Archive for giugno 2009
Vacancy – Nimrod Antal

Come nel più classico degli horror slasher, i protagonisti Amy e David, una coppia in crisi impersonata rispettivamente da Kate Beckinsale e Luke Wilson, viaggiano di notte lungo una strada di montagna quando, dopo essersi persi e a causa di un guasto al motore, si trovano a sostare nell’unico motel aperto nei dintorni. I due non fanno in tempo a sistemarsi per la notte che si trovano ad essere violentemente disturbati dal suono di uno o più persone che bussano alla porta ed ai muri. David va subito a lamentarsi dal direttore, il quale gli assicura che non ci sono altri ospiti e che comunque andrà a dare un’occhiata. Una volta fatto ritorno nella stanza, David accende il televisore e, dato che nessun canale risulta visibile, prova a guardare qualcuna delle videocassette abbandonate vicino al televisore. L’inquietudine generata dai rumori precedenti si trasforma in terrore nel momento in cui si rende conto che quelli registrati nelle videocassette non sono semplici film horror, ma veri e propri snuff movie ambientati nella stanza che stanno occupando, filmati in cui sono riprese le torture, le sevizie ed infine le morti di precedenti avventori. Dopo un breve controllo alla stanza durante il quale ha modo di scoprire le telecamere piazzate ad osservarlo inizia il tentativo di fuga dei protagonisti dai sadici assassini che si protrarrà fino alla conclusione del film.
In sé, il film non presenta caratteristiche particolarmente innovative. Anzi, la formula “smarrimento dei protagonisti- sosta e prigionia nella tana dei carnefici – ricerca della salvezza da parte delle vittime” è una di quelle di cui il cinema horror, a partire da Non Aprite Quella Porta, ha maggiormente fatto uso. Tuttavia, questo non vuol dire che non sia possibile comunque ricavarne film interessanti, e La Casa del Diavolo di Rob Zombie ne costituisce una più che solida dimostrazione. Ed infatti, il regista di Kontroll riesce a ricavarne un film teso e tutt’altro che banale, un’opera in cui la padronanza del mezzo tecnico permette al film di narrare in modo completo la sua storia senza da un lato fare ricorso ad appesantimenti didascalici, e dall’altro senza fare ricorso a sangue e violenze esplicite per cercare di sopperire all’assenza di tensione (ad esempio i vari capitoli di Saw successivi al primo). Come in altri film horror che puntano sull’elemento dell’assedio per concretizzare la tensione della storia, i personaggi non verseranno sangue se non nella parte finale del film. Tuttavia, a differenza di quanto è accaduto in altri lavori, come ad esempio in The Strangers di Bryan Bertino, Nimrod Antal è riuscito a rendere il terrore e l’orrore della situazione attraverso un utilizzo particolarmente efficace dell’elemento snuff, lasciando invece che il rapporto tra i due coniugi fosse suggerito da battute sparse qua e là e soprattutto dall’utilizzo delle inquadrature.
Prima ancora che dai cenni al figlio morto, la crisi del rapporto della coppia viene narrata dalla scelta del regista di iniziare il film con marito e moglie chiusi in macchina ed evitare di soffermarsi su inquadrature che li catturino frontalmente entrambi assieme; dal punto di vista puramente visivo, lo scambio di battute acide tra i due viene raccontato attraverso una sequenza in cui di volta in volta metà schermo è occupato da uno solo dei due protagonisti e l’altra metà dalla strada notturna. I due si parlano, ma non vengono ripresi assieme mentre lo fanno, e quando la telecamera si sofferma su entrambi, raramente questi si trovano su uno stesso piano. Senza dilungarsi su parentesi d’introspezione psicologica, Antal decide efficacemente di affidare la narrazione dell’evoluzione della crisi del rapporto ed il successivo riavvicinamento tra i due protagonisti alla loro raffigurazione sullo schermo: dall’utilizzo iniziale del montaggio alternato come se Amy e David si trovassero in sequenze separate e distanti, alla loro progressiva riunione all’interno di piani ravvicinati, Antal decide di affidare la narrazione del tema di coppia attraverso suggestioni visive piuttosto che mediante dialoghi e confronti tra i due.
