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	<title>Colonia Lunare</title>
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		<title>Cose Dell&#8217;Altro Mondo &#8211; Francesco Patierno</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diego Abatantuono]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" title="cosedellaltromondo" src="http://www.colonialunare.net/images/cosedellaltromondo.jpg" alt="" width="250" height="348" />In seguito agli sconvolgimenti politici e sociali che hanno attraversato i paesi nordafricani nel corso della cosiddetta <em>primavera araba</em>, nonché al conseguente intensificarsi del fenomeno dell&#8217;immigrazione clandestina, ancora una volta il cinema italiano ha individuato nel razzismo un tema caldo. E l&#8217;interesse è tale da far sì che arrivino ad essere presentati tre diversi film dedicati a questo stesso tema nel corso dell&#8217;edizione del 2011 del Festival del Cinema di Venezia. Tra questi è <em>Cose Dell&#8217;Altro Mondo</em>, del regista napoletano Francesco Patierno, quello che più di tutti potrebbe essere ricordato come il lavoro che sembra aver incarnato il desiderio di cavalcare i temi del razzismo e dell&#8217;immigrazione. Non solo per l&#8217;approccio del tutto esplicito utilizzato per affrontare l&#8217;argomento, ma anche in virtù delle polemiche che hanno accompagnato le prime proiezioni. In particolare a causa della collocazione geografica scelta per fare da cornice ad un&#8217;idea già portata sul grande schermo in una produzione americana. Infatti, trasportando all&#8217;interno di un contesto tutto italiano l&#8217;idea che fu di Sergio Arau in occasione della realizzazione del suo <em>A Day Without A Mexican</em>, il film prova a lanciare il suo <em>j&#8217;accuse</em> nei confronti di una società che da un lato manifesta il suo fastidio nei confronti di blocchi di popolazione individuati come estranei, ma che dall&#8217;altro ricoprono importanti ruoli ai fini della sua stessa sopravvivenza. L&#8217;idea originale era molto semplice: il regista messicano aveva provato a disegnare lo scenario di una California che un giorno si sveglia priva della popolazione d&#8217;origine messicana, con tutto ciò che ne consegue sul piano economico e lavorativo come su quello sociale in generale. Pertanto, sulla base di presupposti analoghi, il regista italiano decide di utilizzare l&#8217;idea di un&#8217;improvvisa sparizione della popolazione di origine straniera e la trasferisce all&#8217;interno di una cornice tutta italiana, immaginando quali problemi potrebbe provocare un simile evento anche per quelle stesse persone che ne invocano l&#8217;allontanamento. In pratica si tratterebbe di valutare quali conseguenze potrebbero esserci per la società in generale se per qualche motivo le retoriche populistiche che cavalcano il razzismo dovessero diventare improvvisamente realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella cornice del nord-ovest italiano, Libero Golfetto (Diego Abatantuono) è un imprenditore veneto che non fa alcun mistero del suo razzismo nei confronti degli immigrati. Ma mentre da un lato appare in una televisione locale a lanciare anatemi contro gli stranieri che affollano le città italiane, dall&#8217;altra non esita ad avvalersi di manodopera straniera sia all&#8217;interno della sua fabbrica che a casa sua. Con una disinvoltura disarmante, l&#8217;imprenditore non si fa scrupoli ad impiegare come operai in fabbrica o nel ruolo di inservienti e collaboratori domestici quegli stessi immigrati contro i quali inveisce pubblicamente. Inoltre, sebbene non perda occasione per lanciare insulti ed anatemi contro gli stranieri, in privato si intrattiene in una relazione extraconiugale proprio con una prostituta di colore. Ma Libero non è l&#8217;unico protagonista del film. Infatti, parallelamente alla sua storia scorrono le vicende di Laura (Valentina Lodovini), la figlia con cui lo stesso Libero non ha rapporti da tempo, e Ariele (Valerio Mastandrea), l&#8217;ex-fidanzato della ragazza. Lei è una maestra elementare che aspetta un figlio frutto di una relazione proprio con un dipendente di colore dell&#8217;azienda paterna, mentre lui è un poliziotto che non sembra accettare la fine della loro relazione e si trova costantemente preso tra il lavoro ed una madre malata di Alzheimer .</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutti e tre i personaggi, come per tutti coloro che li circondano, le cose cambiano radicalmente quando, in quella che sembrerebbe essere una sera come tante altre, va in onda in televisione l&#8217;ennesimo monologo razzista di Libero. Dallo schermo dedicato solo a lui, l&#8217;uomo invoca uno &#8220;tsunami purificatore&#8221; che ripulisca le città dalla presenza degli immigrati. Ma questa volta, non si sa se per caso o meno, la sua richiesta viene esaudita. L&#8217;indomani, al risveglio, la popolazione scopre che tutti gli immigrati sono spariti senza lasciare tracce. E come tutti anche i tre protagonisti si trovano costretti ad affrontare numerose difficoltà. Svanita nel nulla la badante, Ariele non riesce a trovare nessuno che si prenda cura della madre malata durante le sue assenze. Laura è preoccupata per il padre del bambino che porta in grembo, tanto da chiedere allo stesso Ariele di fare qualcosa per ritrovarlo. E non ultimo Libero, la voce dell&#8217;intolleranza che ha lanciato l&#8217;anatema via etere, si ritrova ad avere un&#8217;azienda paralizzata dalla mancanza di operai e una casa sporca e in disordine per l&#8217;assenza di collaboratori domestici. Tuttavia, pur con tutti i problemi che si trova a dover affrontare, la cosa che sembra maggiormente segnare quest&#8217;ultimo a livello personale è la sparizione della prostituta con la quale aveva sviluppato un rapporto che per lui non si fermava solo al piano sessuale. Ma i disagi che devono fronteggiare i tre protagonisti sono tutt&#8217;altro che isolati. Come loro, tutta la città si ritrova in difficoltà: si accavallano le notizie di fabbriche chiuse per la mancanza di operai, di bar e ristoranti che non riescono a lavorare per l&#8217;assenza di camerieri, di raccolti che vanno a male per l&#8217;insufficienza di braccianti, di merci ferme per la sparizione di numerosi camionisti e cosi via.</p>
<p style="text-align: justify;">Il messaggio che il film vorrebbe lanciare al pubblico, esattamente come l&#8217;originale statunitense, non lascia spazio a dubbi: che piaccia o meno, la questione dell&#8217;immigrazione non può essere affrontata semplicemente a suon di slogan più o meno razzisti e di prese di posizione preconcette. E proprio in ragione di questo, la questione che ha sollevato il maggior numero di polemiche riguarda prima di tutto la collocazione geografica scelta come ambientazione. L&#8217;abbinamento tra il tema del razzismo ed un imprenditore veneto è stata utilizzata come pretesto da più di un soggetto, politico e non, per rinfacciare alla produzione una presunta equazione tra nord ovest italiano e discriminazione. Quello che non è stato considerato all&#8217;interno di simili polemiche, e che invece il film utilizza come proprio presupposto, è il riconoscimento implicito dell&#8217;importanza della presenza dei soggetti che poi spariscono nella società in cui vivono e lavorano. Infatti, viene da sé che, affinché possa esserne percepita la mancanza, è necessario che la loro funzione sociale sia riconosciuta, anche solo implicitamente. Chi si è trovato a rivendicare polemicamente il livello di integrazione raggiunto da diversi blocchi di popolazione immigrata nelle città del nord ovest non faceva altro che esplicitare l&#8217;ovvio che costituisce la premessa della narrazione: se gli immigrati non fossero parte integrante della società da cui spariscono, il loro svanire nel nulla non sarebbe causa di mancanze, carenze o disagi. E la stessa collocazione della vicenda nell&#8217;area del nord ovest industriale, per quanto non una scelta obbligata né l&#8217;unica possibile, risulta decisamente aderente alla volontà di far viaggiare in modo parallelo, quasi in modo schizofrenico, integrazione e discriminazione, rapporti umani in privato e slogan razzisti in pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, al di là delle premesse, o meglio proprio in virtù di queste, il film non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo, ma anzi finisce con l&#8217;assumere un profilo estremamente simile a quello che dovrebbe essere l&#8217;oggetto della sua denuncia. Proprio come nei monologhi di Libero, anche nel film nel suo complesso gli stranieri risultano pressoché privi di voce, strumenti inerti di forme di propaganda. Nella sua foga di voler denunciare una certa ipocrisia che unisce politiche di sfruttamento sul lavoro a retoriche razziste, il film finisce con il ridurre lo straniero a mero strumento, sia esso di lavoro o di soddisfacimento sessuale. Non solo il film non mette in alcun modo in discussione lo sfruttamento dell&#8217;immigrazione, ma anzi la utilizza a sua volta per portare avanti la propria tesi. Le condizioni di vita o di lavoro degli operai, delle badanti e di tutti gli altri non vengono prese in alcuna considerazione, ma anzi si trovano eclissate dai disagi che sorgono al resto della popolazione che si trova a non avere persone disposte a lavorare per compensi bassi o in condizioni prive di determinati requisiti. In linea di massima, l&#8217;immigrato viene identificato con l&#8217;operaio o con la badante, con la prostituta di colore o con il domestico filippino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film non mette in alcun modo in discussione le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati, semplicemente si limita a denunciare il fatto che c&#8217;è chi fa propaganda razzista pur in presenza di sfruttamento. Ma l&#8217;accusa non si muove mai in direzione dello sfruttamento vero e proprio, ma solo contro il razzismo, sia esso solo di facciata o meno. E così, l&#8217;unica differenza che sembra rimanere tra Libero ed il film nel suo complesso è l&#8217;adesione a posizioni ideologiche che, per quanto lontane tra loro, comunque non vanno in alcun modo a mettere in discussione una realtà data per scontata. Libero Golfetto nei suoi monologhi utilizza una retorica grevemente razzista, il film di Patierno prende le distanze dal suo personaggio denunciandone l&#8217;evidente ipocrisia, ma alla fine nessuno dei due mette in discussione la condizione sociale ed il vissuto delle persone di cui discutono. E il film finisce così per smarrirsi in quella dimensione tipica del politicamente corretto nella quale sembra essere più importante come si definisce una cosa rispetto al trattamento che le si riserva in realtà.</p>
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		<title>Samira Bellil &#8211; Via Dall&#8217;Inferno</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 11:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Samira Bellil]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;Ottobre del 2002, Sohane Benziane, una diciassettenne di origine algerina, muore bruciata viva in seguito ad un rogo appiccato dal suo ragazzo, di poco più grande di lei. Il fatto avviene nel locale dedicato alle pattumiere al piano terra di un palazzo di Vitry-sur-Seine, un quartiere popolare nella periferia di Parigi. L&#8217;uomo, un piccolo boss [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="viadallinferno" src="http://www.colonialunare.net/images/viadallinferno.jpg" alt="" width="200" height="326" />Nell&#8217;Ottobre del 2002, Sohane Benziane, una diciassettenne di origine algerina, muore bruciata viva in seguito ad un rogo appiccato dal suo ragazzo, di poco più grande di lei. Il fatto avviene nel locale dedicato alle pattumiere al piano terra di un palazzo di Vitry-sur-Seine, un quartiere popolare nella periferia di Parigi. L&#8217;uomo, un piccolo boss di una gang locale, aveva deciso che lei avrebbe dovuto essere la sua donna, e che pertanto avrebbe dovuto obbedire alla sua decisione che le imponeva di rimanere segregata in casa. Ma la diciassettenne decise di opporsi e ribellarsi ad un simile abuso, e la reazione dell&#8217;uomo è stata di cospargerla di benzina e darle fuoco. Avvolta dalle fiamme, la ragazza riuscì a sopravvivere solo quel tanto che le ha permesso di correre fuori in strada e morire davanti a decine di testimoni. Anche in virtù della sua ferocia, il caso attirò su di sé una particolare attenzione da parte dei media e come dell&#8217;allora nascente movimento femminista <em>Ni Putes Ni Soumises</em> (&#8220;né puttane né sottomesse&#8221;), che fece di questa brutale tragedia una bandiera. Coerentemente con il nome adottato, l&#8217;obiettivo di tale movimento consiste lottare in favore dell&#8217;emancipazione femminile all&#8217;interno di quelle situazioni di degrado, sociale e culturale, che le vedono intrappolate nel ruolo di vittime di violenza, fisica e sessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un obiettivo che mostra tutta la sua drammatica importanza quanto più si tiene conto del fatto che quello della diciassettenne arsa viva non è stato altro che un episodio particolarmente eclatante all&#8217;interno di una realtà in cui la violenza sulle donne rasenta la normalità. All&#8217;interno di un clima che si nutre avidamente di paura, silenzio ed omertà, l&#8217;accendersi delle luci dei riflettori e dell&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica è uno strumento di lotta formidabile per permettere alle vittima di sentirsi meno sole.  