Presumibilmente pensato e realizzato per inseguire il successo commerciale del libro, Twilight si manifesta esattamente per quello che è: un film pensato e realizzato per guadagnare soldi alla luce del successo della saga editoriale di cui è la trasposizione cinematografica. (Un fattore, questo, che trova una prima, solida conferma extra-filmica nel successo di premi e riconoscimenti ottenuti in manifestazioni indirizzate verso un pubblico di teen ager come, ad esempio, gli MTV Movie Awards) Il che in sé non sarebbe un male o un disvalore se a partire da simili presupposti si fosse arrivati ad una realizzazione di diversa fattura. Ed invece, al termine della visione quello che rimane non è altro che il vuoto patinato di un lavoro che di cinematografico ha poco o nulla, dimostrandosi fotogramma dopo fotogramma come l’episodio di un TV Drama adolescenziale prolungato per due ore. In questo quadro, la trama della storia narrata rappresenta l’aspetto che meno di tutti può essere soggetto a critiche: al di là del fatto che uno dei due personaggi coinvolti è un vampiro, il film è una storia d’amore travagliata in cui il ruolo dell’ostacolo da superare non è un oggetto o soggetto esterno che interferisce, o perlomeno non solo e non principalmente, ma la natura stessa del protagonista maschile. Al di là di qualsiasi discorso, il film si inserisce in modo netto in uno dei generi tuttora più sfruttati della storia del cinema: la love story. Ed anche questo aspetto, in sé, non è un male. I problemi del film, infatti, non risiedono nella possibile gradevolezza o meno della storia, perlomeno per quanto riguarda la ricezione di questa sul mero piano dell’opinabile gusto o sensibilità di chi di volta in volta assiste alla vicenda, ma piuttosto nella forma concreta che a questa viene fornita, cioé nella sua realizzazione.
Fin da subito, il film assume i connotati di un fotoromanzo, evidenziando la propria incapacità di oltrepassare il dire romanzesco in funzione di un mostrare cinematografico. La sceneggiatura di Melissa Rosenberg, indipendentemente da qualsiasi valutazione sulla fedeltà o meno alla scrittura di Stephanie Meyer, si rivela subito estremamente verbosa, affidando ai dialoghi compiti che invece avrebbero dovuto essere prerogative della macchina da presa o dell’interpretazione degli attori. Ed infatti a causa dei limiti interni ai fattori appena elencati, lo spettatore si torva spesso ad ascoltare i diversi personaggi mentre spiegano ciò a cui ha appena assistito. A titolo di esempio, è Bella (Kristen Stewart), nel suo interrogare Edward (Richard Pattinson) sul suo comportamento, a spiegare al pubblico che questo è soggetto a frequenti cambi d’umore. Allo stesso modo, è Edward a spiegare a Bella (e quindi, soprattutto, al pubblico) le ragioni per cui un vampiro centenario provi un’attrazione irresistibile per una normale diciassettenne; tanto più che tali ragioni, in virtù della loro valenza negativa (cioé il fatto che lui, a differenza di quanto riesce a fare con gli altri umani che lo circondano, non riesce a leggerle il pensiero), sono nativamente sottratte allo sguardo dello spettatore.
In modo estremamente didascalico, la narrazione accompagna lo spettatore attraverso la vicenda spiegandone lo svolgimento secondo dinamiche più simili a quelle delle serie televisive che non del cinema vero e proprio; un aspetto, questo, sul quale probabilmente il background della sceneggiatrice Rosenberg (impegnata in passato in serie quali Dexter e The O.C.) ha giocato un ruolo determinante. Ed infatti, progettato, pensato e realizzato per essere il primo capitolo di una trilogia, Twilight si perde nei meccanismi tipici del drama televisivo, finendo con l’assumere le sembianze di un primo dilatato episodio di una miniserie. Non aiuta in alcun modo la regia estremamente scolastica di Catherine Hardwicke che, appunto come in un fotoromanzo, utilizza riprese panoramiche per offrire una visione d’insieme delle ambientazioni che incorniciano la storia, e all interno di questi quadri alterna continuamente campo e controcampo sui primi piani degli attori che dialogano, svuotando così il piano ravvicinato della sua valenza emotiva per utilizzarlo come mezzo attraverso cui trasporre in immagini i dialoghi del libro, anche a causa del fatto che il livello interpretativo del cast non è tale da riuscire a reggere a livello espressivo l’intensità necessaria per far rendere al meglio un simile regime di inquadrature: avendo, come in una regia televisiva, il mero scopo di inquadrare il soggetto parlante, del primo piano qua viene ignorata la funzione primaria di isolare ed esaltare l’espressività del personaggio inquadrato. Ed infatti, proprio come nelle strisce di un vecchio fotoromanzo, l’alternanza dei primi piani assume ben presto la funzione del fumetto che sopra la foto di un personaggio indica che sta parlando con quello ritratto nella foto a fianco (il primo piano precedente o successivo nel caso della sequenza filmica).