Questa scelta stilistica, di utilizzare cenni e suggestioni piuttosto che dialoghi e dettagli, è anche quella che, seppur in forma differente, guida la gestione della trama principale della pellicola: il confronto tra vittime e carnefici. Dalle non ancora precisamente inquadrabili urla fuori campo all’arrivo dei protagonisti nel motel di campagna, alle successive esibizioni di brevi sequenze degli snuff movie, Antal non sembra interessato colpire lo spettatore attraverso immagini forti o disturbarlo mediante l’esibizione di violenze esplicite: le brevi sequenze raffiguranti le vittime precedenti, unite ai rumori ed alle urla fuori campo, mirano a creare una sorta di parallelismo tra i protagonisti e gli spettatori ideali del film. Se la sfida che ogni regista di film horror deve affrontare consiste nel fronteggiare un pubblico smaliziato spesso in grado di intuire l’andamento della sceneggiatura, Antal la affronta mediante due mosse vincenti: la prima consiste nel limitare il campo delle conoscenze dello spettatore a quanto visibile e percepibile dagli stessi protagonisti (mediante, appunto, l’utilizzo del fuori campo di cui sopra), la seconda invece consiste nel modellare il comportamento delle vittime (in particolar modo quello di David) sulla base di quelle che potrebbero essere le scelte dello spettatore. David che decide di sfruttare parte del tempo a disposizione per guardare gli snuff movie anziché azzardare tanto rischiosi quanto incerti tentativi di fuga, di fatto diventa la raffigurazione sullo schermo dello spettatore che di fronte ad uno slasher movie giudica quali errori hanno condotto (o possono condurre) i personaggi ad una morte violenta. Limitando il campo di percezione dello spettatore a quello dei protagonisti e, viceversa, modellando il comportamento di questi sulla base di quello di un’ideale spettatore di film horror, Antal riesce a creare affinità tra i due lati dello schermo e pertanto tensione, vincendo così la sfida contenuta nel dar vita ad un lavoro dalla forma personale pur muovendosi all’interno dei confini di uno dei più classici temi del cinema horror. (Per quanto dotato di forme e contenuti simili, sarà proprio a causa della mancanza di questo secondo aspetto il motivo per cui The Strangers risulterà meno efficace di Vacancy: nel film di Bertino, infatti, viene ricercata ed ottenuta la limitazione delle conoscenze dello spettatore al campo delle percezioni dei protagonisti, ma questi risultano deboli e confusi, in pratica le consuete vittime di uno slasher movie standard soggette allo sguardo dello spettatore-giudice.)
Cheope – Downloadideas (2006)
Con Downloadideas i romani Cheope offrono quattordici tracce, per un totale di oltre settanta minuti di musica, per un cocktail a base di metal che con molta immediatezza si rivela tanto moderno quanto dichiaratamente legato al proprio passato. E difatti, per tutta la durata dell’album, metal classico e nu-metal sono i due elementi principali che si avvolgono paralleli come in una spirale a doppia elica, permettendo che nello spazio che li separa possono innestarsi anche ingredienti apparentemente eterogenei come il ragamuffin, il funk o sonorità tribali – sempre e comunque inglobati all’interno di una struttura in grado di assimilarli senza fatica e renderli metal. Il binomio nu-prog, cioè l’unione di due elementi solitamente così lontani da far quasi pensare ad un ossimoro, potrebbe suggerire l’idea di un risultato improbabile o confuso, ma alla luce dell’ascolto, il progetto Cheope si dimostra, al di là dei sempre possibili e auspicabili miglioramenti, tutt’altro che acerbo, con la sua capacità di esibire già un proprio discorso musicale.
Da un lato si possono trovare le sonorità e immediatezza tipiche del nu-metal più diretto e aggressivo, in stile primi Korn e System Of A Down, quello che sempre più spesso viene ad essere definito crossover metal al fine di distinguerlo dalla vulgata a base di scontati riff pesanti, bassi cadenzati e il quasi ineludibile utilizzo della voce urlata nelle strofe e cantata nel ritornello. Dall’altro lato, e in modo quasi preponderante, si ergono sonorità classiche che sembrano partire dai Queensryche di Operation Mindcrime per arrivare ai Dream Theater di Scenes from a Memory passando attraverso le lezioni di gruppi come Fates Warning, Sanctuary e Pain Of Salvation, ma che comunque si guardano bene dallo sconfinare nei territori del tecnicismo fine a se stesso.
All’interno delle singole tracce, l’espressiva voce del cantante sembra muoversi a proprio agio con diversi registri, e spesso viene supportata dai cori del resto del gruppo che, per quanto non nasconda le proprie doti tecniche, non si abbandona a prolisse esibizioni di virtuosismi tecnici. L’accoppiata basso e batteria costituisce una solida base ritmica al di sopra della quale le due chitarre riescono ad alternare riff, arpeggi e assoli con disinvoltura, sia generando tappeti sonori nel più classico stile heavy metal, sia andando ad intrecciarsi con gli inserti elettronici in funzione di passaggi strumentali d’atmosfera capaci di rimandare ai Tool più lineari. E proprio dal punto di vista strumentale, per quanto le sonorità siano indubbiamente prog-metal, i Cheope sembrano adottare un’ottica complessivamente classic heavy nella creazione e cura dei pezzi: ci sono tecnica, potenza, melodia, precisione e velocità nell’esecuzione, ma il tutto è asservito alla realizzazione di brani in grado di arrivare all’ascoltatore in modo molto immediato. Quasi come se l’immediatezza del moderno crossover fosse utilizzata per convogliare la tecnica e il gusto prog-metal in una dimensione anteriore rispetto alle varie derive tecniciste.