Ed è proprio all&#8217;interno di un simile, drammatico contesto che interviene la testimonianza in prima persona di Samira Bellil, che con una lucidità che non risparmia nemmeno la sua stessa persona racconta le violenze e le sofferenze patite nel corso della sua vita nella periferia parigina. Spinta dal desiderio di abbattere il muro di silenzio che per anni ha coperto il suo dolore, ad un certo punto della sua vita Samira Bellil decide di mettere nero su bianco le violenze subite nel corso di anni e sbatterle in faccia all&#8217;opinione pubblica. E&#8217; così che nasce <em>Via Dall&#8217;Inferno</em> (&#8220;<em>Dans L&#8217;Enfer Des Tournantes</em>&#8220;), il racconto della ragnatela di violenze, silenzi, abbandoni, emarginazione e soprusi di cui è stata vittima per oltre un decennio.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha inizio quando Samira ha solo tredici anni e si trova ad indossare i panni della &#8220;donna&#8221; di Jaid, un diciannovenne che già occupa il ruolo di boss del suo quartiere. Cresciuta nell&#8217;ambiente degradato delle <em>cités parigine</em>, i quartieri che costituiscono le periferie della capitale francese, Samira non può essere considerata una completa sprovveduta. Ma nonostante tutto il tempo trascorso per strada, la sua giovanissima età non le consente di comprendere i pericoli in agguato nell&#8217;ambiente che frequenta, e tantomeno di capire che le attenzioni che Jaid le dedica sono tutt&#8217;altro che affettuose. Il che non stupisce se si considera l&#8217;intreccio tra traumi e bisogno d&#8217;affetto che aveva già lasciato un segno profondo sulla sua esistenza. Infatti, anni prima, quando era ancora poco più che una neonata, suo padre finì in carcere e sua madre la diede in affidamento perché convinta di non essere in grado di prendersi cura di lei. Trascorre quindi i primi cinque anni della sua vita in Belgio a casa di una coppia che la tratta con tutta la cura riservata ad una figlia. Paradossalmente, l&#8217;allontanamento dalla realtà dei genitori naturali ha costituito una delle parentesi più luminose nel corso di un&#8217;esistenza largamente dominata dalle ombre. E per tutta la sua vita non smetterà mai di ricordare con un affetto che non raramente sfuma nel rimpianto quella coppia che le ha voluto bene e che l&#8217;ha circondata di amorevoli cure. Ma quando i suoi genitori naturali la riportano a casa, la sua vita cambia completamente. Il salto dall&#8217;ambiente colmo di dialogo e comprensione che aveva trovato in Belgio all&#8217;impostazione rigida, autoritaria e non raramente violenta dei suoi genitori, è traumatico. Qualsiasi disobbedienza o atto giudicato come una mancanza di rispetto viene punito con botte ed insulti. I pugni e i calci sono all&#8217;ordine del giorno. E non mancano le occasioni in cui in piena notte si trova ad essere buttata fuori di casa dal padre ubriaco che urla e la minaccia con un coltello. Per evitare l&#8217;aria pesante che si respira a casa con la famiglia, non raramente accade che passino più giorni senza che lei faccia ritorno a casa. E&#8217; per tutti questi motivi che quando Samira incontra Jaid, anche se appena tredicenne, per lei la vita da strada non è affatto un oggetto astratto. Ma nonostante ciò, non ha affatto idea dell&#8217;inferno nel quale sprofonderà per aver frequentato quella banda di ragazzi. Pur conoscendo la cattiva fama che li circonda, l&#8217;ingenuità e la ricerca di calore umano non le permettono di comprendere che sta scambiando lo sfruttamento e l&#8217;abuso per una forma di attenzione alla sua persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra un giorno come tanti altri che l&#8217;hanno preceduto, quando assieme ad un&#8217;amica riesce ad accaparrarsi un paio di costose scarpe alla moda utilizzando un assegno falso. Mentre torna a casa con le amiche decide di passare da Jaid e i suoi per sfoggiare il nuovo possesso. Come altre volte in passato, lui si apparta con lei in uno scantinato per fare sesso e una volta finito il tutto lei riprende la strada di casa come sempre. Ma questa volta ad attenderla ci sono gli amici di lui che la aggrediscono e cominciano a pestarla selvaggiamente. Perlomeno fino a quando non interviene K., uno dei soggetti più grossi e temuti della compagnia, che si fa largo tra la grandine di botte che continuava ad abbattersi sulla ragazzina. Ma il sollievo derivante dall&#8217;idea di essere stata salvata ha vita brevissima. A suon di botte la conduce a casa sua dove le fa vedere un film porno e le ordina di fare quello che osserva sullo schermo. Sottomessa con la violenza e incapace di reagire per la paura, lei obbedisce nella speranza che lui finisca presto e la lasci andare via. Ma l&#8217;incubo della ragazza è appena all&#8217;inizio: due amici del suo rapitore si uniscono a lui e trascorrono la notte ad abusare di lei, violentandola e seviziandola. Quando il mattino dopo lui la lascia andare per la sua strada, lei è sconvolta e non sa cosa fare. Per quanto giovane, conosce bene la cultura all&#8217;interno della quale è vissuta e sa bene che parlarne con i genitori non farebbe altro che aumentare la sua umiliazione. Non solo non cercherebbero di aiutarla, ma anzi non esiterebbero ad incolparla per la situazione in cui si è cacciata. Senza contare il fatto che teme eventuali ritorsioni nei confronti suoi e della sua famiglia. Decide pertanto di cambiare le sue abitudini:  tiene un profilo basso e circospetto ed evita accuratamente di avvicinarsi alle zone frequentate da Jaid e i suoi. Ma tutto questo non è sufficiente ad evitare che K. la incroci un&#8217;altra volta lungo il suo cammino. E&#8217; passata appena qualche settimana da quella notte, quando lui la incontra sul treno e la blocca; lei cerca di liberarsi e chiede aiuto ai presenti ma nessuno interviene. Lui la trascina via con sé in un palazzo dove ha modo di violentarla ancora una volta. E anche questa volta Samira decide di non denunciare il suo violentatore e di non dire nulla alla sua famiglia per il senso di colpa che la tormenta pur essendo la vittima. Ancora una volta, la vergogna e la paura di ritorsioni e vendette dominano le sue scelte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ciò non impedisce che la notizia della &#8220;festa&#8221; che le è stata fatta si diffonda rapidamente in giro per il quartiere. Samira prende così coscienza di essere finita nell&#8217;inferno dei <em>tournantes</em>, le &#8220;feste&#8221; in cui i gruppi di uomini fanno girare la vittima di turno, una ragazza marchiata dall&#8217;infamia di essere una di facili costumi e quindi indegna di qualsiasi rispetto, e ne abusano a rotazione. A partire dall&#8217;iniziale isolamento che si consuma nel tentativo di superare e dimenticare, la sua odissea presto inizia a sprofondare in un vortice di autodistruzione i cui ingredienti saranno la vita di strada, le comunità per ragazzi con situazioni difficili, l&#8217;abuso di fumo, e molto altro. Non a caso, è proprio quando si trova coinvolta in una denuncia contro il suo violentatore che le cose iniziano a peggiorare in modo inarrestabile, dimostrando che il suo silenzio in famiglia era più che motivato. Quando due ragazze, anche loro vittime di violenze sessuali da parte degli stessi individui che avevano abusato di lei, si presentano a casa di Samira chiedendo di parlare con lei per chiederle unirsi alla loro azione legale, il padre reagisce esattamente come immaginava la ragazza: con malcelato disprezzo nei confronti di quella figlia che, a causa del suo comportamento, si è trasformata in una fonte di vergogna per lui e per la sua famiglia. Per molto tempo in casa regna un&#8217;atmosfera soffocante: il padre alterna i suoi sguardi pieni di ostilità e disprezzo alle esplicite accuse di essere una causa di disonore, vergogna e disagi. In casa Samira viene trattata come una colpevole anziché come una vittima, perlomeno fino a quando il genitore non prende la decisione di sbatterla fuori di casa. E purtroppo per lei questa non sarà affatto l&#8217;ultima volta in cui avverrà una simile inversione di ruoli. Infatti è lo stesso trattamento che le sarà riservato quando, a diciassette anni, verrà nuovamente violentata da due uomini su una spiaggia algerina, in occasione di una serata con un amico durante una vacanza con la madre. Non solo avrà modo di osservare nelle persone che la circondano lo sguardo pieno di riprovazione di chi pensa che se la sia &#8220;andata a cercare&#8221;, ma le stesse forze dell&#8217;ordine presso cui proverà a denunciare i suoi aggressori liquideranno il suo caso come indegno di attenzione nel momento stesso in cui lei spiegherà cosa stava facendo sulla spiaggia (era uscita di sera con un amico che non era il suo uomo) e soprattutto quando ammetterà di non essere vergine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quale sarebbe questa colpa che la insegue ovunque, a casa come in strada? Quale sarebbe la ragione a causa della quale il mondo in cui vive rifiuta ostinatamente di riconoscere i segni della sofferenza sul suo corpo di vittima, perfino quando questo urla tutto il suo dolore contorcendosi in preda a violente convulsioni epilettiche? Quale sarebbe il fattore che porterebbe, in alcuni casi, perfino altre donne a solidarizzare con i suoi aguzzini? La risposta non può essere univoca e non può affondare le proprie radici solo nella vicenda di Samira. Seppure con tutte le differenze che emergono di volta in volta, la storia di Samira è anche quella delle altre ragazze che conosceva e che hanno affrontato le stesse violenze. Come è anche anche la storia di Sohane che viene bruciata viva, di Samia che tra il 1999 e il 2000 subisce per mesi abusi e sevizie da una parte di una ventina di persone, fino a quando non sprofonda nella follia. E&#8217; la storia delle tante ragazze che subiscono abusi e cercano di ribellarsi e denunciare, come anche delle molte altre che subiscono in silenzio la loro condizione, strette nella morsa della paura e della vergogna. In pratica è la storia di tutte quelle donne che finiscono vittime di stupri collettivi perché si truccano o vestono all&#8217;occidentale o perché semplicemente escono e vanno in giro da sole anziché rimanere in casa a prendersi cura degli uomini e della famiglia di cui fanno parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di simili presupposti non è difficile comprendere come sia possibile che simili atti di violenza possano trovare comprensione e giustificazione da parte di altre donne. All&#8217;interno di un contesto nel quale la rispettabilità di una donna è direttamente proporzionale alla sua prossimità ad una o più figure maschile, quelle come Samira, quelle che si truccano e si vestono per andare in giro da sole, vengono giudicate come delle poco di buono, come quelle che &#8220;se la sono andata a cercare&#8221;. Una ragazza che esce da sola, anziché stare a casa e comportarsi secondo le regole che sarebbe tenuta a rispettare, viene giudicata come una che provoca. L&#8217;esibizione della femminilità e la rivendicazione di indipendenza sono atti che vanno contro un ordine sociale che vede la donna come<em> sottomessa</em> all&#8217;uomo. E tutte quelle che non rispettano una simile gerarchia vengono giudicate come <em>puttane</em> alla mercé di chiunque voglia approfittarne. O <em>puttane</em> o <em>sottomesse</em>, appunto. Il corpo femminile è il terreno di battaglia dove entrano in collisione istanze contrapposte: le eventuali aspirazioni di emancipazione da parte di singole donne contro una o più collettività che non intendono rinunciare al proprio potere. Ovviamente tutto ciò non vuol dire che l&#8217;emancipazione passi necessariamente attraverso l&#8217;esibizione del corpo attraverso vestiti sensuali o comunque appariscenti. Si tratta piuttosto della possibilità da parte di ogni donna di poter scegliere se farlo o meno, ed eventualmente in quali occasioni, senza per questo essere additate come &#8220;puttane&#8221; senza valore di cui è possibile abusare senza conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di Samira, dalle fughe di casa che precedono le violenze sessuali, fino al riconoscimento delle sue ragioni in sede giudiziaria e alla pubblicazione del libro, è tutta all&#8217;insegna della ricerca dell&#8217;autodeterminazione e del riconoscimento da parte degli altri. E i nemici contro cui ha dovuto lottare duramente sono stati il silenzio e il mancato riconoscimento delle sue rivendicazioni. Dall&#8217;uscire di casa da sola al vestirsi secondo le sue preferenze fino al frequentare chi le pareva, tutta la sua storia è una lotta contro i giudizi e le accuse da parte di blocchi di persone quando non di intere collettività. Da parte dei genitori che non accettano i suoi desideri di indipendenza, da parte di tutte le donne che giudicano questa sua intraprendenza come il comportamento di una &#8220;puttana&#8221; che gioca con i desideri degli uomini e li provoca, e sulla stessa frequenza anche da parte di tutti gli uomini che affermano che se una si comporta così allora &#8220;l&#8217;ha voluto&#8221; oppure &#8220;se l&#8217;è cercata&#8221;. E&#8217; la storia di tutte quelle donne che rivendicano il diritto all&#8217;autodeterminazione, a non essere costrette a sottomettersi ai diktat da parte di altri uomini, o anche di altre donne, e senza per questo essere giudicate &#8220;puttane&#8221; indegne di qualsiasi rispetto (o diritto). Perché uno degli elementi principali di cui si nutre la sottomissione è la delegittimazione dell&#8217;individualità e del diritto delle singole persone a disporre di sé e del proprio corpo come meglio credono o ritengono opportuno. Ed in tal senso, l&#8217;importanza della testimonianza di Samira Bellil non risiede solo nel suo puntare l&#8217;obiettivo su un maschilismo di ritorno che ribolle e si diffonde nel degrado e nel silenzio, ma anche e soprattutto nel mostrare come ancora oggi, proprio in una delle patrie dell&#8217;uguaglianza europea, certi valori e certe tradizioni riescano a sfruttare tutto l&#8217;armamentario morale di cui dispongono per diffondersi e cercare forme di consenso e di legittimazione.</p>