Ma come in una reazione a catena, la scolasticità della rappresentazione sul piano formale finisce per influire sulla resa della storia stessa. Per quanto non possa essere in alcun modo criticata l’ottica adolescenziale adottata nella gestione della storia e dei personaggi , in quanto si tratta di un film indirizzato principalmente proprio ad un pubblico di adolescenti, allo stesso tempo risulta difficile non notare come la scelta di una regia estremamente piatta, quasi in balia della storia piuttosto che in controllo di essa, sembra finire in balia della frenesia di raccontare tutto ciò che accade, e non a caso quando per esigenze di azione le possibilità di inserire dialoghi si riducono i personaggi ne risentono mostrano il loro volto di macchiette poco più che abbozzate. Valgono a titolo di esempio gli esponenti della famiglia Cullen che, avendo pochi dialoghi a disposizione rimangono perlopiù intrappolati all’interno delle descrizioni che Edward fornisce a Bella, finendo con l’assumere i connotati di una versione vampiresca degli X-Men (cioé di un gruppo di vampiri che insieme alla non-mortalità hanno assunto super poteri particolari: c’è chi può leggere nel pensiero, chi può prevedere il futuro, e così via). Ed in tal senso, un destino ancora più ingeneroso attende il villain di turno, il vampiro cacciatore James che sceglie Bella come nuova preda: al di fuori di un paio di stringate informazioni che Edward fornisce a Bella, e di altrettante che il suo fino a poco tempo prima compagno di clan Laurent da ai Cullen, si tratta di una figura abbozzata e monoliticamente priva di sfumature.
La scelta di affidare a spiegazioni discorsive ogni accadimento della narrazione restringe il campo degli eventi del film esclusivamente a ciò che viene detto, spingendo il non raccontato nello spazio del non accaduto o addirittura del non presente. E così, i Cullen non protagonisti, e gli stessi antagonisti con il villain James in testa, finiscono per coincidere con le ristrette descrizioni che di loro vengono fornite: ciò che non viene raccontato non viene nemmeno mostrato od esibito, e pertanto a descrizioni minimali non possono fare altro che seguito caratterizzazioni altrettanto minimali. E’ sulla scia di tutti questi fattori che il film si connota come un lavoro pensato e realizzato da chi conosce il libro per un pubblico che allo stesso modo conosce la fonte della storia, cioé un prodotto mirato ad un pubblico di lettori della saga della Meyer per i quali è sufficiente vedere associato un attore al nome di un personaggio per poter attingere senza bisogno di mediazioni alla riserva di informazioni che lo caratterizzano, indipendentemente da quella che sarà la gestione dello stesso all’interno del film.



#1 by Daniele Assereto on 3 febbraio 2010
Sulla stessa scia è nato anche il serial The Vampire Diares, in america. Buffy, in fondo, ha fatto più danni di quanti ne immaginassimo all’epoca.
#2 by abteilung on 20 gennaio 2010
non credo neppure che si possa analizzare un simile “film” (ma credo che la forma filmica sia puramente tale, cioé solo una confezione) con gli abituali strumenti critici.
Se gli anni 2000 si aprivano con la trilogia del signore degli anelli, forse la più riuscita trasposizione tra letteratura fantastica e cinema fino a quel momento, non possono che chiudersi con questo. come se in questi nemmeno 10 anni tutta la cultura occidentale sia stata passata al setaccio, sterilizzata e restituita innocua al consumatore.
viene da chiedersi se da queste ceneri sarà mai più in grado di ricrescere qualcosa.