Dal punto di vista lirico, se si considerano singolarmente i testi, questi non risaltano per particolari soluzioni linguistiche o per ricercatezza stilistica, adagiandosi su narrazioni in prima persona che fanno uso di espressioni piuttosto standard (in ogni caso è da notare come godano di un buon inglese in grado di incastrarsi con molta naturalezza nella struttura musicale dei singoli brani). Ma osservando il lavoro nella sua interezza, i testi riescono ad ottenere un valore aggiunto; pur senza caratterizzarsi esplicitamente come tale, Downloadideas si muove ai confini del concept album. Le narrazioni che accompagnano la musica si susseguono muovendosi all’interno di uno spazio tematico piuttosto omogeneo, finendo così con il ruotare attorno ad uno stesso argomento: la posizione di questioni di cui il titolo dell’album sembra rappresentare tanto la causa quanto una possibile soluzione. I diversi soggetti/punti di vista delle varie tracce sono accomunati da incertezza, distacco e spaesamento, da sensazioni che derivano il proprio disagio dalla mancanza di mezzi concettuali adatti a fronteggiare i cambiamenti del mondo (esteriore/interiore) all’interno del quale si trovano immersi. E in un simile contesto, il “download” di idee si pone contemporaneamente come malattia e come cura: se da un lato è un flusso incontrollato di concetti e informazioni a costituire la radice del disorientamento, dall’altro proprio nella ricerca di nuove idee e prospettive è rinvenibile la possibilità di recuperare una stabilità minacciata o indebolita.
Dal punto di vista del mixing e della produzione, il prodotto è indubbiamente molto pulito e curato sotto ogni aspetto. E forse non potrebbe essere altrimenti, dato che sfogliando le note bel booklet allegato, alla voce mastering escono fuori i nomi importanti degli Sterling Studios di New York e di un ingegnere del suono quale George Marino. Certamente non si sta parlando di avant-garde, di musica sperimentale o di un tentativo di riscrittura dei codici fondanti del genere di riferimento, ma in un ambito musicale come quello metal, e soprattutto per un lavoro che affonda tanto pesantemente quanto esplicitamente le proprie radici in un settore ben definito e talvolta autoreferenziale come il prog metal, Downloadideas è un album che oltre a gusto e competenza tecnica dimostra coraggio e desiderio di lasciare un segno.
La Casa di Sabbia e Nebbia – Vadim Perelman
Kathy (Jennifer Connelly), una ragazza alcolizzata e con gravi problemi economici, vive sulla spiaggia nella casa che le ha lasciato in eredità il padre. Abbandonata dal marito, entra in uno stato fortemente depressivo che la porta ad ignorare gli avvisi di pignoramento della casa dovuto al mancato pagamento delle tasse. Kathy si rende conto di quello che sta accadendo solo nel momento in cui le viene tolta la casa per essere venduta all’asta. Questa verrà acquistata dall’ex colonnello dell’esercito iraniano Behrani (Ben Kingsley) il quale, anche lui afflitto di problemi economici, una volta scoperto che il prezzo a cui l’ha pagata è circa un quarto del valore di mercato, decide di rimetterla in vendita per sostenere la propria famiglia. Inizia così un intenso scontro che vedrà Kathy, affiancata dal vice sceriffo Burdon, (Ron Eldard) lottare contro Behrani per rientrare in possesso del bene lasciatole in eredità dal padre, fino ad un tragico epilogo che vedrà la morte di diverse persone coinvolte nella contesa.
Va subito notato che il regista Perelman, qui al suo esordio, riesce ad offrire un’opera generalmente pulita e di buon impatto visivo, per quanto tendenzialmente anonima in quanto a stile personale. Inoltre, il film può contare sulle ottime performance di Ben Kingsley e Jennifer Connelly, sulla cui intensità espressiva si basa buona parte del film – non a caso abbonda l’uso di piani ravvicinati per cercare di valorizzare al massimo le interpretazioni dei due attori protagonisti. Purtroppo, tuttavia, tutto ciò non è sufficiente a rendere memorabile una pellicola che, a causa di gravi lacune nella sceneggiatura, si pone come drammatica ma non raramente scade nel ridicolo. Quelli che appaiono immediatamente evidenti sono i temi umani della vicenda: da un lato l’isolamento di una ragazza sola impreparata a fronteggiare gli ingranaggi burocratici che la esproprieranno del suo bene, dall’altro le difficoltà di una famiglia di immigrati iraniani che, malgrado la conquista della cittadinanza americana, faticano a sentirsi parte di una comunità. Entrambi questi aspetti, per quanto poco più che abbozzati da un punto di vista di approfondimento psicologico, riescono comunque ad avere una buona resa sul piano visivo-emotivo grazie, appunto, alle interpretazioni degli attori: una Jennifer Connelly che trasuda disperazione trova appoggio nella composta dignità di un Ben Kingsley, tanto che il conflitto tra i due condurrà comunque ad un intenso legame emotivo.