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		<title>Michel Faber &#8211; Sotto La Pelle</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 15:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Michel Faber]]></category>

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		<description><![CDATA[Seduta ogni giorno dietro al volante, Isserley vaga per ore lungo le strade delle lande scozzesi alla ricerca di autostoppisti da caricare a bordo della sua automobile. Il copione che si ripete da anni è sempre lo stesso: dopo una prima selezione basata sull&#8217;aspetto fisico, Isserley si impegna nel tentativo di intrecciare un dialogo con l&#8217;uomo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="sottolapelle" src="http://www.colonialunare.net/images/sottolapelle.jpg" alt="" width="200" height="312" />Seduta ogni giorno dietro al volante, Isserley vaga per ore lungo le strade delle lande scozzesi alla ricerca di autostoppisti da caricare a bordo <span style="text-align: -webkit-auto;">della sua automobile</span>. Il copione che si ripete da anni è sempre lo stesso: dopo una prima selezione basata sull&#8217;aspetto fisico, Isserley si impegna nel tentativo di intrecciare un dialogo con l&#8217;uomo che ha caricato, al fine di valutare se sia adatto alla sua ricerca o se sia il caso di lasciarlo andare per la sua strada. Ogni volta che un autostoppista risulta in possesso dei requisiti fisici necessari, Isserley può passare alla fase successiva, che consiste nell&#8217;addormentarlo iniettandogli nel corpo un potente anestetico e nel portarlo nella sua base. Qui, ancora privo di sensi, viene trasportato in una zona sotterranea nascosta dove viene messo in gabbia e preparato per essere lavorato, ingrassato, ed infine trasformato in cibo. Agli occhi di Isserley e di quelli che lavorano con lei, gli autostoppisti che cattura quasi ogni giorno non sono altro che &#8220;Vodsel&#8221;: gli animali che popolano il pianeta Terra e che l&#8217;industria per cui lavora trasforma in costoso e raffinato cibo ad uso e consumo dei ricchi della razza aliena di cui fa parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a sua volta Isserley non è un&#8217;aliena come tutti gli altri che la circondano. Sottoposta in passato a molteplici interventi chirurgici che ne hanno modificato radicalmente l&#8217;aspetto per farla assomigliare ad un Vodsel, Isserley svolge ogni giorno il suo compito lottando contro il dolore fisico che le deriva dal dover vivere con un corpo per lei innaturale, nonché contro la vergogna di quell&#8217;immagine di sé che lei percepisce come deturpata e sfregiata. In modo molto chiaro, Isserley percepisce sé stessa come un <em>essere umano</em> che è stato storpiato e mutilato unicamente al fine di renderla idonea allo svolgimento del compito che le è stato affidato. E <span style="text-align: -webkit-auto;">occultare la sua natura aliena</span> per confondersi con i Vodsel è una parte ineludibile delle sue mansioni. Accade così che agli occhi degli autostoppisti Isserley non appaia diversa da tante altre donne che ogni giorno viaggiano in macchina lungo le strade del paese. Salgono tranquillamente a bordo dell&#8217;automobile e si siedono accanto a lei pensando di trovarsi in compagnia di una piccola donna dal grande seno che guida aggrappata al volante. Nel frattempo, con gli occhi parzialmente nascosti dagli spessi occhiali che porta sul naso, lei li studia per valutare se possono essere risultare utili o meno alla sua causa. Il tormento che le deriva dal dover convivere con un aspetto fisico del tutto assimilabile a quello delle creature che seleziona e cattura è come un&#8217;ombra che non la abbandona mai. Ed infatti, quando non si trova impegnata nella sua attività, la sua esistenza è segnata da una profonda solitudine.  Ogni volta che si ritira nella sua dimora fatiscente per riposarsi e recuperare le energie, a farle compagnia trova solo il senso d&#8217;umiliazione per quel corpo stravolto dagli interventi chirurgici e la sensazione di vergogna per tutte quelle cicatrici che decorano la sua pelle come tanti marchi d&#8217;infamia.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza e l&#8217;attività di Isserley e dei suoi simili nelle solitarie lande scozzesi è la causa di uno slittamento degli uomini al secondo posto della catena alimentare. Infatti, una volta chiarito che all&#8217;interno di quel contesto gli uomini sono scivolati alle spalle di una razza aliena che riserva per sé la definizione di &#8220;esseri umani&#8221;, e che non si fa scrupoli ad utilizzarli come cibo, il romanzo sembrerebbe muoversi nella direzione di uno sguardo critico nei confronti delle industrie alimentari e del nutrimento a base di carne in generale. Ma con il procedere della lettura non solo tale chiave di lettura si fa sempre più fragile, ma anzi tende a dissolversi in favore di uno sguardo più profondo sulla contemporaneità. Il primo elemento a mettere in crisi la centralità del tema della catena alimentare interpretata in chiave anticarnivora riguarda proprio il processo industriale attorno al quale ruota tutta la narrazione. Per la specie di cui fa parte Isserley, i Vodsel non sono una fonte di nutrimento e sostentamento, come potrebbero esserlo i polli o i bovini per questi ultimi. Piuttosto vengono impiegati per produrre della carne dal sapore esotico e molto costosa: un prodotto esclusivo a tal punto da non rappresentare null&#8217;altro che un bene di lusso accessibile solo alle sfere più ricche della società. Non a caso, in nessun momento e per nessun motivo viene fatto in qualche modo cenno all&#8217;ipotesi di allevare Vodsel per poi destinarli al mercato alimentare in larga scala. Non solo non ci sono allevamenti di Vodsel, ma anzi ci sono numerose regole che stabiliscono i criteri che ne regolano la selezione. I Vodsel devono essere prima di tutto maschi: giovani, in salute, e possibilmente molto solidi dal punto di vista fisico. Questo è ciò che fa sì che Isserley possa decidere se fermarsi a caricare un uomo che chiede un passaggio ai margini della strada, o al contrario continuare a vagare alla ricerca di un nuovo candidato potenzialmente più idoneo. Poi, una volta caricata in macchina la possibile preda, inizia la seconda fase della selezione. Facendo finta di parlare solo per rompere il silenzio del viaggio, Isserley cerca di tenere il dialogo con il Vodsel sotto controllo in modo da scoprire se è sposato, se qualcuno lo aspetta, perché si trova a viaggiare in autostop, e così via&#8230; In altre parole, il suo obiettivo consiste nell&#8217;ottenere una serie di informazioni che le permettano di valutare se qualcuno sa dove si trova in quel momento e, soprattutto, se c&#8217;è qualcuno che lo aspetta o che comunque potrebbe dare un allarme se non dovesse vederlo arrivare nell&#8217;immediato futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto la preda di Isserley deve essere un maschio sano, possibilmente giovane e in forma, ma allo stesso tempo un emarginato, o comunque non strettamente collegato ad una struttura famigliare o sociale che potrebbe allarmarsi immediatamente in seguito al prolungarsi imprevisto della sua assenza. Sembra quindi apparire in modo sempre più chiaro che la struttura fantascientifica del romanzo non descrive un&#8217;ipotetica realtà nella quale gli uomini non si trovano più in cima alla catena alimentare. Si tratta piuttosto di uno sguardo, attraverso gli occhi alieni di Isserley, sul mondo di oggi e su come già adesso gli esseri umani siano ben distanti da una condizione di parità. Da un lato c&#8217;è una classe dominante, composta dai pari di Isserley e dall&#8217;Elite a cui a loro volta questi sono sottomessi, e dall&#8217;altra ci sono gli sfruttati, gli esseri umani terrestri in generale, ed in particolare gli emarginati, che possono essere trasformati in cibo per le Elite senza che nessuno protesti, né senta la mancanza o semplicemente se ne accorga. La chiave di tutto è lo sfruttamento. Ma non si tratta di una semplice contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, tra bianco e nero. Isserley è l&#8217;essere che operativamente caccia e cattura gli autostoppisti, fornendo la materia prima all&#8217;industria di cui è parte integrante; ma allo stesso tempo è a sua volta una sfruttata, un&#8217;emarginata intrappolata dentro un corpo che detesta e che è fonte di continua sofferenza. E&#8217; condannata a svolgere una mansione che rappresenta tutti i fallimenti e le delusioni di un passato che non è più null&#8217;altro che un triste ricordo.</p>
<p style="text-align: justify;">I limiti entro i quali si deve muovere Isserley non sono solo geografici, ma anche prima di tutto sociali. Infatti, per quanto da un punto di vista strettamente materiale la selezione si basi esclusivamente sull&#8217;aspetto fisico dell&#8217;autostoppista, la seconda fase, quella del dialogo mentre la macchina macina chilometri, serve a tutelare l&#8217;attività che sta svolgendo. Far sparire una persona bene inserita all&#8217;interno di un contesto sociale significherebbe far scattare un allarme e far partire indagini e ricerche. Al contrario, la sparizione di un vagabondo, di un viaggiatore solitario, o semplicemente di una persona sola, è qualcosa che non interessa nessuno. E&#8217; così che negli emarginati che svaniscono nel nulla senza attirare l&#8217;attenzione di nessuno sfumano le immagini dei sottomessi e degli sfruttati. Nell&#8217;anonimato delle vittime dell&#8217;industria per cui lavora Isserley non è difficile riconoscere i tratti dei minori in balia dello sfruttamento della manodopera costretti a turni massacranti per pochi spiccioli. Come è anche possibile intravedere i contorni delle donne, quando non delle ragazze, schiavizzate e costrette a prostituirsi nel mercato del sesso. In pratica, alle spalle degli autostoppisti per mano aliena si agitano i fantasmi di tutte quelle persone costrette ogni giorno a subire violenze, umiliazioni e torture per i motivi più diversi. La razza di Isserley non rappresenta semplicemente gli uomini che fanno male agli animali. Per arrivare ad un simile obiettivo sarebbe stato sufficiente chiudere i Vodsel all&#8217;interno di batterie analoghe a quelle dei polli. Più crudelmente, la razza aliena rappresenta quell&#8217;umanità che rimane chiusa all&#8217;interno della torre d&#8217;avorio dei propri interessi o del proprio piacere, indifferente al destino altrui. Se <em>Il Pianeta delle Scimmie</em> era l&#8217;affresco di un mondo all&#8217;interno del quale il razzismo era ancora ben presente e lo denunciava facendo indossare all&#8217;uomo bianco gli scomodi panni del discriminato, <em>Sotto La Pelle</em> si spinge oltre l&#8217;etnia per andare a scavare all&#8217;interno delle persone, appunto al di sotto dell&#8217;epidermide, per puntare il proprio obiettivo in direzione di altre forme di sfruttamento e discriminazione.</p>
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		<title>Stieg Larsson – La Regina Dei Castelli Di Carta</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stieg Larsson]]></category>

