Franco Battiato – Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle parti (2009)


L’idea che le proprietà di un insieme, di un tutto, non possano essere semplicemente considerate come la sommatoria delle parti che lo compongono, altrimenti nota come “olismo”, percorre in vari modi e maniere la storia di diverse forme di pensiero occidentali (e non solo), da Spinoza  all’epistemologia della complessità, passando attraverso la psicologia della Gestalt, Quine ed innumerevoli altri nomi e teorie. E quando un richiamo così forte ed esplicito si trova ad essere collocato direttamente nel titolo dell’album, risulta difficile non considerarlo come una chiave di lettura privilegiata del lavoro nel suo insieme (e del suo voler essere, appunto, più della somma delle parti che lo compone). Tanto più che trattandosi di una raccolta di brani di diversa provenienza e raggruppati all’interno di un nuovo insieme, risulta chiara l’intenzione dell’autore di riprendere diversi passaggi della propria carriera e riconnotarli all’interno di un nuovo contesto: l’Inneres Auge.

Il fatto che la prima traccia, oltre a dare il titolo all’album, sia anche l’inedito che apre l’album può essere interpretato come la chiave di lettura privilegiata di questo lavoro, all’interno di un percorso che trova la propria conclusione nell’altro inedito ‘U Cuntu. Estrapolate dai loro contesti originari per essere inserite all’interno della nuova cornice fornita da Inneres Auge, le nuove versioni di brani già pubblicati (e parimenti le due cover inserite nella tracklist) vanno pertanto rilette in base al nuovo ambito discorsivo che le sussume. Ma non si tratta di un discorso nuovo, di un cambio di direzione nei contenuti espressi da Battiato; anzi, si tratta di un’ennesima conferma di quanto già sostenuto ed espresso nel corso degli anni. In modo chiaro ed esplicito, il tema dell’insoddisfazione nei confronti del presente e del desiderio di alterità diventa qui il filo conduttore che collega le tracce qua racchiuse, a partire dalla title track dove assume il profilo dell’invettiva.

Si tratta di quell’espressione di insoddisfazione nei confronti della vita moderna e di indignazione rispetto ad una presunta decadenza dei costumi e dei valori rispetto ad altri posti come ideali (desiderata) che già aveva trovato espressione, tra i molteplici, in brani come Un Altro Addio, No Time No Space o La Quiete Dopo Un Addio (riproposte in questa sede). Conseguenza di questa piccata indignazione è una narcisistica ed autocelebrativa espressione di superiorità e distacco, direttamente proporzionale al semplicismo utilizzato nell’affrontare la materia in oggetto. Si trova qui ad essere esplicitato quanto altrove rimane sullo sfondo: l’ego di Battiato e la convinta autocelebrazione della sua superiorità rispetto ad un mondo che lo disgusta, che non fa nulla per modificare o cambiare ma che anzi gli serve come termine di raffronto (posto come) negativo per affermare la sua propria superiorità morale ed intellettuale in relazione ad una scala gerarchica che lui stesso pone come metro di giudizio.

Quello vagheggiato da Battiato è un mondo snobistico ed elitaristico, fatto di raffinati studi, ascolti e lettura, contrapposto ad una realtà semplicisticamente letta secondo una chiave manichea che mira a separare una minoranza di persone apprezzabili per la loro cultura e raffinatezza da una moltitudine rozza ed abbrutita da media e tecnologia in generale. La contrapposizione che schematicamente presenta tra linea orizzontale (materia) e linea verticale (spirito), nell’evidente e dichiarata volontà di riaffermare il valore di quest’ultima, non è altro che espressione di una riproposizione del valore della metafisica classica e delle sue gerarchie (con annesso tutto ciò che esse significano sul piano sociale e culturale). Non si tratta ovviamente di una carenza di ampiezza espositiva, cioè di un mancato dilungarsi nell’articolare un ragionamento nel limitato spazio di una canzone di pochi minuti, ma piuttosto dell’affermazione attraverso una contrapposizione tanto diretta quanto assoluta tra le gerarchie di valori tipiche della metafisica classica ed una quotidianità sospinta nel territorio della decadenza e della corruzione dei costumi.