Ma è proprio la sceneggiatura nel suo complesso ad essere drammaticamente lacunosa. Infatti, il film si inceppa su una struttura tipica della tragedia greca che fa cortocircuito con dinamiche solitamente tipiche del cinema comico. Quasi come in una tragedia sofoclea, il motore che guida lo svolgersi degli eventi è generato da un conflitto tra due tipi di codici: quello etico e morale, rappresentato dalla ragazza che cerca di far sì che non siano vanificati i trent’anni di sacrifici fatti dal padre defunto per pagare la casa, e quello legale, rappresentato da Benhari che non capisce perché debba rinunciare ad un occasione che rappresenta un punto di svolta cruciale per le condizioni economiche della sua famiglia, quando lui non ha fatto altro che rispettare le leggi dello Stato di cui è diventato cittadino. Come nell’Antigone sofoclea la protagonista sfida l’autorità legale di Creonte per onorare il fratello morto con i riti funebri, in un conflitto che riuscirà a placersi solo con il decesso delle parti coinvolte, così Kathy intraprende la sua azione personale finalizzata al recupero del possesso della casa come gesto eticamente necessario per onorare il ricordo del padre morto, ed in Behrani si incarna la voce del diritto, di quell’insieme di norme che, indipendentemente da emozioni e ricordi, non tengono conto del dolore e del vissuto del privato. Si tratta, in pratica di due posizioni ben distinte, ed infatti, finché il film si regge su queste basi si mostra solido e abbastanza coerente; ma il problema sorge nel momento in cui si inserisce nello scontro tra i due il vicesceriffo, un personaggio poco più che abbozzato e che, quasi come se obbedisse alle dinamiche tipiche delle comiche, riesce, di fronte ad uno spettro di opzioni, a fare sempre la cosa evidentemente più stupida e sbagliata.
Finché è Kathy ad interagire con Behrani e la sua famiglia, la storia riesce a basarsi su due elementi che, pur nell’opposizione delle esigenze, riescono ad interagire su diversi livelli: ora attraverso scontri duri, ora attraverso teneri avvicinamenti. Ma è proprio in questa cornice di possibilità multiple che interviene il vicesceriffo, che in fin dei conti non sembra essere molto di più di marito infedele che abbandona moglie e figli per andare con una ragazza profondamente confusa, e che incapace di interagire con Behrani se non dietro la protezione di una divisa o di una pistola, dirige la vicenda sui binari di una serie di sciocchezze una maggiore dell’altra. Ed infatti, se la vicenda naufraga in una delle possibilità più drammatiche, in larga parte ciò è riconducibile all’insensatezza delle sue azioni. Ma tutto ciò cala anche come un velo impietoso sull’insieme del film il quale, malgrado gli sforzi dei due protagonisti, rimane prigioniero di un vicesceriffo codardo: così, quella che era iniziata come una tragedia di natura etica, si conclude in una sorta di dramma della stupidità.
Gossip – Davis Guggenheim
Tre coinquilini studenti di un college americano, per un progetto legato ad un corso, decidono di mettere in giro un pettegolezzo per dimostrare una tesi secondo cui i gossip sono in grado di affermarsi e rendersi credibili grazie alla loro diffusione. L’occasione si presenta davanti a Derrick (James Marsden) quando questo osserva di nascosto Naomi (Kate Hudson) e Beau (Joshua Jackson) appartarsi ed abbandonarsi a calorose effusioni durante una festa. Naomi perde i sensi e si addormenta, Beau si ferma e se ne va senza fare niente, e Derrick convince la coinquilina Cathy (Lena Headey) a diffondere la voce secondo cui i due avrebbero fatto sesso alla festa. In breve tempo, la voce comincia a circolare ovunque nel campo e, come in un telefono senza fili completamente fuori controllo, il pettegolezzo assume le forme più disparate: dal sesso spinto, a quello di gruppo e così via. Ma la voce arriva presto anche alle orecchie della stessa Naomi che, non ricordando nulla dell’accaduto, comincia a credere che il suo accompagnatore Beau l’abbia violentata mentre era incosciente, lo denuncia e questo viene arrestato ed accusato di stupro. Le conseguenze del gossip si spingono ben oltre le aspettative di Cathy, ma non di quelle di Derrick che si scopre essere animato da un secondo fine.
Sulla base di un’idea piuttosto semplice, Guggenheim riesce a mettere in piedi un lavoro interessante, ritmato e ben interpretato. La struttura generale del film è quella di un thriller, di cui vengono utilizzati i componenti basilari – un crimine, un protagonista che indaga sui fatti alla ricerca della verità, la rivelazione finale – ribaltandoli in una narrazione in cui non è la verità sull’accaduto a farsi luce durante il corso delle vicende, ma sono piuttosto le voci e le falsità a coprirla e a farla vacillare sulla base di ipotesi non direttamente verificabili. Ed infatti, la struttura che utilizza Guggenheim nella sua narrazione potrebbe essere definita a “briciole di pane”: a partire da una verità iniziale (Beau non ha violentato Naomi), addentrarsi nelle voci generate dal gossip è come entrare in una foresta in cui si rischia di perdere la via d’uscita, e per questo il regista semina durante tutto il film tutta una serie di indizi che permettono allo spettatore di non smarrirsi tra le varie ipotesi (ad esempio: forse Beau ha veramente violentato Naomi mentre Derrick non guardava). Lo scotto da pagare a livello di resa filmica è una profonda assenza di tensione, tanto che i vari “colpi di scena” sul finale risultano ampiamente prevedibili, ma il regista sembra non curarsene più di tanto.
