Posts Tagged Amanda Righetti

Venerdì 13 (2009) – Marcus Nispel

Dopo aver esplorato la fantascienza con Jason X ed il crossover con Freddy vs. Jason, la saga di Venerdì 13 viene riavviata dall’inizio con un nuovo capitolo che riporta la vicenda sulle sponde di Crystal Lake. Affidato alla regia del tedesco Marcus Nispel – gi direttore delle riprese del remake di Non Aprite Quella Porta – il film è principalmente quello che ci si può aspettare dal titolo e dai trailer che lo hanno accompagnato: un slasher movie che ancora una volta porta sullo schermo una delle più famose icone del cinema horror degli ultimi trent’anni.

La struttura della trama non presenta alcuna novità rilevante. Dopo un breve prologo con espliciti riferimenti  primo capitolo della saga, la cui funzione è evidentemente di rendere esplicito l’intento del film di essere un remake dei capitoli successivi, parte il body count che essenzialmente si divide in due vicende posizionate a sei settimane di distanza l’una dall’altra. Inizialmente, un gruppo di cinque ragazzi si ferma nei pressi di Crystal Lake andando incontro alle inevitabili aggressioni da parte di Jason; successivamente, Clay (Jared Padalecki) partirà alla ricerca della sorella Whitney (Amanda Righetti) che faceva parte del gruppo di persone sparito sei settimane prima. Sulla sua strada Clay incontrerà un gruppo di sette ragazzi diretti verso Crystal Lake per passare un fine settimana a base di puro divertimento. Ad eccezione di Whitney e Clay, tutti gli altri ragazzi (insieme ad ragazzo del luogo e ad un poliziotto giunto sul luogo) saranno ferocemente trucidati dall’inarrestabile assassino, portando il conto dei morti nel film a 13. Whitney sarà risparmiata in virtù della sua somiglianza con la madre di Jason, e suo fratello Clay riuscirà a salvarsi assieme a lei – perlomeno fino al finale che spalanca le porte ad un possibile sequel.

Rispetto ad altri remake recenti di slasher movie – primo fra tutti Halloween firmato da Rob Zombie – il film di Nispel, per quanto ottimamente confezionato, sembra soffrire molto la presenza sulla scena del celebre maniaco con la maschera da hockey. Infatti, a differenza di quanto fatto da un Rob Zombie con Michael Myers (cioé la scelta di affrontare il personaggio classico con estrema libertà al fine di rimetterlo a nuovo rivisitandone l’ispirazione originale), nel film del tedesco Nispel tutto sembra lavorare in funzione di una celebrazione del mito di Jason Voorhees: ogni inquadratura che lo vede protagonista solitario della scena rappresenta una potenziale immagine da poster o da locandina (Jason immobile tra le piante ai bordi del lago che guarda il motoscafo della sua vittima sfrecciare senza controllo, Jason che si fissa davanti allo specchio mentre prova la maschera da hockey che ha appena trovato, Jason in piedi sul tetto della casa di notte, e così via).

Il film cerca di non porsi come semplice remake dei capitoli della storia: il Jason di questo capitolo è agile, veloce, molto abile con molteplici armi (dal classico machete all’arco con cui trafigge il pilota del motoscafo in movimento) ed in più mostra anche qualche cenno di funzione psicologica attraverso la scelta di risparmiare Whitney in ragione della sua somiglianza con la defunta madre. La cura con cui viene ripreso il celebre boogeyman è quasi maniacale: i personaggi destinati ad interagire con lui sono poco più che abbozzati, delle macchiette presenti davanti alla macchina da presa con l’unico scopo di permettere entrate in scena spettacolari da parte di Jason. Ma, fin dall’inizio, un’eccessiva sudditanza nei confronti dei classici finisce col menomare il risultato del film rendendolo niente più che un piacevole amarcord di una formula cinematografica logorata dal tempo.

Infatti, tolta la patina di novità proveniente dalla fotografia moderna, la struttura del film è niente di più che quella che era già stata abbondantemente saccheggiata dalla saga negli anni ’80: gruppi di giovinastri inconsapevoli si ferma a Crystal Lake, Jason li stermina uno dopo l’altro, uno o due protagonisti si salvano sconfiggendo provvisoriamente il maniaco con la maschera da hockey, scena finale in cui si rassicura il pubblico che non si è messa la parola fine. Abbondano violenza, sangue, e corpi trafitti da diverse armi ed oggetti, ma manca pressoché qualsiasi tensione, rendendo il film estremamente noioso e ripetitivo. La scelta di delineare Jason Voorhees come un abile ed implacabile cacciatore, a fronte di un esercito di personaggi completamente impossibilitati ad evitare un destino di morte violenta, azzera il livello dello scontro annullando qualsiasi tensione. Ogni volta che l’attenzione della macchina da presa si sposta su un personaggio isolato dal resto del gruppo non si tratta più di sapere se sarà ucciso o quale minima resistenza riuscirà ad opporre, ma solo di assistere al “come” sarà ucciso, ad un punto tale che se risulta parzialmente comprensibile il sopravvivere di Whitney alla furia del mostro in virtù della somiglianza con Pamela Voorhees, il sopravvivere di suo fratello Clay si delinea come una tanto profonda quanto ingiustificata spaccatura all’interno di una sceneggiatura che per tutta la durata del film ha giocato quasi esclusivamente sull’impossibilità di scappare da parte delle prede da un cacciatore ferocemente implacabile.

L’utilizzo della formula slasher nella sua forma più consolidata, quella in pratica che ha fatto la fortuna del genere negli anni ’80, senza nessun tentativo di aggiornarne la struttura in chiave più moderna, se non in aspetti meramente estetici (come, appunto, la fotografia), suona quasi come una contraddizione in termini l’idea di fare un remake. Infatti, dato che la maggior parte dei sequel degli slasher di successo si riducono spesso a varianti di un’idea originale sottoposta ad un processo di riscrittura, un lavoro come questo Venerdì 13, in cui appunto viene riproposto per l’ennesima volta il personaggio di Jason senza grossi cambiamenti, ma anzi perdendosi in molteplici rimandi ai primi capitoli della saga, assume in connotati del remake di una serie di remake, negandosi aprioristicamente la possibilità di esibire qualcosa di nuovo, cioé quell’elemento di imprevedibilità che in un lavoro che ruota su una sceneggiatura  volutamente stereotipata può rappresentare l’unico elemento possibile di rottura rispetto ad un copione già sfruttato innumerevoli volte. Se era nell’intento dei realizzatori azzerare la saga per farla ripartire con nuovo slancio (quello che, appunto, ha fatto il sopra citato Rob Zombie), l’obiettivo è stato completamente mancato, tanto che questo “nuovo” corso sembra essere già saldamente indirizzato su binari usurati.

, ,

Nessun commento