antidolorifici The Ram diventa un simbolo in cui si incarnano, in senso lato, le vicende di personaggi come Jake “The Snake” Roberts o Road Warrior Hawk (per citare due noti esempi), dall’altro l’esibizione estrema e rischiosa nell’incontro con Necro Butcher è quanto ha reso grandi personaggi come Sabu, Terry Funk e Mick Foley. Nella violenza che incide la carne di The Ram si inscrivono tutta una storia di incontri che a partire di grezzi confronti tra i Ian e Axl Rotten nella ECW fino alla tensione atletica dell’Undertaker contro Brock Lesnar chiusi in gabbia nella WWE.

Come nelle storyline del wrestling, tutto ciò che viene messo in scena al di fuori degli incontri ha sempre come obiettivo la creazione di un evento, così le sequenze dietro al bancone o allo strip club o anche con la figlia, per quanto intense o appassionanti, sembrano assumere i contorni di intermezzi tra un incontro e l’altro, esattamente come il lavoro settimanale del protagonista assume la funzione di momento di transizione tra un incontro e l’altro nei fine settimana; e tutto questo fino al traguardo finale in cui The Ram si accorda con Ayatollah (un probabile tributo a The Iron Sheik) sul ruolo da rivestire sul ring prima di ritornare sul ring per riportare in scena quello che era stato uno dei momenti più alti delle loro carriere e dare  ancora una volta quello che hanno in corpo per offrire lo spettacolo che il pubblico chiede. Ed, infatti, al di là del tempo passato, la complicità che si reinstaura subito tra The Ram e Ayatollah poco prima dell’incontro deriva dall’essere stati insieme parte di qualcosa di spettacolare, al di là della differenze che separano il presente dei due: la serena rassegnazione a fare dell’altro da parte di uno, l’impossibilità di smettere di combattere da parte dell’altro. Al di là di un corpo consumato e distrutto, The Ram non riesce a rimanere saldo nella decisione di ritirarsi di fronte all’offerta di reincontrare Ayatollah, nella coscienza che coloro che sono entrati nella storia di questa disciplina lo hanno fatto, al di là delle loro capacità atletiche, anche grazie all’aver partecipato a grandi scontri contro grandi avversari: per un personaggio che continua a giocare ad un videogioco degli anni ’80 perché c’è anche lui tra i personaggi, l’occasione di far rivivere per una notte quel ricordo diventa irrinunciabile. (Ed in tema di ricordi, la scelta di chiudere il film con una finisher che parte in volo dalla terza corda, simile a quella Frog Splash che Eddie Guerrero aveva ereditato dal suo compagno Art Barr in seguito in memoria di questo, suona come un piccolo tributo alla vicenda reale di uno dei tanti wrestler che hanno consumato il proprio corpo sul ring.)

Un film che, in definitiva, è e rimane un film sul wrestling, su un personaggio che si muove isolato ed insicuro tra i diversi contesti che attraversa (lavoro, famiglia, affetti, etc.), e che solo sul ring trova nel proprio avversario un’altra persona che, dietro la seppur dura e violenta finzione della lotta, collabora con lui alla ricerca di un risultato comune. Un film che proprio in quei movimenti di macchina a cavallo tra finzione e realismo riesce a catturare la dimensione di una disciplina in cui i confini tra questi due elementi non sempre risultano netti e definiti, ed in cui quanto più è ricercata una messa in scena estrema tanto più si rende necessario che ci sia alla base una trama ben definita.

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