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		<description><![CDATA[Terzo ed ultimo capitolo di una saga che si chiude in forma di trilogia a causa della scomparsa dell&#8217;autore, il romanzo inizia esattamente da dove si era concluso il suo predecessore. Lisbeth Salander è stata scagionata da alcuni capi d&#8217;accusa, ma altri, seppur meno pesanti, pendono ancora sulla sua testa. Gravemente ferita al termine del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="lareginadeicastellidicarta" src="http://www.colonialunare.net/images/lareginadeicastellidicarta.jpg" alt="" width="200" height="295" />Terzo ed ultimo capitolo di una saga che si chiude in forma di trilogia a causa della scomparsa dell&#8217;autore, il romanzo inizia esattamente da dove si era concluso il suo predecessore. Lisbeth Salander è stata scagionata da alcuni capi d&#8217;accusa, ma altri, seppur meno pesanti, pendono ancora sulla sua testa. Gravemente ferita al termine del romanzo precedente, si trova rinchiusa in ospedale, sotto stretta sorveglianza, in attesa di essere trasferita nel carcere che la ospiterà fino a quando non dovrà affrontare il processo che la vede vestire i panni da imputata. La drammatica catena di eventi che in passato avevano condotto Lisbeth all&#8217;internamento prima, e alla dichiarazione di incapacità mentale dopo, ha preso forma in modo definitivo ed è il vero e proprio motore della vicenda. Si tratta di un complotto che vede il coinvolgimento di una sezione speciale dei servizi segreti svedesi il cui obiettivo era coprire e proteggere un&#8217;importante spia russa in cerca di asilo. Lisbeth, che ai tempi era solo una ragazzina,  <span style="text-align: -webkit-auto;">è entrata nel mirino dei servizi segreti nel momento in cui è entrata in conflitto con la spia russa, alla quale era unita da uno stretto legame di sangue. Di fronte alla necessità di mantenere nell&#8217;ombra l&#8217;identità della spia russa, anche a costo di insabbiarne eventuali azioni criminali, i servizi segreti non esitano a considerare i diritti civili della giovane come secondari rispetto a quelle che loro valutano essere le priorità del paese.  A sua volta, n</span>on ascoltata dalle autorità a cui aveva provato sistematicamente a rivolgersi, quando non ridotta al silenzio da queste stesse, Lisbeth non nutre alcuna fiducia nelle istituzioni e rimane saldamente legata alla promessa che fece a sé stessa tanti anni prima: la scelta di non parlare in alcun modo con chiunque ricopra un qualsiasi ruolo nelle forze dell&#8217;ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">La ragnatela criminale intrecciata dai servizi segreti si fa sempre più fitta nel tentativo di far sì che Lisbeth sia di nuovo accusata di infermità mentale ed internata di conseguenza, nonché di evitare che Mikael Blomkvist ed il Millennium diffondano notizie compromettenti per l&#8217;esistenza stessa della sezione responsabile del caso. Sul versante opposto, sebbene immobilizzata in una stanza di ospedale, la giovane può contare su un&#8217;ampia schiera di persone che non esitano a mettersi in gioco per il suo bene. Oltre al solito Blomkvist e alla redazione del suo giornale, Lisbeth può contare sull&#8217;appoggio legale della sorella di questo, Annika Giannini, noto avvocato specializzato in violenza sulle donne, su Dragan Armansky, che come suo amico prima ancora che come suo ex-datore di lavoro mette a disposizione della causa molteplici risorse della sua società specializzata in sicurezza, e su molte altre persone che direttamente o indirettamente ruotano attorno a lei. Tuttavia, anche in questo volume, la violenza di cui è oggetto Lisbeth non è la sola ad essere affrontata da Larsson. Ad Erika Berger, vecchia amica di Mikael nonché direttrice di Millennium, viene offerto il posto di caporedattore presso lo Svenska Morgon-Posten, un importante quotidiano svedese che da tempo si trova a fronteggiare un costante calo delle vendite. Allettata dalla proposta, Erika accetta. Ma ben presto la scelta si rivelerà un errore: immersa in mezzo da un ambiente largamente dominato da uomini, sia sul piano delle cariche redazionali che a livello dirigenziale,<span style="text-align: -webkit-auto;"> Erika si trova a fronteggiarne la scarsa disponibilità ad accettare di buon grado che sia una donna a ricoprire il ruolo di comando della redazione. </span>E come se questo non fosse già sufficiente a minacciare gli equilibri della sua vita, uno stalker comincerà a perseguitarla, insultandola, minacciandola e tormentandola in vari modi. In pratica, costringendola a limitare le sue libertà e ad avvalersi di costosi sistemi di sorveglianza per tutelarsi dalla minaccia che pende su di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio questo, il filo rosso che lega la vicenda di Erika Berger a quella di Lisbeth Salander: la necessità di disporre di mezzi economici (e non solo) per fronteggiare ciò che minaccia la libertà, quando non l&#8217;incolumità, della sua persona. La disponibilità di risorse, economiche ed umane, è la condizione necessaria per far sì che una Lisbeth Salander qualsiasi <span style="text-align: -webkit-auto;">possa difendersi dalle accuse che le vengono rivolte. Infatti, di fronte ad un intenso fuoco di sbarramento formato da campagne mediatiche denigratorie e da indagini che in alcuni casi volontariamente, in altri per pregiudizio o magari per semplice inettitudine, mirano a fare di lei una colpevole ancora prima di qualsiasi condanna in sede processuale, il semplice ricorso alle sue tutt&#8217;altro che esigue risorse risulterebbe di gran lunga insufficiente a garantirle un&#8217;adeguata tutela. Per quanto in modo differente, sia Erika Berger che Lisbeth Salander hanno bisogno dei servizi della Milton Security di Dragan Armansky per tutelare quei diritti che le forze dell&#8217;ordine non sembrano assolutamente in grado di garantire. Ed allo stesso tempo, entrambe si trovano a dover fronteggiare una serie di attacchi alla loro immagine pubblica che fanno leva proprio su aspetti della loro femminilità. Ad una Lisbeth dipinta sui media come sociopatica, anche e soprattutto in virtù di una serie di presunte abitudini sessuali tutt&#8217;altro che dimostrate (dal prostituirsi con uomini molto più vecchi di lei al frequentare un improbabile gruppo di sataniste lesbiche) corrisponde una Erika che, tra le varie molestie che si trova a subire, deve fronteggiare una serie di email mandate a suo nome che mirano a denigrarla di fronte alla sua redazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: -webkit-auto;">Diventa quindi chiaro come per Larsson sia tutt&#8217;altro che secondario il ruolo giocato dai mass media nell&#8217;influenzare l&#8217;andamento dei casi di cronaca divenuti popolari agli occhi del grande pubblico. </span>Come tutt&#8217;altro che secondario è il ruolo che l&#8217;autore attribuisce all&#8217;utilizzo della psicologia durante la fase di indagine, soprattutto sulla carta stampata e negli studi televisivi. Sia in questo romanzo che in quello che l&#8217;ha preceduto, Larsson non manca di mostrare come l&#8217;utilizzo di professori ed esperti in tema di malattie mentali non venga utilizzato per contestualizzare un atto una volta accertate le responsabilità, ma anzi, al contrario, sia impiegato per inchiodare preventivamente il presunto colpevole. La radicale violenza nei confronti di un soggetto sottoposto ad analisi psichiatrica &#8211; quando questa viene effettuata ancora prima che ne venga dimostrata l&#8217;effettiva responsabilità rispetto agli atti di cui viene accusato &#8211; appare evidente nel momento in cui viene apertamente violato, non senza la tacita complicità del sistema giudiziario, il suo diritto ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Anche di fronte ad un coerente e sistematico silenzio come quello di Lisbeth, l&#8217;esperto di turno può sempre decidere di utilizzare tutto ciò che gli capita a tiro (aspetto fisico, abbigliamento, testimonianze, preferenze sessuali e non solo, etc.), e che ritiene di volta in volta opportuno, per costruire un profilo psicologico all&#8217;interno del quale diventa possibile rinvenire un movente non rintracciabile altrove. L&#8217;intreccio tra aule di tribunale e salotti televisivi si concretizza in pratiche simil-lombrosiane in base alle quali, di fronte ad un ipotetico spettro di indiziati che non è possibile sfoltire sulla base di prove concrete, il giudizio dell&#8217;esperto di turno sul profilo psicologico viene utilizzato come elemento incriminante ai danni di chi è giudicato come maggiormente propenso nei confronti di certi atti. Tutto questo come se ci potesse essere una relazione tale tra profilo psicologico ed atto oggetto d&#8217;indagine tale da costituire un elemento probatorio. Lo psicologo sostituisce la propria voce a quella dell&#8217;indagata per farle dire quello che con il suo ostinato silenzio rifiuta di confessare in prima persona. E qualora l&#8217;imputato dovesse decidere di parlare in prima persona, similmente lo psicologo cerca di sostituire la propria voce a quella dell&#8217;accusato per fargli ammettere ciò che potrebbe, disattendendo le attese, non confessare.</p>
<p style="text-align: justify;">Indipendentemente da quali possano essere gli esiti delle singole vicende, di quella di Lisbeth come di quella di Erika, quello che appare chiaro è come la possibilità di lottare, di opporsi ad una violenta violazione dei propri diritti, dipenda più dai mezzi che è possibile dispiegare sul terreno di battaglia, che non dalle effettive tutele garantite dalla legge e dalla società. La legge può anche essere uguale per tutti, ma la possibilità di avvalersi a pieno dei diritti che garantisce rimane una questione di livello economico e sociale. Man mano che le due donne lottano assieme a chi le appoggia e le sostiene per difendere i propri diritti, l&#8217;amarezza che rimane sullo sfondo è il pensiero di tutte le Erika Berger che, a differenza di questa, non possono permettersi costosi sistemi di sicurezza e sorveglianza per proteggersi da chi le perseguita e le minaccia. E&#8217; il pensiero di tutte le Lisbeth Salander che finiscono con l&#8217;essere vittime di ingiustizie e violenze perché non hanno la fortuna di poter contare sull&#8217;aiuto di una schiera di persone come Mikael Blomkvist o Dragan Armansky. E se i primi due capitoli della trilogia narravano le storie di violenze che si consumavano nel silenzio della solitudine e dell&#8217;isolamento (di un&#8217;isola collegata alla terraferma soltanto da un ponte, cimitero di vittime condannate all&#8217;anonimato, come di luoghi sperduti dove giovani spaesate venivano ridotte in schiavitù), il terzo chiude i conti mostrando la fatica e la durezza della lotta anche da parte di chi ha a disposizione mezzi e risorse.  E ad aleggiare cupo sullo sfondo rimane il silenzio di tutte le donne condannate a sparire nel nulla, nell&#8217;anonimato dell&#8217;umiliazione e della schiavitù perché impossibilitate ad avvalersi degli strumenti di difesa di cui avrebbero bisogno. Un silenzio che assume i contorni della sporcizia che, anziché essere spazzata via, viene nascosta sotto il tappeto quel tanto che basta per evitare che vada a rovinare il decoro dell&#8217;ambiente.</p>
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		<title>Stieg Larsson &#8211; La Ragazza Che Giocava Con Il Fuoco</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 15:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stieg Larsson]]></category>

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		<description><![CDATA[Una volta messa la parola fine sull&#8217;affaire Wennerstrom, Mikael Blomkvist è tornato a dedicarsi a Millennium a tempo pieno. Per mesi il giornalista ha potuto godere della popolarità che è seguita allo scoop grazie al quale ha scosso i vertici della finanza svedese, riabilitando la sua immagine e allo stesso tempo quella del giornale. Ma proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="laragazzachegiocavaconilfuoco" src="http://www.colonialunare.net/images/laragazzachegiocavaconilfuoco.jpg" alt="" width="200" height="302" />Una volta messa la parola fine sull&#8217;<em>affaire</em> Wennerstrom, Mikael Blomkvist è tornato a dedicarsi a <em>Millennium</em> a tempo pieno. Per mesi il giornalista ha potuto godere della popolarità che è seguita allo scoop grazie al quale ha scosso i vertici della finanza svedese, riabilitando la sua immagine e allo stesso tempo<span style="text-align: -webkit-auto;"> </span>quella del giornale. Ma proprio quando tutto sembra essere tornato alla normalità, una nuova inchiesta gli prospetta la possibilità di sconvolgere un&#8217;altra volta una società che sembra ammirarsi nello specchio delle proprie conquiste sociali mentre sceglie di ignorare i drammi che si consumano silenziose nelle sue zone d&#8217;ombra. All&#8217;inizio della storia, Lisbeth Salander si trova in giro per il mondo, lontana da Mikael e da quella che era stata la sua vita a Stoccolma, e il giornalista viene contattato da Dag Svennson, un reporter free-lance impegnato in un&#8217;inchiesta sul trafficking. Pur non essendo materiale da <em>Millennium</em> in senso stretto, l&#8217;indagine sul mercato di ragazze provenienti dall&#8217;Europa Orientale, ridotte in schiavitù e costrette a prostituirsi, non lascia indifferente Blomkvist. Condotta in prima persona dallo stesso Dag Svennson, con la collaborazione di Mia Bergman, sua compagna di vita nonché dottoranda anch&#8217;essa impegnata a scavare negli stessi torbidi terreni, l&#8217;inchiesta vede il coinvolgimento, soprattutto nella veste di clienti, di numerosi cittadini &#8220;rispettabili&#8221;. I nomi di professionisti, di funzionari dello stato, di criminali e di altro ancora, rappresentano la garanzia di un&#8217;altra uscita