Concepito e strutturato come una sorta di esperimento sociale, con il suo film Guggenheim sembra più interessato a rivolgersi alla mente dello spettatore che non al suo pathos. Il college dove si diffonde il pettegolezzo è una sorta di prototipo di qualsiasi realtà che si trova ad essere attraversata dai gossip: il loro diffondersi in questo microcosmo secondo dinamiche simili a quelle di un effetto farfalla è la narrazione di come sia possibile, e tutto sommato abbastanza facilmente, rendere credibile una menzogna sulla semplice base di insinuazioni e sentito dire. Infatti, il dramma di Cathy non si consuma in una ricerca di una verità – che in quanto fonte originaria del gossip già conosce – ma nell’impossibilità di negare quanto da lei stesso inizialmente diffuso a causa della credibilità della voce messa in giro.
La verità di fondo è sempre presente nella narrazione, ma l’impossibilità di confutarla attraverso prove concrete, conduce alla necessità di spingere la finzione fino al limite, fino ad un punto di rottura in cui non il semplice esecutore iniziale (Cathy) ma solo la vera mente pianificatrice di questa azione (Derrick) può funzionare da agente risolutore attraverso una confessione di un movente legato ad azioni e desideri di vendetta provenienti dal suo passato. Quello che Guggenheim sembra voler suggerire è che la verita di una messa in scena può essere chiarita ed affermata solo all’interno di una messa in scena. Una finzione assume il proprio valore di verità all’interno del piano fittizio e si svincola da quello fattuale coprendolo con le proprie strutture. Di fronte all’affermarsi della finzione, il piano dei fatti rimane indifeso ed impossibilitato ad affermarsi in quanto il gossip non si muove necessariamente da dati concreti ma, anzi, necessita proprio di punti oscuri non verificabili per affermarsi.
Quello che tieni in piedi il film, ed il teorema che questo porta avanti, non si basa sulle sequenze in cui, ad esempio, Beau e Naomi si appartano e si scambiano effusioni, ma sulle sequenze che, dal momento in cui i due si appartano a quando Derrick e coinquilini lasciano la festa, non riprendono i due. La diffusione del gossip non si basa su prove o testimonianze dirette e dettagliate, anzi queste costituirebbero la stessa fine del pettegolezzo in quanto costringerebbero la voce all’interno di un regime di verificabilità, ma sull’insistenza sui buchi e le carenze nella ricostruzione dei fatti al fine di una indeterminazione del quadro generale. Di qui, appunto, la necessità finale di ottenere una confessione all’interno della finzione stessa e di catturarla su video per sottrarla al flusso di voci. Ed infatti, quasi come se il gossip fosse un incantesimo che altera la realtà, solo l’azione della videocamera che cattura la confessione e la mostra su un video, separando messa in scena da realtà, sarà ciò che permetterà ai protagonisti della vicenda impegnati nella messa in scena di gettare la maschera e tornare ad una realtà esorcizzata dall’illusione.
La classe operaia andava al cinema
La parabola che raffigura gli ultimi trent’anni di cinema italiano può essere letta come un progressivo scollamento tra un’elite di artisti intellettuali ed il “popolo”, un distacco segnato dall’abbandono del cinema di genere e dalla critica di questo come “vuoto” e “volgare”. A partire dagli anni a cavallo tra ’70 e ’80, il nuovo cinema intellettuale italiano attacca sul piano critico la tradizione cinematografica che l’ha preceduto e progressivamente ne divora gli spazi fino a conquistare una posizione di egemonia in ambito culturale. Si tratta di un tipo di cinema che rinnega profondamente il corpo e la fisicità delle figure sullo schermo in favore di una dimensione cerebralmente borghese: dietro lo scudo delle intenzioni demagogiche si muove un cinema elitario che non si preoccupa minimamente di celare il proprio disprezzo nei confronti di ciò che l’ha preceduto. Esemplare in tal senso è la sequenza di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti si trova in un bar e, a seguito di un paio di affermazioni di un avventore a base di triti luoghi comuni, reagisce violentemente urlando “Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!”, con l’evidente intento di individuare nel grande attore romano un simbolo di grossolana superficialità e ottuso qualunquismo. Nell’attacco a Sordi si concretizza l’ostile disprezzo del nuovo cinema nei confronti di quello popolare; a differenza di quella precedente però, si tratta di una nuova generazione che non si afferma attraverso la generazione di nuovi contenuti, ma attraverso l’esercizio della critica nei confronti di oggetti posti come inferiori o comunque inadeguati rispetto ad una serie di obiettivi designati a posteriori.
