Se un lavoro va giudicato in base all’ambito all’interno del quale esso stesso si colloca ed in base agli obiettivi che esso stesso definisce, un film come Il Nome del Mio Assassino non può essere definito altrimenti che un completo disastro, e la pressoché unanime ricezione negativa da parte di pubblico e critica è ben lontana dall’essere frutto di incomprensione. La pretenziosità con cui la sceneggiatura e la regia cercano di gestire il tema del doppio, qui incarnato dalla coppia Aubrey-Dakota (Lindsay Lohan), è direttamente proporzionale all’incapacità di farlo in modo anche solo minimamente convincente. L’idea che sta alla base del film avrebbe potuto essere interessante, ma il flebile spunto iniziale vine completamente vanificato da una sceneggiatura piena di buchi su cui si incastrano gli errori diella regia e la piatta prestazione di un’attrice (doppia) protagonista. La narrazione si regge su uno sviluppo insensato della vicenda, nel senso che il suo corso è reso possibile solo dal comportamento irrazionale dei personaggi coinvolti. Si intuisce chi sia il responsabile del crimine a nemmeno metà del film e, paradossalmente, i depistaggi utilizzati per cercare di rimescolare le carte sul tavolo riescono ad evocare qualche dubbio solo in ragione dei buchi, della confusione e delle carenze che affollano la scenggiatura. Il film inizia con una sequenza a sfondo sexy per poi passare, dopo una breve parentesi con toni collegiali, ad un poliziesco con innesti torture porn e temi soprannaturali. In pratica, si tratta di un miscuglio che sarebbe ottimo per un divertente ed ironico B-movie, e che se sviluppato in quest’ottica avrebbe potuto anche dar vita ad un prodotto surreale e divertente. Ma in questo caso, dell’approccio tipico dei B-movie manca completamente l’autoironia, ed allo stesso tempo la seriosità con cui sono assemblati i vari componenti conduce ad un risultato che nell’insieme appare ridicolmente grottesco.
In quanto volto del film, le responsabilità imputabili alla prestazione di Lindsay Lohan sono lampanti ma ben lontane dall’essere esclusive. Infatti si propagano su chi non solo le ha affidato il ruolo di protagonista, ma ha anche assemblato una galleria di comprimari incolore che entrano ed escono dalla storia come se si trovassero sulla scena per caso, riuscendo nella tutt’altro che semplice impresa di non farla sfigurare. Il livello di quello che sarà il film viene impostato fin dalla prima sequenza, nella quale si vede Lindsay Lohan che, immersa in una fumosa luce rossa, si aggira stancamente attorno ad un palo in uno strip club in quella che dovrebbe essere un’esibizione di lap dance. Non sono nemmeno terminati i titoli di testa e la protagonista ha cambiato vestiti per assumere i panni di Aubrey, una brava ragazza che studia scrittura e pianoforte: in pratica, la vittima ideale per il misterioso assassino che rapisce e tortura le sue vittime mutilandole. Passano pochi minuti e la ragazza sparisce misteriosamente per riapparire legata ad un tavolo dove viene puntualmente torturata. La polizia sta portando avanti le sue indagini quando una ragazza viene trovata sul ciglio di una strada, mutilata come la precedente vittima. Questa viene portata in un ospedale dove le vengono amputati un piede ed una mano ormai irrecuperabili e dove, una volta sveglia, dichiara di chiamarsi Dakota Moss e di non sapere chi sia Aubrey Fleming. Le vengono dati una mano ed un piede bionico e viene interrogata dagli agenti del FBI che indagano sul caso. Dakota spiega di essere una spogliarellista figlia di una tossica, ed è anche molto convincente (a tal punto che lo psichiatra incaricato di studiarla non nota niente che possa far pensare che stia inventando quanto dice) ma misteriosamente nessuno si premura di verificare se la sua versione sia vera, magari semplicemente provando a verificare se il locale dove dichiarava di esibirsi esiste o meno e se magari effettivamente vi si esibiva.
L’azione si sposta quindi a casa Fleming, dove la regia ha modo di dilungarsi in particolari secondari, quando non irrilevanti ai fini narrativi, come le inquadrature dedicate al gatto Sphynx o la lunga sequenza in cui Dakota si accoppia rumorosamente con il ragazzo di Aubrey (con tanto di montaggio alternato sulla madre che apre i rubinetti ed inizia a pulire per non sentire i gemiti ed i movimenti provenienti dalla camera della figlia). E dato che le forze dell’ordine sembrano preoccuparsi più della sorveglianza della casa per evitare che il misterioso cattivo possa tornare e fare del male alla ragazza che non a cercare il colpevole, questa decide di avviare le sue indagini da sola. E così, sulla base di una visita nella stanza dell’altra vittima, una breve ricerca su Google e l’intervento di elementi sovrannaturali, Dakota risolve il mistero ed al pubblico viene raccontato cosa sta accadendo. Infatti, non riuscendo a dare alla vicenda narrata una forma coerente (sia a livello di forma che di contenuto) in grado di rappresentare gli eventi, la scelta dei creatori si concretizza in una nota didascalica in cui la protagonista legge su Google la spiegazione degli strani eventi che la vedono coinvolta. Una scelta di regia, questa, resasi necessaria a causa, oltre che degli enormi buchi nella sceneggiatura, di una prestazione attoriale da parte di Lindsey Lohan completamente inespressiva.
Infatti, se il film riesce a mantenere un minimo di ambiguità sul rapporto Aubrey-Dakota, è solo grazie all’incapacità dell’attrice che le interpreta di fornire una seppur minima caratterizzazione ai due diversi volti: che si tratti di fare la sexy ballando attorno ad un palo in uno strip club, di fare la ragazza diligente che legge un suo scritto in un aula, di recitare la parte della vittima che cerca di rendere credibile alla polizia la versione che sta raccontando o di portare in scena l’eroina che si prepara ad affrontare un pericoloso assassino, la Lohan possiede un’unica gamma espressiva, fondamentalmente inadatta a qualsiasi cosa stia recitando (un fatto, questo, che ha permesso all’attrice di aggiudicarsi diversi Razzies, gli “oscar” cinematografici che premiano le peggiori pellicole e prestazioni). E così, l’ex-protagonista di film per bambini si aggira tra una scena e l’altra in una produzione che tutto sommato ha qualcosa in comune con il suo passato: infatti, come nei film per bambini della Disney nei quali si assistono alle vicende di ragazzini che, circondati da adulti ottusi o comunque non proprio vivaci dal punto di vista cerebrale, risolvono casi e misteri molto complessi, allo stesso modo ne Il Nome del Mio Assassino Lindsey Lohan interpreta la ragazza che da sola, e malgrado i personaggi ottenebrati che la circondano, risolve il caso che la vede coinvolta fino a raggiungere il più classico degli showdown finali a base di scontri tra vittime e carnefici. In pratica, una rivisitazione di Genitori in Trappola in chiave thriller con influenze torture porn.