pubblica destinata a fare sensazione, e Mikael non esita a mettere <em>Millennium</em> a disposizione dei due, anche per offrire ai due tutta l&#8217;esposizione mediatica di cui dispone il giornale e di cui avranno bisogno nel momento in cui esploderà lo scandalo. Ma per quanto accurata ed approfondita, l&#8217;inchiesta sul trafficking si spinge molto oltre gli orizzonti intravisti dai suoi stessi autori: il polverone che potrebbe sollevare la pubblicazione di ciò che Dag e Mia hanno scoperto non è solo una minaccia per i soggetti direttamente coinvolti, ma anche e soprattutto per quelli che rischiano di esserlo in futuro qualora altri occhi, ancora più indiscreti, decidessero di puntare i loro sguardi su quell&#8217;ambiente. E tra i nomi che finiscono con il trovarsi indirettamente collegati all&#8217;inchiesta sul trafficking appare anche quello di Nils Bjurman, il tutore di Lisbeth che aveva abusato di questa poco dopo aver preso in carico la sua pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Si innesca pertanto una reazione a catena che a partire dal suo presente (per via del suo collegamento con Bjurman, appunto) finisce con lo sprofondare in modo sempre più stringente nell&#8217;oscuro passato di Lisbeth, in quell&#8217;evento che la ragazza evoca in modo criptico con l&#8217;espressione &#8220;Tutto il Male&#8221;. E nel momento in cui la situazione degenera drammaticamente, lasciando più di un corpo senza vita alla mercé delle pagine dedicate alla cronaca nera, sarà proprio lei ad entrare nel mirino delle forze inquirenti che le daranno la caccia addossandole vari e gravi capi d&#8217;imputazione. Ancora una volta Stieg Larsson utilizza la figura di Lisbeth Salander per addentrarsi all&#8217;interno di territori popolati da uomini che fanno del male alle donne. Come nel primo capitolo della trilogia, l&#8217;autore elabora una narrazione a più livelli nella quale l&#8217;intreccio trova la sua unità, prima ancora che nella coerenza narrativa, nell&#8217;unità tematica che domina il romanzo. Il personaggio di Lisbeth è segnato prima di tutto dal suo essere vittima: dall&#8217;aver subito dei traumi in un passato lontano, fino agli abusi del suo tutore più di recente. Pur godendo di un&#8217;intelligenza fuori dalla norma, la ragazza vive in balia dell&#8217;arbitrio altrui a causa di uno stato sociale che le ha imposto un tutore al raggiungimento della maggiore età. E ora, in seguito agli eventi drammatici che riconducono alla sua mano, si ritrova ad essere vittima di una caccia all&#8217;uomo da parte della polizia, nonché di una serie di campagne stampa che diffondono un&#8217;immagine sempre più grottesca e mostruosa della sua persona: da psicopatica assassina fino a satanista lesbica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia Lisbeth non è l&#8217;unica vittima di violenze ad affollare le pagine del libro: a fare da sfondo alla vicenda ci sono sempre le ragazze, pressoché senza nome, che criminali senza scrupoli costringono a prostituirsi per soddisfare un mercato disumano di <em>uomini che odiano le donne</em>. Perché alla base della crudeltà dei criminali che sfruttano le schiave moderne per arricchirsi ci sono sempre i grossi guadagni garantiti da una larga massa di clienti che costituiscono il vero motore del trafficking: il mercato del sesso al quale gli schiavisti si rivolgono per presentare le proprie offerte. Non a caso, Dag Svennson e Mia Bergman non concentrano la loro attenzione solo sui criminali che gestiscono il mercato, ma anche su chi usufruisce dei &#8220;servizi&#8221; che questo fornisce. Dato che l&#8217;azione criminale degli schiavisti non può essere in alcun modo liquidata come fine a sé stessa, ma è ovviamente volta ad alimentare un mercato formato di personaggi insospettabili ed apparentemente rispettabili, di individui che antepongono il loro piccolo e vigliacco soddisfacimento sessuale alle sofferenze altrui, viene da sé che fuori dagli alibi con cui i vari &#8220;clienti&#8221; cercano di giustificare la loro mancanza di elementare compassione, la loro immagine differisce ben poco da quella dello stupratore incarnato da Bjurman. Ma più che per via del reato in sé, l&#8217;abuso di cui è vittima Lisbeth si confonde con le violenze subite dalle ragazze schiave provenienti dall&#8217;Europa Orientale per via di come gli uomini arrivano a godere dei loro corpi. Non attraverso la forza bruta, ma attraverso l&#8217;ipocrisia formale di uno scambio effettuato tra soggetti ben distanti dal trovarsi in condizione di parità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cliente che abusa di una schiava non ammetterà mai di essere uno stupratore che sfrutta l&#8217;impossibilità della prostituta di ribellarsi alla sua condizione: l&#8217;esborso della cifra pattuita è per lui il pagamento di una prestazione, e non intende minimamente interessarsi sul come tale prestazione sia arrivata sul mercato. Allo stesso modo Bjurman si muove a partire da uno &#8220;scambio&#8221; imposto da una posizione di forza: se Lisbeth si dimostra &#8220;carina&#8221; con lui, a sua volta lui in cambio le firma l&#8217;assegno che le serve per le sue spese e non scrive una relazione che la condannerà all&#8217;internamento all&#8217;interno di una struttura psichiatrica. Dietro al docile sottomettersi delle ragazze di fronte agli uomini che le molestano, che ne abusano e le violentano, si erge l&#8217;ombra minacciosa di una forza che esercita un potere di vita e di morte: l&#8217;arbitrio dello schiavista che minaccia terribili punizioni e vendette, come anche l&#8217;autorità di istituzioni che possono condannare una persona all&#8217;internamento a partire da un semplice atto di volontà di un tutore. Il molestatore può così godere della vile irresponsabilità che gli proviene dal fatto che ad impedire qualsiasi reazione da parte della donna è una forza ben superiore alla sua: sono le botte degli schiavisti come l&#8217;autorità di uno Stato trasformato in complice inconsapevole a paralizzare la vittima ed impedirne qualsiasi reazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che si consuma nel silenzio e nell&#8217;ombra è una violenza invisibile che edifica le fondamenta della sottomissione delle vittime, della loro impossibilità di dire di no. E la reazione violenta da parte dei criminali coinvolti nella vicenda è dettata dalla loro volontà di evitare che possano accendersi delle luci, mediatiche o addirittura investigative, su quelle loro attività che invece necessitano di silenzio ed oscurità per poter prosperare. Larsson scavalca il tema della mercificazione del corpo femminile, così come spesso viene affrontato in campagne che cavalcano fatti di cronaca ed eventi mediatici che già godono di ampia esposizione, per puntare dritto verso le questioni che animano il cuore della vicenda: la libertà del consenso e l&#8217;autodeterminazione. La questione della violenza maschilista che va a colpire le donne viene pertanto vista secondo un&#8217;ottica che può essere considerata affine a quella di movimenti femministi come <em>Femen</em> o <em>Ni Putes Ni Soumises</em>. Non viene concesso nessuno spazio a quei temi (come l&#8217;esibizione dei corpi femminili nei media o l&#8217;utilizzo della sessualità all&#8217;interno di campagne pubblicitarie) che spesso vanno ad occupare le pagine dei giornali e le discussioni nei talk show televisivi. Si tratta di eventi che già godono dell&#8217;attenzione dei media e che vedono coinvolte nella loro produzione persone adulte, consenzienti e non di rado retribuite in modo invidiabile. La vera sofferenza invece si trova all&#8217;interno di stanze chiuse dove i riflettori delle telecamere non hanno modo di penetrare, negli ambienti dominati da violenza e razzismo, come in quelle organizzazioni di estrema destra alla denuncia delle quali Larsson aveva dedicato gran parte della sua attività di giornalista. In pratica, il problema che l&#8217;autore non smette mai di indicare sullo sfondo della sua storia è quello del silenzio e dell&#8217;indifferenza, il muro di solitudine, vergogna e debolezza che soffoca le vittime. Perché quando la violenza è talmente diffusa da poter costituire la base di un mercato in grado di prosperare nonostante il suo status esplicitamente criminale, la società all&#8217;interno della quale si è ricavata uno spazio non può non fare i conti con la propria ipocrisia, o quantomeno con la propria omertà.</p>
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		<title>Chuck Palahniuk &#8211; Gang Bang</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 15:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Chuck Palahniuk]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="gangbang" src="http://www.colonialunare.net/images/gangbang.jpg" alt="" width="200" height="279" />In un enorme salone sporco, poco illuminato e maleodorante, seicento uomini attendono il loro loro turno per partecipare alla gang bang organizzata per stabilire un nuovo record mondiale. Cassie Wright, pornostar prossima alla fine della carriera, ha deciso di lasciare un segno nella storia del genere che le ha dato fama e ricchezza, e il pericolo al quale espone la sua stessa incolumità non rappresenta in alcun modo un deterrente. Anzi, la donna si appresta ad affrontare la sua impresa cosciente del fatto che un suo eventuale decesso al termine delle riprese non farebbe altro che aumentare le possibilità che il suo record diventi immortale. Tra pastiglie di Viagra, <em>junk food</em> a disposizione dei partecipanti e film con la stessa Cassie Wright che vengono proiettati sugli schermi dell&#8217;enorme sala d&#8217;attesa, il racconto della vicenda viene affidato ai punti di vista di quattro personaggi: tre uomini che aspettano il loro turno e la responsabile di produzione del film. I signori con i numeri 72, 137 e 600 sono rispettivamente un liceale convinto di essere il figlio di Cassie, un attore di telefilm caduto in disgrazia e Branch Bacardi, anche lui pornostar e amico di vecchia data della protagonista. Sheila invece è la ragazza che si aggira per il salone controllando che tutto vada secondo il programma e occupandosi di chiamare gli attori ad ogni cambio di turno. Il numero 72 attende il suo momento con un mazzo di fiori in mano, ansioso di rivelarsi a quella che è convinto essere sua madre, il numero 137 ingoia pastiglie di Viagra come fossero caramelle per essere sicuro di essere pronto quando arriverà il momento della sua prestazione, e il numero 600 continua a depilarsi mentre sfoggia la sua pelle abbronzata e si osserva in azione nei vecchi film con Cassie che scorrono a ripetizione sugli schermi. Sheila invece si aggira osservando con occhio freddo e cinico quanto accade nel backstage che si trova a gestire, non preoccupandosi in alcun modo di nascondere il disprezzo che nutre per la galleria di uomini che le scorre davanti agli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di un umorismo tagliente al limite del grottesco, Palahniuk si addentra in un territorio densamente minato come quello della pornografia, facendo molta attenzione a non finire intrappolato nelle maglie dei due principali pericoli in agguato: l&#8217;apologia entusiastica o, in alternativa, il moralismo. L&#8217;autore si muove all&#8217;interno di uno spazio che cerca di mantenersi equidistante dall&#8217;esaltazione incondizionata della pornografia come strumento di emancipazione come anche dal biasimo a sfondo morale che lamenta lo sfruttamento della sessualità. Consapevole dell&#8217;immensa area grigia che separa questi due estremi, Palahniuk rifiuta qualsiasi presa di posizione esclusiva, oscillando tra contraddizioni e sfumature, facendo sì che <em>Gang Bang</em> vada ad occupare un posto particolare nella bibliografia dell&#8217;autore americano. Infatti, per quanto anche in quest&#8217;opera l&#8217;autore offra uno sguardo <span style="text-align: -webkit-auto;">tagliente e disincantato</span> sulla società che osserva, a differenza di quanto fatto altrove qui procede per sottrazione: non c&#8217;è l&#8217;esposizione di un punto di vista particolare sull&#8217;argomento &#8220;pornografia&#8221;, al contrario sembra muoversi in modo implicitamente critico nei confronti di qualsiasi presa di posizione esclusiva. Alla base di tutto sembra esserci l&#8217;idea della complessiva inadeguatezza di qualsiasi posizione che voglia ridurre una materia così complessa nei termini di uno slogan da scrivere su un cartello nel corso di una manifestazione di piazza, sia essa pro o contro.</p>