Ma ben lungi dal rappresentare un’innovazione progressista, si tratta di una forma di reazione da parte di un’elite borghese che allontana il popolo da un territorio che rivendica come proprio. Infatti, senza necessariamente scomodare i grandi maestri della storia del cinema, la forza quasi istintiva di buona parte del cinema italiano era rappresentata dalla sua capacità di interagire con la classe lavoratrice, e non raramente di farla comparire davanti all’obiettivo della macchina da presa. A partire dagli spigolosi attori non professionisti tipici del neorealismo, alle forme piene e rigogliose del cinema felliniano, dai ragazzi di strada di Pasolini ai lavoratori di Rossellini, a partire dagli anni ’40 la scena filmica viene ampiamente frequentata, e non raramente popolata, dalle classi lavoratrici. Ed in un simile contesto, la tanto disprezzata commedia sexy, ed in generale tutto il cosiddetto cinema di serie B, non costituisce in alcun modo un’eccezione: non era importante solo cosa veniva messo in scena, ma anche e soprattutto attraverso chi. Che si trattasse della commedia sexy con Alvaro Vitali o Renzo Montagnani, dei drogati di Amore Tossico, dell’horror all’italiana in cui la tipica ragazza carina della porta accanto veniva ingaggiata perlopiù per scappare, urlare e, nella migliore delle ipotesi, portare il suo personaggio al termine del film coperto di ferite ma comunque ancora in vita, quello che appariva lampante era la fisicità (magari a volte grezza e sgraziata, perlomeno secondo i canoni della buona recitazione) degli attori. In un simile contesto, il cinema poteva rappresentare uno spazio d’emancipazione, per quanto spesso estemporaneo, per la classe lavoratrice. In una simile ottica, un genere come la commedia sexy assume una valenza simile a quella che caratterizza il punk inglese sul finire degli anni ’70: come il punk vedeva affacciarsi nel mondo della musica la classe operaia, quella composta da persone che non avevano (avuto) i mezzi e la possibilità di seguire studi di musica, così la commedia sexy vedeva lo schermo popolarsi di figure prese dalla strada, di personaggi che nella loro vita mai avrebbero potuto arrivare a calcare le scene se fosse stato necessario seguire corsi di dizione e recitazione. Ed infatti, ovviamente, a questi attori non si chiedeva di incarnare l’abissale drammaticità di un Re Lear o di un Riccardo III, di un’Antigone o di una Lady Macbeth: le parti venivano costruite attorno alle caratteristiche ed alle abilità dei singoli attori, e non secondariamente in base al loro fisico.
Lungi dall’incarnare un modello unico ed omologato di bellezza, le star che dominavano l’ideale erotico della commedia sexy attraversavano tutto uno spettro di immaginari, diventando di volta in volta l’incarnazione di differenti forme di sensualità: se da un lato una Gloria Guida, con i lineamenti adolescenziali, era quasi predestinata ad incarnare il ruolo della liceale, dall’altro una Nadia Cassini possedeva l’aspetto e la mimica adatta ad interpretare la femme fatale sensuale ma svampita, se da un lato una Edwige Fenech aveva tutto l’aspetto per portare sullo schermo l’immaginario sensuale legato a figure dominanti (la poliziotta, la dottoressa, etc.), dall’altro una Michela Miti era caratterizzata da lineamenti di matrice mediterranea, e così via. Che le figure femminili esercitassero un appeal erotico sul pubblico maschile risulta innegabile, ma allo stesso tempo suonano profondamente ingenerose tutte quelle critiche che riducono queste produzioni cinematografiche ad una sorta di collezioni di immagini di nudo per un pubblico di sporcaccioni ignoranti. Attorno alle figure femminili non solo venivano costruite le parti adatte, ma venivano costruite sequenze adatte a valorizzarne al massimo la fisicità: a tal scopo risultavano dedicate tutte le inquadrature nelle inquadrature (attraverso spiragli nelle porte, specchi, buchi delle serrature, finestre socchiuse, etc.) in cui il nudo femminile veniva esibito come qualcosa di inaccessibile allo stesso protagonista che, appunto come lo spettatore, si trovava ad osservare senza potersi avvicinare. Le attrici nude della commedia sexy rappresentavano il capitolo conclusivo di un processo che, attraverso la progressiva tolleranza verso un tasso sempre maggiore di nudità, rispecchiava l’emancipazione sessuale dei costumi del paese. Invece, il nuovo cinema che perlomeno nelle sue intenzioni si collocava in aree progressiste, critica ferocemente tali sequenze lamentando una presunta mancanza di rispetto verso la donna ed un conseguente valore diseducativo: ironicamente, coloro che si collocavano come eredi culturali della rivoluzione sessuale non nascondevano affatto il proprio fastidio di fronte a questa o quella protagonista che mostrava le sue rotonde nudità attraverso un buco della serratura.