In pratica, la poetica di Battiato contenuta nella canzone, e di conseguenza in tutto l’album (arrivando così a contaminare anche la cover di Inverno di Fabrizio De André di un approccio snobisticamente intellettuale profondamente estraneo al cantautore genevose), si condensa in una fiera autocelebrazione dell’autore che esprime il suo distacco da una realtà che lo indigna, ma che mancando di una visione del mondo capace anche solo di sfiorare la complessità della contemporaneità se la lascia inconsapevolmente alle spalle, non arrivando a sfiorarne la sfaccettata concretezza. E così, per quanto il punto di partenza sembri voler essere un sentito “mala tempora currunt”, nella contrapposizione tra la “sonata di Corelli” e le “feste private con belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato” si parte da un elementare “Ah, Signora mia…” per finire nella banalità di un “è tutto un magna-magna” in cui l’intellettuale glorifica il proprio ego mediante l’esposizione denigratoria di ciò che lo circonda, sempre a partire dal presupposto che ciò che non gli è stato consegnato dalla Tradizione come culturalmente Alto non possa essere altro che oggetto di sdegnato disprezzo.

  1. #1 by Phileas69 on 9 febbraio 2010

    Ah, scusate se il post risulta sintatticamente involuto, scrivo di fretta e non rileggo (o peggio, rileggo dopo che ho mandato).

  2. #2 by Phileas69 on 9 febbraio 2010

    Sono anni che Battiato in realtà spaccia vapore. Lo snobismo che ostenta non è quello classico della cultura, ma l’oggetto del suo mercimonio, da quando uscì con “L’era del cinghiale bianco”, la sua summa, in cui il borbottio intellettualistico riempiva ogni orifizio di un universo fatto di canzonette pop banalissime e scontate. Quello che smercia, talvolta riuscendovi (ma anche spessissimo scrivendo cagate inverosimili scivolando inavvertitamente su dei contenuti) è puro “fumus culturae”, la sensazione che vi siano dei contenuti, veicolati dal linguaggio “alto”, farcito di nomi e filosofi e teologi, mentre invece non c’è un cazzo. E’ piuttosto un linguaggio da idiot savant in cui tutto viene ripetuto ma non compreso, non approfondito, non digerito, solo citato.
    Battiato, da imbecille, vende all’ascoltatore, perfettamente rilassato, la sensazione di essere intelligente.
    E’ l’evocazione assoluta.
    In questo senso, è perfettamente credibile il suo sviluppo da tardo “intellettuale apocalittico”, perfettamente logico il tono profetico e, purtroppo altrettanto conseguente, dato lo spessore del personaggio, il tono da bottegaio preoccupato e quell’indignazione che spessissimo rimane come una patina sulla plastica del casco del parrucchiere.
    Quanto alla decadenza, essa, credo, sia identificabile chiaramente solo a distanza di tempo e di spazio. Lasciate perdere, la decadenza: è una faccenda da sussidiario scolastico ed è un concetto costruito per tempi più lenti di questi.

    Comunque blog interessante, ciao.

  3. #3 by abteilung on 5 febbraio 2010

    per quanto possa essere scomodo, mi pare innegabile che facciamo tutti parte della stessa malattia, visto che tutti noi facciamo parte dello stesso tempo, ragioniamo su di esso e cerchiamo, ognuno a modo suo, di trovare una risposta ai problemi che si presentano.

    al massimo siamo differenti facce di questa Situazione (se non vogliamo chiamarla malattia per non connotarla negativamente).

    la tua risposta positivistica (c’è più benessere, più scolarizzazione, meno censura) è tutto sommato quella che appoggiavo anch’io fino a qualche anno fa. cioè l’idea di fondo di tutto il ’900 che a una maggiore espansione economica e sociale debba corrispondere per forza anche una crescita “morale”.

    tuttavia a questa vena positivistica corrisponderanno sempre altre pulsioni come quella elitaria del battiato e quella nichilista che purtroppo per pura disperazione esistenziale mi trovo ad abbracciare da qualche tempo.

    per ogni Kant ci saranno sempre anche un Hegel e un Nietszche per farla ancora più semplicisti(sti)ca, e nonostante essi ci sembrino rappresentare gli antipodi del pensiero filosofico mi sembra che non si possa prescindere da nessuno di loro per capirne i tempi.