<p style="text-align: justify;">La narrazione si svolge quasi interamente all&#8217;interno della sala d&#8217;attesa, attraverso i punti di vista dei quattro narratori che intervallano il racconto di quanto sta accadendo con i loro ricordi e le loro riflessioni. Lo sguardo dell&#8217;autore si sposta molto raramente al di là della porta che li separa dalla scena dove Cassie Wright lavora senza sosta. A blocchi di tre alla volta, i partecipanti alla gang bang oltrepassano la soglia che li conduce sul set dove avranno pochi minuti, misurati col cronometro, per intrattenersi con la star. Al termine di questi sono tenuti ad allontanarsi per lasciare la scena ai successivi tre, indipendentemente dal fatto che possano aver raggiunto il loro piacere o meno. Ognuno di loro può avere accesso alla pornostar per un tempo limitato: lei è l&#8217;unica ed indiscutibile stella dell&#8217;evento, gli uomini che scorrono sono solo numeri che si avvicendano l&#8217;uno all&#8217;altro, e nessuno di questi potrà avere più di quello che la stella ha deciso di concedere loro. Allo stesso modo, al lettore vengono offerti tanti aspetti di Cassie quanti sono i punti di vista che la raccontano, ma mai la persona nella sua interezza. C&#8217;è la stella del cinema hard e la madre assente, così come c&#8217;è la ex-compagna di vita e la datrice di lavoro: sono tutti sguardi che ne colgono un aspetto o poco più, ma nessuno riesce a disegnarla in modo completo e coerente. Cassie è tutto questo e molto altro ancora, e non c&#8217;è modo di esaurirne la complessità all&#8217;interno di uno sterile contesto riconducibile solo al suo essere un&#8217;attrice pornografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il non assumere una posizione chiara e definitiva nei confronti della pornografia da parte di Palahniuk risulta tuttavia molto distante dall&#8217;essere un modo per glissare sulla questione. Al contrario, rappresenta il modo che l&#8217;autore ha scelto per ribadire ancora una volta il suo pensiero in merito al rapporto tra individuo e società moderna. Come in passato, l&#8217;autore si confronta con il tema della libertà e dell&#8217;autodeterminazione. E&#8217; infatti uno dei personaggi principali del libro, Sheila, a chiedersi in modo esplicito se sia legittimo o meno limitare il diritto di un individuo ad esercitare il suo potere personale, se cioè sia giusto mettere dei limiti ai comportamenti delle persone per impedire loro di farsi male. Se si prende in considerazione la tutela delle persone e della loro incolumità come argomento per un contrasto alla diffusione della pornografia, allora perché non fare lo stesso con altre forme di intrattenimento non meno pericolose? Dalla partecipazione alle corse in auto o in moto ai rodei, dagli sport di combattimento alla discesa libera sugli sci, anche limitando lo sguardo al solo mondo delle attività sportive, innumerevoli sono gli esempi di individui che dispongono di sé correndo gravi rischi per la propria incolumità. L&#8217;interrogativo che Palahniuk pone attraverso Sheila ruota proprio attorno a questo, al perché non dovrebbe valere altrettanto per l&#8217;ambito pornografico.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta dell&#8217;autore sembra emergere più in virtù di quello che tace che non in quello che dice. Solitamente, il fatto che possa sembrare legittimo considerare l&#8217;autodeterminazione dell&#8217;attrice porno un argomento di discussione da parte altri individui (a differenza di quanto avviene ad esempio con gli sportivi) sembrerebbe essere una conseguenza della maggiore possibilità di esporla a valutazioni di innumerevoli tipi: mentre nel caso di un pilota il tutto può essere ricondotto nell&#8217;ambito di una discussione sulle norme di sicurezza, nel caso della pornografia possono venire evocati scenari che variano dalla psicologia e dalla sociologia per andare a sfociare nei valori e nella morale. Palahniuk invece decide di percorrere una strada diversa: il muro di parole che costruisce attorno a Cassie hanno il compito di offrirne un ritratto a partire da diversi punti di vista, ma non di ricondurla all&#8217;interno di uno schema preciso. Come un film porno si limita a riprendere la superficie del corpo dell&#8217;attrice senza nemmeno mai provare a raccontarne l&#8217;interiorità, così Palahniuk organizza gli sguardi dei suoi personaggi come tante macchine da presa puntate ognuna su un&#8217;angolatura diversa di Cassie. In tal senso, <em>Gang Bang</em> racconta la pornografia molto più attraverso la forma narrativa adottata che non attraverso il soggetto in quanto tale o la terminologia utilizzata. E l&#8217;autodeterminazione che altrove veniva invocata attraverso azioni o dichiarazioni da parte dei personaggi stessi, qui viene messa in pratica attraverso la scelta dell&#8217;autore di non ingabbiare Cassie all&#8217;interno di un personaggio coerente e ben definito. Palahniuk non fa di Cassie un personaggio che invoca la libertà e l&#8217;autodeterminazione. Piuttosto la mostra nel suo essere libera ed autodeterminata attraverso la scelta di non sostituire la sua voce di narratore a quella del personaggio. Ed in tal senso mostra una delle strade del rispetto verso le scelte altrui: raccontare gli altri senza parlare a nome di essi.</p>
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		<title>Stieg Larsson &#8211; Uomini Che Odiano Le Donne</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 14:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stieg Larsson]]></category>

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		<description><![CDATA[Sulla base di una struttura che unisce la tensione del thriller con i meccanismi del giallo classico, Stieg Larsson &#8211; giornalista ancora prima che romanziere &#8211; costruisce questo primo capitolo della trilogia Millennium come un gioco ad incastri nel quale la trama principale, il mistero che i protagonisti sono chiamati a risolvere, si rispecchia costantemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="uominicheodianoledonne" src="http://www.colonialunare.net/images/uominicheodianoledonne.jpg" alt="" width="200" height="304" />Sulla base di una struttura che unisce la tensione del thriller con i meccanismi del giallo classico, Stieg Larsson &#8211; giornalista ancora prima che romanziere &#8211; costruisce questo primo capitolo della trilogia <em>Millennium</em> come un gioco ad incastri nel quale la trama principale, il mistero che i protagonisti sono chiamati a risolvere, si rispecchia costantemente nello sfondo sociale ed economico della società in cui è ambientata. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander sono i due personaggi attraverso i cui occhi è possibile gettare uno sguardo in modo trasversale sul paese di provenienza dell&#8217;autore. Mikael Blomkvist è uno dei proprietari del giornale economico <em>Millennium</em>, un giornalista che in seguito ad una condanna per diffamazione a mezzo stampa ai danni del finanziere Hans-Erik Wennerstrom, decide di lasciare il suo posto in redazione per proteggere il giornale da vendette, danni e ripercussioni di vario tipo. Un vecchio magnate dell&#8217;industria svedese, Henrik Vanger, decide di approfittare della situazione e di contattarlo per indagare sulla misteriosa sparizione di sua nipote Harriet, scomparsa nel nulla quasi quaranta anni prima. La riluttanza del giornalista ad accettare il caso è molta, ma l&#8217;industriale gli fa un&#8217;offerta che pensa non potrà essere rifiutata: una lauta ricompensa oltre ad una serie di informazioni in grado di inchiodare il finanziere contro cui ha perso in tribunale. Si tratta di due fattori che combinati risulteranno determinanti nello spingere il giornalista ad accettare l&#8217;incarico e a trasferirsi a nord, nell&#8217;isolotto dove risiede la famiglia Vanger &#8211; anche perché trovandosi in attesa di scontare i tre mesi di carcere a cui è stato condannato, la sua carriera sembra essersi impantanata. E coerentemente con la sua tutt&#8217;altro che celata riluttanza, anche dopo aver accettato il caso Mikael sembra lavorare più per il suo senso del dovere nei confronti dell&#8217;impegno assunto che non per l&#8217;effettiva convinzione di poter giungere ad un qualche risultato. Perlomeno fino a quando un&#8217;improvvisa intuizione non gli permetterà di imprimere una svolta alle indagini, il cui risultato finale sarà determinato in modo decisivo dalla collaborazione da parte dell&#8217;altra protagonista della storia, Lisbeth Salander.</p>
<p style="text-align: justify;">Dotata di una memoria fotografica e di capacità informatiche fuori del comune, la ragazza si presenta come un&#8217;esile venticinquenne con le fattezze di una minorenne anoressica e con un carattere tutt&#8217;altro che facile. Tratti comportamentali riconducibili ad una forma di Sindrome di Asperger si innestano su solide difficoltà relazionali con chi le sta intorno che sembrano affondare le loro radici in un vissuto personale tanto misterioso quanto problematico. Quella della ragazza è una storia che continua a condizionarne la vita non solo sul piano psicologico, ma anche su quello pratico: infatti su di lei grava una sentenza in base alla quale è stata giudicata incapace di autogestirsi e pertanto bisognosa di tutela legale. Dovendo vivere costantemente sotto controllo, Lisbeth si trova quindi nella condizione di non poter gestire in autonomia la sua vita, a tal punto da non poter disporre nemmeno dei soldi che guadagna con il suo lavoro e dei suoi risparmi senza il consenso del tutore che le è stato assegnato. Un fatto, questo, che la ragazza si trova costretta a fronteggiare in tutta la sua crudezza nel momento in cui muore l&#8217;avvocato che da anni aveva in carico la sua pratica (e che le aveva garantito ampi margini di autonomia) e lei si trova ad essere affidata ad un altro legale che, sotto un&#8217;inattaccabile apparenza di rispettabilità, si rivela essere un maniaco.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia si svolge su tre livelli che scivolano parallelamente l&#8217;uno sull&#8217;altro. Il piano delle rispettive vicende personali di Mikael e Lisbeth, il piano del caso relativo alla scomparsa di Harriet Vanger, e quello delle indagini sul finanziere Wennerstrom. Sebbene l&#8217;architettura del romanzo utilizzi i pilastri del giallo classico, in una sorta di enigma della camera chiusa i cui confini si allargano a quelli dell&#8217;isolotto dove molto tempo prima è avvenuta la scomparsa della ragazza, la narrazione di Larsson risente della sua formazione professionale e di un giornalismo inteso come tendenza a grattare in superficie per aprire delle scalfitture nelle apparenze e per far affiorare l&#8217;oscurità che si agitava al di sotto di esse. Inizialmente Mikael e Lisbeth vengono presentati come personaggi quasi monolitici: solido moralmente ed integerrimo sul piano professionale l&#8217;uno, dura ed apparentemente imperturbabile l&#8217;altra. Tuttavia, anche se per motivi differenti, entrambi usciranno dalla vicenda con meno certezze di quante ne avessero all&#8217;inizio. Le debolezze, la corruzione ed il marcio che i due si troveranno a fronteggiare lasceranno dei segni indelebili nelle loro vite. Alla fine Mikael mostrerà un volto meno irreprensibile di quello che aveva all&#8217;inizio (arrivando a tradire i suoi stessi principi), così come Lisbeth si troverà a dover gestire nuove crepe nella corazza della sua durezza solitaria. Ma è soprattutto scavando nel passato e nel presente della famiglia Vanger che i due si trovano a dover fronteggiare quanto di torbido si agiti sotto uno strato di rispettabilità. Ed un discorso analogo vale anche per Wennerstrom, il mondo della finanza e la società in generale all&#8217;interno della quale agiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre livelli su cui si muove la narrazione sono anche le tre principali prospettive attraverso cui Larsson cerca di mettere a fuoco uno stesso modello di violenza che si esercita in ambienti diversi e con modalità di volta in volta differenti. La scelta dell&#8217;autore di intervallare la narrazione con l&#8217;inserimento di brevi statistiche relative alla realtà della violenza sulle donne in Svezia ha l&#8217;esplicito e preciso compito di ricordare al lettore che per quanto la storia sia un frutto dell&#8217;immaginazione, il problema cui fa riferimento è reale e molto più diffuso rispetto a quanto venga pubblicizzato. Non a caso, sono proprio il silenzio e l&#8217;isolamento che circondano le vittime a rivestire un ruolo fondamentale nel proliferare della violenza narrata nel romanzo. Tanto sul piano personale dei singoli protagonisti, quanto su quello famigliare o su quello sociale in senso lato, la violenza sulle donne è l&#8217;archetipo di una forma di sopraffazione che si nutre di prepotenza brutale come della muta complicità di chi fa finta di non vedere o di chi decide di non guardare. Un solido filo rosso lega il mondo della finanza nel quale quello che da molti viene considerato un criminale può agire indisturbato, e quello di una famiglia come i Vanger all&#8217;interno della quale si è consumata la sparizione di Harriet. E non si tratta della sola appartenenza di entrambi i nomi ai vertici più alti dell&#8217;economia svedese. Il silenzio dei giornalisti che, per ipocrisia o per tornaconto personale, si guardano bene dal ficcare il naso nell&#8217;universo industriale targato Wennerstrom trova il suo analogo nell&#8217;ostilità che un nutrito numero di esponenti della famiglia Vanger non lesina al giornalista di fronte alla sua sempre più cocciuta ostinazione nel voler portare avanti l&#8217;incarico che gli è stato affidato.</p>