Ma il discorso della fisicità degli attori non riguarda solo le figure femminili, anzi, dato il proliferare di caratteristi, diventa esponenzialmente più evidente nell’ambito maschile. Un Alvaro Vitali, spesso presentato a simbolo di un cinema vuoto, volgare e di bassa qualità, è invero l’unico attore a poter vantare quattro scritture consecutive da parte di Fellini: basso, bruttino, col naso grosso, dall’aspetto buffo e con una mimica esagerata, era la rappresentazione umana di un personaggio da vignetta umoristica, e non a caso è stato quasi oggetto di una scelta obbligata nella trasposizione cinematografica delle barzellette di Pierino o delle vicende di Gian Burrasca; ma oltre che come protagonista riusciva a funzionare ottimamente come spalla per attori quali Lino Banfi e Renzo Montagnani, nonché ad interagire con altre figure di primo piano quali Adolfo Celi, Enzo Liberti, Lella Fabrizi e molti altri. In tema di fisicità, grazie ad un aspetto completamente differente, un Lando Buzzanca, con i suoi lineamenti e l’accento che trasudavano sicilianità, diventa l’incarnazione dell’uomo del Sud: affamati di sesso ma allo stesso tempo goffi, maliziosi ma non privi di venature passionalmente romantiche, i personaggi portati sullo schermo da Lando Buzzanca (in particolare ne Il Merlo Maschio che può vantare anche una straordinaria Laura Antonelli sotto la regia di Pasquale Festa Campanile), lungi dall’essere volgarmente fini a se stessi (come talvolta sono stati definiti), diventano la raffigurazione cinematografica di un italiano spaesato di fronte al cambiare dei tempi, curioso verso i cambiamenti ma in fondo ancora legato alla cultura di provenienza.
Si tratta di un panorama sterminato, quello del cinema di genere che ruota attorno agli anni ’70 italiani, di una produzione che vedeva attori che non potevano contare su studi accademici ed attoriali valorizzati dall’abilità dietro la macchina da presa di registi del calibro di Lucio Fulci, Bruno Corbucci, Sergio Martino, Fernando Di Leo, Umberto Lenzi e molti altri. Ma una delle caratteristiche che maggiormente hanno segnato quest’epoca cinematografica, è stata la sua capacità di rendere figure memorabili anche gli attori non protagonisti. Tutta una serie di interpreti, in virtù di una fisicità travolgente, raggiungono la fama nazionale senza aver praticamente mai recitato nel ruolo di attori protagonisti. Se si mettono da parte i ruoli da coprotagonista (perlopiù in coppia con Enzo Cannavale), Bombolo ricopre quasi esclusivamente ruoli da non protagonista. Strappato dalla sua attività da “piattarolo”, negli anni a cavallo tra ’70 e primi anni ’80, Bombolo porta sulla scena, in una lunga serie di film, molteplici varianti di uno stesso personaggio (quel Venticello che costituisce una spalla quasi imprescindibile per Tomas Milian nei panni del commissario Girardi): una mimica facciale eccessiva e una parlata in dialetto romano quasi macchiettistica si fondevano con l’ostentazione di suoni corporali ed espressioni onomatopeiche, in un cocktail di caratteristiche che lo rendevano in modo naturale il caratterista perfetto per impersonare figure goffe e maldestre, quasi fossero predestinate ad essere coinvolte in disavventure comiche.
La lista dei caratteristi che sono riusciti a ricavarsi per diversi motivi uno spazio nella storia di questo cinema è sterminata, da Salvatore Baccaro – chiamato per apparire brevi sequenze in virtù di un aspetto quasi orchesco – all’aspetto e i modi burberi di Ennio Antonelli, fino agli indimenticabili climax verbali di Mario Brega (una delle figure che hanno caratterizzato a fondo, tra le tante, le prime regie di Carlo Verdone). Ma se c’è una persona che ha rappresentato in modo ideale il caratterista della commedia sexy, questa risponde al nome di di Jimmy Il Fenomeno. Strabico, basso e cicciottello, con una parlata nevroticamente dialettale ed una risata ai limiti della pazzia, durante la sua lunga carriera l’attore pugliese è apparso in oltre un centinaio di film, solitamente in sequenze di poche decine di secondi e in una moltitudine di figure differenti: dal bidello, al postino, fino alla suora. Con ruoli costruiti appositamente per la sua espressività, Jimmy Il Fenomeno rappresentava una sorta di apparizione improvvisa che nei pochi secondi della sua permanenza in scena era in grado di stravolgere la fluidità della narrazione creando parentesi di comicità quasi surreale.
Ma a partire dalla fine degli anni ’70, e progressivamente sempre di più nel corso degli anni ’80, lo spazio per questo cinema e per gli attori e i caratteristi che si muovevano all’interno di questo è stato progressivamente corroso e delimitato all’interno di una nicchia sempre più ristretta. Una schiera di intellettuali ha soppiantato la classe lavoratrice ergendosi autonomamente a rappresentanza di questa. Registi, attori e critici, hanno attaccato duramente il cinema di genere e gli attori simboli di questa tradizione, in funzione di una politicizzazione dello spazio filmico dove il discorso sull’uomo ha progressivamente preso il posto che in precedenza si trovava ad essere occupato dall’uomo in carne ed ossa. Quella messa in atto da registi come Nanni Moretti assume quasi i connotati di un’epurazione. Duri attacchi critici hanno mirato senza sosta a sottolineare la pochezza e la volgarità di quelli che secondo loro erano filmaci da poco e che si basavano su sceneggiature inesistenti e battute da osteria. Vista attraverso queste lenti, la commedia sexy diventa, dispregiativamente, il cinema del “buco nella serratura”, come se tutti film non fossero altro che trascurabili contorni delle scena in cui la graziosa protagonista di turno si spoglia per offrire le proprie grazie in pasto ad un pubblico di guardoni grezzi ed ignoranti. (Cambiando genere, il poliziesco, con altrettanto disprezzo definito “poliziottesco”, non raramente riceve accuse simili, quando non addirittura di essere un cinema “reazionario” o addirittura “fascista”.) Ed infatti, negli anni che seguirono il “Ve lo meritate Alberto Sordi!” di Nanni Moretti, ad essere allontanati dalle scene non furono solo gli Albero Sordi e i Mario Brega (quest’ultimo manifestazione esemplare della capacità di alternare con disinvoltura interpretazioni in film di Fellini o Sergio Leone ad altre nei film di Verdone o con Alvaro Vitali) ma anche tutta la schiera di caratteristi più o meno silenziosi che andavano ad arricchire le interpretazioni anche di grandi attori (come ad esempio buona parte delle mogli dei personaggi interpretati da Alberto Sordi).