  4. #4 by m. p. on 5 febbraio 2010

    abteilung, tu dai per scontata una cosa che non lo è affatto: che cioè questi siano tempi “decadenti” (e tristi). Oggi, rispetto anche solo a 50 anni fa, l’età media della popolazione (aspettativa di vita) si è notevolmente alzata, molta più gente ha la possibilità di accedere a livelli di istruzione superiore, di nutrirsi con cibi che erano considerati di lusso, e perfino di acquistare libri, dischi o film a basso prezzo. “The Road” non viene distribuito nelle sale? I film di Rob Zombie vengono mutilati dai tagli nella traduzione? Tutto quello che vuoi… ma pensa a cosa veniva distribuito in Italia 50 anni fa, come, e quale era il livello di accessibilità per le masse… Pensa anche solo a cosa è stato fatto a “Il Disprezzo” di Godard nella traduzione italiana… Pensa a quale era l’opinione media degli italiani su omosessuali e diversi in generale. Confronta la società italiana del 1960 e del 2010 sotto l’aspetto della ricchezza media, della nutrizione, della salute, dell’accesso alla cultura o anche solo del livello di alfabetizzazione. Dici che la maggioranza degli italiani predilige il “Grande Fratello” a un “The Road”, ed è innegabile. Ma 50 anni fa un’analoga (o numericamente superiore) maggioranza non solo avrebbe ignorato “The Road”, ma avrebbe avuto anche difficoltà a vedere il programma in questione per una più diffusa mancanza dell’apparecchio televisivo (perché era ancora un bene “di lusso”). Senza contare che un simile programma 50 anni fa sarebbe stato oggetto di CENSURA (come la maggior parte dei prodotti che oggi popolano TV, Cinema, Videoteche, locali per musica dal vivo, negozi di dischi, etc.).

    Chissà come mai, ma le lamentele della decadenza dei tempi e della cultura arrivano sempre dai Battiato, dai Baricco e compagnia… cioè da intellettuali borghesi (nell’accezione più strettamente sociale del termine): cioé da quella classe di persone che dall’alto del loro agio economico e della loro posizione sociale possono permettersi di vantare Corelli e Schumann e disprezzare il popolino rozzo ed ignorante che guarda i reality show in TV.

    Se la tua reazione di fronte a maggiore benessere, maggiore salute, maggiore istruzione ed alfabetizzazione, maggiore cultura (confronta i dati di vendita dell’editoria nel 1960 ed oggi e vediamo se si leggeva più in passato…) ed altro ancora per le classi meno agiate è di “tristezza”, no, non facciamo parte della stessa “malattia”.

  5. #5 by abteilung on 4 febbraio 2010

    lol ho scritto “semplicististico”!

  6. #6 by abteilung on 4 febbraio 2010

    tuttavia mi sembra semplicististico anche il modo in cui è argomentata questa critica. io capisco le tue argomentazioni, però il messaggio di battiato per quanto semplice o semplicistico è chiaro: viviamo in un periodo di profonda decadenza. e in particolare in un paese dove, per fare un esempio un po’ a cazzo, un film come “the road” non verrà neppure distribuito nelle sale perché “troppo triste” (e a ragione, quanti spettatori farebbe? 10000 in tutto all massimo).

    non c’è nulla di male nell’affermarlo. ogni civiltà e ogni cultura affrontano periodicamente momenti di decadenza, bisogna poi vedere se si tratta di momenti irreversibili.

    dal mio punto di vista hai solo sfiorato quella che è la vera critica a battiato. e cioè che il suo snobismo non sta tanto nel considerarsi “superiore” in quanto dotato di maggiore cultura o “genio” paragonato al volgo che predilige la visione del “grande fratello”; quanto nel fatto di non capire che egli stesso è parte di questo fenomento di decadenza.

    il buon battiato, come noi che scriviamo su e nei blog, come vespa e morgan, come le cose buone e cattive di questi tempi, tutti noi insomma facciamo parte della malattia, non della cura (tanto per citare un’altra didascalica canzonetta del cantautore catanese).

    la giusta reazione verso questi tempi non è certo l’indignazione o lo snobismo. al massimo, la tristezza.

(non verrà pubblicata)
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