<p style="text-align: justify;">Inizialmente Mikael si scontra frontalmente con l&#8217;establishment del suo paese nel tentativo di portare alla luce il malaffare che si agita dietro la facciata di una rispettabile legalità, ed in modo simile dovrà fronteggiare aggressività e risentimento nel momento in cui comincerà a spingersi oltre l&#8217;immagine pubblica della famiglia Vanger, scoprendo la storia piena di cattiverie, meschinità, invidia, quando non anche crudeltà e malvagità, che si colloca alle spalle dell&#8217;altisonante cognome. E non priva di ulteriori analogie si muove la vicenda di Lisbeth, che si trova ad aver a che fare con un tutore legale maniaco senza poter contare sull&#8217;appoggio di alcuna istituzione (dai tribunali che l&#8217;hanno privata dell&#8217;autonomia alla polizia nei confronti della quale non nutre alcuna fiducia). Tra uomini che odiano i propri famigliari (e non solo) in virtù di adesioni ad ideologie violente e razziste, tutori legali che sfruttano la posizione che occupano per abusare delle persone di cui invece si dovrebbero prendere cura, giornalisti che si trasformano in cassa di risonanza al servizio di quegli stessi organi su cui dovrebbero indagare e che dovrebbero denunciare pubblicamente, Larsson non mira a criticare le istituzioni in quanto tali, ma sembra piuttosto deciso nel voler mostrare come queste possano essere utilizzate per nascondere i problemi anziché risolverli &#8211; come se l&#8217;esistenza stessa di istituzioni che dovrebbero garantire e tutelare i più deboli fosse sufficiente ad assicurarne l&#8217;effettivo buon funzionamento. Ma il potere di assolvere un determinato compito non implica in modo necessario che tale compito venga effettivamente assolto, o che al contrario non possa essere utilizzato per fare l&#8217;esatto opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con <em>Uomini Che Odiano Le Donne</em>, Larsson alza il sipario su una forma di ipocrisia che sembra attraversare in modo sotterraneo la società svedese ad ogni livello. Ed il successo editoriale che è riuscito ad ottenere in tutto il mondo testimonia di come non si tratti di una malattia che riguarda solo questo paese. Infatti anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scatola cinese che rimanda a quella che la contiene: la società svedese non è altro che una scatola all&#8217;interno di quella occidentale in generale. Non si tratta di un atto di accusa nei confronti della società svedese in quanto tale, né di riflesso nei confronti di quelle occidentali in generale, quanto piuttosto di un tentativo di presa di coscienza della loro permeabilità. Perché non basta creare leggi ed apparati istituzionali per garantirne il funzionamento, e soprattutto per impedirne l&#8217;abuso e la loro corruzione. Soprattutto se si considera che il potere di nuocere impunemente da parte di un soggetto che si muove sulla base del riconoscimento ufficiale della sua autorità sulla vittima è tanto più terribile quanto maggiore è il potere di cui dispone (come, per esempio, di privarla della sua libertà). La vicenda di una Lisbeth in balia di un maniaco che a sua volta può contare sulla forza che gli deriva dalla sua posizione sociale, dalle leggi che regolamentano la sua autorità sulla vittima, e perfino dalla maggiore credibilità della sua parola in qualità di stimato avvocato rispetto a quello di una ragazza problematica giudicata incapace di autogestirsi, è l&#8217;ennesima riproposizione dell&#8217;antica questione sintetizzata da Giovenale con l&#8217;interrogativo a proposito di <em>chi sorveglia i sorveglianti stessi</em>. Perché non basta offrire diritti e garanzie ai cittadini per tutelarli, se prima di tutto non li si mette in condizione di proteggersi dai possibili abusi compiuti da chi può amministrarli godendo di un&#8217;autonomia che sconfina nell&#8217;arbitrarietà.</p>
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		<title>José Saramago &#8211; Saggio Sulla Lucidità</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 14:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Josè Saramago]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei temi ricorrenti che accompagnano l&#8217;approssimarsi di una consultazione elettorale è l&#8217;invito, da parte di tutte le forze politiche coinvolte nella competizione, a non disertare le urne. Non importa quanto possano essere distanti, se non antitetiche, le posizioni dei diversi partiti o movimenti a proposito dei più vari temi ed argomenti: di fronte alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="saggiosullalucidita" src="http://www.colonialunare.net/images/saggiosullalucidita.jpg" alt="" width="200" height="320" />Uno dei temi ricorrenti che accompagnano l&#8217;approssimarsi di una consultazione elettorale è l&#8217;invito, da parte di tutte le forze politiche coinvolte nella competizione, a non disertare le urne. Non importa quanto possano essere distanti, se non antitetiche, le posizioni dei diversi partiti o movimenti a proposito dei più vari temi ed argomenti: di fronte alla necessità di invitare il corpo elettorale a svolgere il compito al quale viene chiamato, la durezza della lotta per il potere lascia spazio alla concordia comune. I contrasti che emergono durante il corso di una competizione elettorale possono manifestarsi in molteplici campi e temi &#8211; politici, sociali, economici o altro ancora &#8211; ma l&#8217;invito rivolto agli aventi diritto a recarsi alle urne non solo non viene messo in discussione, ma anzi risulta essere una sorta di zona franca all&#8217;interno della quale è vietato qualsiasi conflitto, una specie di terreno consacrato dove è vietato usare qualsiasi tipo di arma o violenza. E all&#8217;interno di orizzonti sociali, come quelli costituiti dalle moderne democrazie (occidentali e non), dove lo stesso meccanismo del voto è soggetto ad innumerevoli variazioni da un paese all&#8217;altro (o anche all&#8217;interno di uno stesso paese da una tornata elettorale all&#8217;altra, o a seconda dell&#8217;oggetto di consultazione), il fatto che l&#8217;invito a non disertare le urne unisca schieramenti anche molto distanti tra loro svela una natura comune. E&#8217; quindi sulla base di simili premesse che potrebbe sorgere un interrogativo: cosa potrebbe accadere se improvvisamente una larga maggioranza degli aventi diritto decidesse di non votare o di votare a scheda bianca? Una possibile risposta viene offerta da José Saramago nel suo <em>Saggio Sulla Lucidità</em>, il romanzo che ritorna nell&#8217;ambientazione dove avevano avuto luogo le vicende di <em>Cecità</em> per seguire gli eventi successivi ad una consultazione elettorale che vede le urne sommerse da schede bianche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto ha inizio in quella che avrebbe dovuto essere una normale giornata di elezioni. Nelle prime ore di apertura i seggi si trovano ad essere largamente disertati dagli elettori. Ma l&#8217;intensa ed incessante pioggia che non sembra avere intenzione di fermarsi offre un più che naturale alibi all&#8217;anomalia. Poi, quando durante il pomeriggio smette finalmente di piovere, il tutto sembra tornare gradualmente alla normalità, con anzi i cittadini che affollano ordinatamente in fila i seggi elettorali. Le code sono talmente lunghe che il governo si ritrova ad essere ben felice di permettere di votare ancora un paio d&#8217;ore oltre il limite previsto per la fine delle operazioni. Ma quello che al termine dello scrutinio attende i mass media, le forze dell&#8217;ordine, lo stesso governo e tutto il paese in generale è un risultato imprevedibile ed inspiegabile: oltre il 70% dei cittadini della capitale ha votato scheda bianca. Il governo guidato dal pdd (partito di destra), con l&#8217;appoggio (o comunque la non contrarietà) del pdm (partito di mezzo) e del pds (partito di sinistra), decide quindi di indire nuove elezioni invitando la cittadinanza ad una maggiore &#8220;responsabilità&#8220;. Tuttavia anche in occasione di questa nuova tornata elettorale il verdetto che esce dalle urne non solo non smentisce quanto accaduto in precedenza, ma lo ribadisce con maggiore forza: questa volta il numero delle schede scrutinate che risultano essere bianche supera abbondantemente l&#8217;80%. La controffensiva del governo, già iniziata in modo tutt&#8217;altro che timido nell&#8217;intervallo di tempo tra le due consultazioni, si intensifica ulteriormente. Inizialmente i <em>biancosi</em> (come vengono definiti i misteriosi elettori della capitale che hanno votato scheda bianca) vengono additati all&#8217;opinione pubblica del resto del paese come esponenti di una misteriosa associazione criminale avente come scopo la sovversione dell&#8217;ordine costituito. Molti esponenti delle forze dell&#8217;ordine vengono incaricati di spiare i cittadini alla ricerca di qualche indizio che permetta di dare un volto ai responsabili di questa incresciosa situazione. Centinaia di cittadini sospettati di aver votato scheda bianca vengono prelevati con la forza, imprigionati, interrogati e torturati dalle forze dell&#8217;ordine con il solo scopo di arrivare a fornire una qualche consistenza a quello che invece sembrerebbe essere nient&#8217;altro che un sospetto. Ma per quanto il governo si affanni alla ricerca di un colpevole, tutte queste azioni si scontrano con la completa impossibilità di entrare in possesso del più fragile indizio. Il governo decide quindi di abbandonare la capitale ed isolarla dal resto del paese dichiarandola soggetta allo stato d&#8217;assedio. E per rafforzare la tesi del complotto e dell&#8217;azione sovversiva agli occhi dell&#8217;opinione pubblica del paese, il ministero degli interni organizza un attentato nella metropolitana della città, con lo scopo di addossare la responsabilità ai <em>biancosi</em>. Ma anche questa non porta i risultati: malgrado l&#8217;assenza di forze dell&#8217;ordine e di istituzioni sul suolo cittadino, gli abitanti della capitale riescono a continuare a vivere in uno stato di pacifico ordine. La situazione sembra destinata ad uno stallo perdurante, perlomeno fino a quando una lettera inviata alle massime autorità dello stato non segnala l&#8217;esistenza di una donna (la moglie di un medico) che quattro anni prima, durante l&#8217;epidemia di cecità bianca, non aveva perso la vista. Il ministro degli interni decide così di fare in modo che questa venga pubblicamente condannata come responsabile del complotto delle schede bianche. Perché quello che appare evidente ai suoi occhi e a quelli del governo in generale è che un responsabile deve essere trovato, non importa se questo lo sia veramente o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel romanzo di Saramago non è importante conoscere le ragioni che hanno spinto la cittadinanza ad una simile forma di astensione collettiva, esattamente come era irrilevante in <em>Cecità</em> scoprire quali fossero le cause della perdita della vista e della sua diffusione. Quello che invece conta è mostrare cosa accade in seguito a tali accadimenti, il filo rosso che lega la reazione del potere di fronte all&#8217;evento straordinario che gli si para davanti in un caso come nell&#8217;altro. Determinato, prima di tutto, a preservare sé stesso, il governo decide di adottare come prima contromisura l&#8217;isolamento di quello che viene visto come un focolaio di infezione. Se in passato i primi ciechi erano stati internati in quanto considerati portatori di un morbo sconosciuto, nel presente gli elettori che hanno votato scheda bianca vengono rinchiusi nella loro stessa città attraverso la dichiarazione dello stato d&#8217;assedio. Nonostante non ci sia alcuna prova dell&#8217;esistenza di un oscuro ed impenetrabile complotto, i cittadini della capitale si trovano a fronteggiare un provvedimento simile a quello di chi è stato condannato all&#8217;isolamento. Tuttavia, allo stesso tempo, c&#8217;è una profonda differenza che segna una radicale biforcazione tra i due eventi: nel caso delle elezioni non c&#8217;è alcuna irruzione da parte di agenti esterni destinati a sconvolgere il tessuto sociale, dato che i cittadini non fanno altro che avvalersi di un diritto che viene riconosciuto loro dalle stesse leggi dello Stato di cui fanno parte. Per questo motivo, malgrado la presenza di personaggi comuni, quello sulla &#8220;lucidità&#8221; è un <em>saggio</em> profondamente differente da quello sulla &#8220;cecità&#8220;, tanto da apparire più come un completamento che non come un seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">I rapporti di potere nelle moderne democrazie occidentali rappresentano il cuore di una vicenda che si affaccia su una realtà fatta di false scelte e libertà formali il cui scopo è occultare un fitto intreccio a base di menzogne, violenza e sopraffazione. Quasi come fosse una dimostrazione per assurdo, Saramago prende un diritto di cui i cittadini solitamente non si avvalgono per mostrare cosa potrebbe accadere se all&#8217;improvviso cambiassero idea. Quella che si agita alle spalle dell&#8217;aperto contrasto narrato da Saramago (tra chi si astiene o comunque decide di non dare a nessuno il suo voto e chi invece ambisce ad ottenerlo per consolidare il suo potere) è