Con l’avvento del nuovo cinema, tutte queste figure tendono a sparire progressivamente. Tutti quegli attori che erano diventati famosi anche in virtù di interpretazioni simpaticamente goffe – spesso dovute al fatto che non nascevano con una preparazione da “professionisti” – progressivamente spariscono: gli attori brutti, grassi, impacciati, con difetti di pronuncia o volgari cadenze dialettali, vengono attaccati, derisi per i loro difetti ed emarginati dalle scene, ed assieme a loro tutte le sexy lady del genere che avevano ottenuto il successo incarnando sullo schermo una ruspante sensualità popolare, con interpretazioni che diventano oggetto di un disprezzo che si esplicita nell’aggettivo “pecoreccio”. E, curiosamente, con lo svanire di una sensualità vista come gioco e scherzo, si affaccia un cinema caratterizzato da personaggi nervosi ed in crisi.
Molto prima dell’avvento di quella che oggi viene definita la “cultura delle veline”, è nel cinema “intellettuale” che cominciano a sparire i brutti, le grasse, i rozzi e gli ignoranti, per lasciare spazio ad una schiera di interpreti morfologicamente completamente differenti: un ideale di equilibrio borghese che, al di là dei mutevoli contenuti di volta in volta didascalicamente esposti, si va ad incarnare in corpi discreti e di classe. Non a caso, un’attrice icona di questo stile come Margherita Buy incarna alla perfezione l’ideale borghese della donna di classe dall’aspetto piacevole e non volgare: tanto distante dalla prorompente sensualità di una Anna Maria Rizzoli quanto dalla rozza e volgare ignoranza delle mogli sovrappeso di Alberto Sordi. Il cinema diventa un affare per professionisti, e in nome di una sorta di educazione delle masse impartita dall’alto, queste stesse si trovano ad essere fisicamente escluse da entrambi i lati dello schermo. A fronte di un successo molto limitato del cinema “impegnato”, il disprezzo per quegli attori volgari e sgraziati si estende anche all’altro lato dello schermo, cioè verso quel pubblico ottuso ed ignorante che non è in grado di comprendere cosa meriti interesse e cosa no, e che continua a correre a vedere commedie considerate di dubbio gusto come quelli dei fratelli Vanzina o di Neri Parenti. Un disprezzo verso il pubblico che non rimane limitato all’ambito della commedia sexy, ma che si allarga a tutto il cinema di genere: infatti, una volta eliminati l’horror all’italiana, lo spaghetti western, il poliziesco, il pubblico continua ad affollare le sale grazie alle importazioni dall’estero. E così, in fin dei conti, dietro una serie di contenuti propagandati come educativi e progressisti, si nasconde una concezione della società fortemente classista e reazionaria, in cui solo chi può permettersi di studiare e raggiungere determinati livelli di preparazione (interpretazione, dizione, etc.) può accedere al mezzo cinematografico in generale. Una volta la classe operaia andava al cinema a vedere film italiani in cui riconosceva la propria lingua ed i propri pari; ciò da cui è stato sostituito è perlopiù la paternalistica espressione di una classe che si considera culturalmente superiore e che mira a propagandare una propria visione del mondo, con i propri rappresentanti, il proprio linguaggio ed i propri valori.
Un nuovo inizio…
Una colonia, intesa come insediamento, è un nuovo spazio, un territorio che viene popolato dagli individui per costruirsi una nuova sede. Ma la nuova sede non è mai un inizio completamente nuovo, una costruzione da zero, perché chiunque arriva porta sempre con sé il proprio passato: il sapere, le conoscenze, le credenze, le convinzioni, e tutto ciò che nel corso del tempo (si) è raccolto e che ha raccolto con sé. Inoltre l’insediamento non è solo la somma di ciò che si trova nel nuovo territorio e di ciò che ci si è portati dietro dal territori di provenienza, perché c’è anche ciò che si è raccolto durante il viaggio, come anche ciò che si raccoglierà nelle trasferte per arricchire la propria nuova sede. E’ il considerare il nuovo insediamento come un territorio aperto ciò che permette di far sì che la colonia non diventi un esilio.



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