una quotidianità a base di diritti dichiarati e poi non garantiti (quando non apertamente calpestati), di un rispetto delle libertà dei cittadini solo nella misura in cui questi accettano di non avvalersene fino in fondo. Nascondendosi dietro l&#8217;alibi della tutela di un bene comune che non appare in alcun modo minacciato, il potere agisce prima di tutto per tutelare se stesso, e non esita ad avvalersi dell&#8217;uso della violenza su persone che non risultano aver compiuto alcun crimine per garantire i propri equilibri. Appare chiaro che agli occhi del governo la sovranità appartiene al popolo solo ed esclusivamente nella misura in cui accetta di cedergliela attraverso il voto, permettendogli così di esercitare concretamente potere. L&#8217;atto sovversivo della cittadinanza che decide di non cedere il proprio consenso a nessuna delle forze politiche in gioco consiste nella sua scelta di non trasferire la propria quota di sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gioco della rappresentanza, il potere del governo e la violenza che eventualmente utilizzerà si giustificano sulla base della legittimazione in sede elettorale. Diventa quindi completamente secondario il votare per un partito di maggioranza o uno di opposizione: la legittimazione del potere avviene attraverso l&#8217;atto stesso del votare &#8211; indipendentemente dalla formazione a cui tale voto viene dato. Votare per un partito piuttosto che per un altro significa in ogni caso rinnovare l&#8217;accettazione dell&#8217;idea che alla fine un candidato vincerà e potrà governare. Ma l&#8217;astensione dalla scelta respinge l&#8217;idea stessa della delega, del riconoscimento di una rappresentanza alla quale cedere il governo. Questo il motivo per cui al governo non rimane altro che lasciare la città dalla quale non è stato eletto. Privato della benedizione della maggioranza dei cittadini, il governo lascia la capitale per ritirarsi in una parte del paese che l&#8217;abbia riconosciuto come tale. E attraverso gli inganni, i crimini, le censure ed i complotti che ordisce ai danni dei suoi cittadini, mostra il suo vero volto: quello del tiranno che tollera il dissenso fintanto che questo non va in qualche modo a scalfire la sua autorità. Di fronte alla scelta della popolazione di non cedere la propria sovranità, il governo non esita a mostrare il suo volto più violento, quello di chi possiede il monopolio dell&#8217;uso della forza. E una volta squarciato il velo dell&#8217;ipocrisia relativo alla sovranità popolare, non passa molto tempo prima che vada incontro ad un analogo destino anche la questione dell&#8217;uso della forza. Perché alla fine, nel gioco di crimini e menzogne ai danni della stessa popolazione, non solo il governo mostra come la sua accettazione della sovranità popolare si basa sull&#8217;entusiasmo con cui i cittadini non esitano a cederla in delega a chi li governerà, ma fa vedere anche come ritenga l&#8217;uso della forza una possibilità di cui avvalersi per riprendere quella sovranità che non gli è stata riconosciuta.</p>
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		<title>The Yes Men Fix The World &#8211; The Yes Men</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 15:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright" title="theyesmenfixtheworld" src="http://www.colonialunare.net/images/theyesmenfixtheworld.jpg" alt="" width="250" height="317" />Andy Bichlbaum e Mike Bonanno, meglio noti alle cronache internazionali come &#8220;Yes Men&#8221;, sono una coppia di attivisti mediatici che ha deciso incrociare la propria strada con quella dei colossi dell&#8217;economia mondiale. Il loro scopo esplicito consiste nell&#8217;esibirne la cinica crudeltà e la spietata avidità, e <em>The Yes Men Fix World</em> è il lungometraggio che (su invito da parte degli stessi autori) può essere trovato facilmente su Youtube e condiviso nei circuiti di filesharing. Si tratta di un lavoro che raccoglie alcune delle loro azioni a danni di multinazionali e grosse corporazioni in generale, mostrate in sequenza con un fine comune che si fa sempre più chiaro nel corso della visione: diradare la nebbia di ipocrisia che circonda le azioni e le comunicazioni di queste. Ma a differenza della maggior parte degli autori che negli ultimi anni si sono cimentati con il cinema documentaristico, l&#8217;approccio adottato dal duo è profondamente differente. Per quanto presenti ed accurati, i dati esibiti nel corso del film non ne rappresentano l&#8217;aspetto principale. Costituiscono piuttosto lo premessa, il contesto che è necessario conoscere per comprendere ciò che accade. Infatti, lo scontro con i mastodontici apparati comunicativi delle multinazionali non avviene semplicemente attraverso l&#8217;argomentazione finalizzata alla confutazione delle menzogne, o magari attraverso l&#8217;esposizione di un punto di vista opposto in grado di metterne in luce storture e difetti vari. Piuttosto, attraverso un mix che unisce trolling e spirito zingaresco (perlomeno nell&#8217;accezione che a tale termine veniva fornito da Mario Monicelli in <em>Amici Miei</em>), la loro azione si concretizza in una forma di attivismo che rispolvera tutta l&#8217;eleganza dei Ragionamenti e delle Dimostrazioni Per Assurdo. I due non cercano di mostrare il vero volto dei soggetti con cui entrano in contatto smascherandoli. Al contrario, a partire dalle menzogne che questi pubblicamente diffondono attraverso spot pubblicitari e campagne di marketing, mettono in piedi una serie di bufale per costringere i loro avversari ad uscire allo scoperto e mostrarsi per quello che sono in realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Le loro strategie si basano su un uso tanto semplice quanto efficace dei mezzi di comunicazione. A partire da siti fasulli che assomigliano a quelli veri presi di mira come dall&#8217;organizzazione di eventi farsa sotto l&#8217;insegna di marchi sui quali non hanno la benché minima titolarità, Bichlbaum e Bonanno si infiltrano nel mondo della comunicazione spacciandosi per autorevoli esponenti del mondo degli affari. Sebbene l&#8217;obiettivo unico delle grandi multinazionali sia accumulare utili e profitto indipendentemente dai costi in termini di risorse umani ed ambientali, ogni anno queste stesse investono milioni di dollari in campagne pubblicitarie finalizzate al mostrare al pubblico un volto umano, animato dal desiderio di progresso e di un futuro migliore. Vien da sé che quest&#8217;ultimo aspetto non è altro che una più o meno convincente forma di cosmesi atta a nascondere un volto contorto da un&#8217;insaziabile fame di ricchezza. Ma cosa accadrebbe se, qualche volta, alle parole animate di buone e nobili intenzioni facessero seguito anche dichiarazioni mirate ad agire in modo concreto? Dalla presa di posizione della Camera di Commercio statunitense contro il Protocollo di Kyoto, alle politiche messe in atto dalla DOW Chemical a proposito del disastro di Bophal nel 1984, fino alla gestione della ricostruzione di New Orleans in seguito alle devastazioni provocate dall&#8217;uragano Katrina nel 2005, cosa accadrebbe se si spingesse l&#8217;acceleratore sulla strada della retorica a base di benessere e sviluppo su cui si basano le campagne pubblicitarie per spingersi nel terreno dell&#8217;impegno concreto? La risposta è semplice: un violento ed improvviso voltafaccia che mostra come in realtà si tratta solo di propaganda utile solo nella misura in cui può contribuire ad incrementare i profitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando nel 2004, in occasione del ventennale del disastro occorso a Bophal, in India, Andy Bichlbaum si presentò davanti alle telecamere della BBC indossando i panni di un certo Jude Finisterra, portavoce della DOW, e annunciando che la compagnia avrebbe risarcito le vittime e provveduto a decontaminare il sito della fabbrica a sue spese, la reazione immediata dei mercati fu quella di un crollo dei titoli in borsa. Nel giro di meno di due ore la DOW aveva prontamente provveduto a comunicare come la notizia fosse priva di fondamento e la bufala era stata così smascherata. Ed è qui che sorge nella sua disarmante semplicità il primo (retorico) interrogativo generato all&#8217;azione degli Yes Men: fin da bambini viene insegnato che a fare del bene si ricevono ricompense mentre a fare del male si ottengono punizioni, quindi perché la DOW si trova ad esser stata punita dai mercati per una dichiarazione che le attribuiva l&#8217;intenzione di fare qualcosa di buono per le migliaia e migliaia di persone che da vent&#8217;anni soffrono gravemente a causa di una fuoriuscita di sostanze tossiche? Non è necessario articolare una risposta chiaramente perché tale risposta è già contenuta nelle reazioni dei consigli di amministrazione come degli agenti di borsa e degli investitori: per tali soggetti, le sofferenze degli abitanti di Bophal non contano assolutamente nulla. Esattamente come non contano nulla per chi ha investito nella ricostruzione di New Orleans le condizioni di chi da un giorno all&#8217;altro si è ritrovato ad aver perso tutto. Con la beffa che si aggiunge ai danni provocati dall&#8217;uragano, in questo caso, di una serie di provvedimenti imposti ad una popolazione ancora frastornata dal disastro naturale, in coerenza con i principi della dottrina <em>Shock And Awe</em>. Infatti, per venire incontro agli interessi di costruttori e speculatori edilizi vari, l&#8217;amministrazione aveva accettato di interdire alla popolazione l&#8217;accesso a strutture pubbliche per poterle inserire nell&#8217;insieme degli immobili da abbattere per essere ricostruiti, indipendentemente da quanto potessero essere poco o affatto danneggiate. In pratica, si tratta dello sfruttamento del disorientamento della popolazione per imporre politiche sociali ed economiche che in condizioni normali incontrerebbero una dura opposizione. Approfittare della confusione e dell&#8217;incapacità di agire da parte di una popolazione duramente colpita da un disastro per togliere diritti acquisiti ed espropriare beni pubblici in favore di chi parteciperà al banchetto di profitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Presentandosi ad un summit a New Orleans nei panni di Rene Oswin ed in qualità di rappresentante dell&#8217;HUD (Housing ad Urban Development), Andy Bichlbaum annunciava una clamorosa inversione nella gestione della ricostruzione. Ammessa pubblicamente la responsabilità di industrie ed amministrazioni nel dissesto idrogeologico che ha privato New Orleans delle sue difese naturali contro possibili disastri naturali (come, appunto, tristemente dimostrato dall&#8217;azione dell&#8217;uragano), e preso atto della grave situazione di sofferenza e degrado patita dagli abitanti della città distrutta, l&#8217;HUD decideva di autorizzare nuovamente l&#8217;uso delle strutture pubbliche che era stato interdetto ad una popolazione formata da un numero sempre maggiore di senza tetto. Ma in questa volta la notizia viene rapidamente smentita dalle autorità competenti. Ed anche in questo caso, come anche in quello relativo ai risarcimenti delle vittime di Bophal, i mezzi d&#8217;informazione si mettono in moto a difesa dell&#8217;establishment attaccando gli Yes Men con l&#8217;accusa di aver messo in piedi uno scherzo crudele ai danni delle vittime. Spostando la messa a fuoco del discorso dalla giustizia negata all&#8217;illusione di un cambiamento che non ci sarà, l&#8217;establishment ed i mass media mettono in piedi un tentativo di rovesciamento dei ruoli cercando di far apparire gli Yes Men nel ruolo dei cattivi che, incuranti dei sentimenti della popolazione, avrebbero alimentato false speranze attraverso scherzi crudeli. E allo stesso tempo, manifestando solidarietà per le presunte vittime di uno scherzo che avrebbe alimentato false speranze, l&#8217;establishment si affida all&#8217;apparato del politically correct per riportare tutto all&#8217;interno dei territori di una educata e rispettabile ipocrisia. Per quanto possa apparire paradossale, sono proprio coloro che negano alle vittime la giustizia che queste chiedono a pretendere di parlare a loro nome e a tutelarne gli interessi. Ad un punto tale che secondo una simile ottica la crudeltà non starebbe nel negare la possibilità di un futuro meno disperato, ma nell&#8217;alimentare in chi soffre l&#8217;idea che in futuro potrebbe soffrire di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">E in questo gioco che ruota tutto attorno al parlare a nome di altri, dove chi impone i propri interessi non esita a rilasciare dichiarazioni a nome di chi è stato ridotto al silenzio, gli Yes Men reagiscono facendo l&#8217;esatto opposto. Non dando voce a chi non ne ha una, o perlomeno non inizialmente, ma sostituendo la loro voce a quella del bersaglio di turno. Come gli imprenditori, gli affaristi ed i burocrati con cui si scontrano non esitano a dichiararsi pubblicamente alfieri degli interessi dei più deboli, approfittando del silenzio che circonda questi ultimi per attribuire loro i pensieri e le opinioni che tornano più comode, così gli Yes Men prendono la parola al posto di chi è solito impugnare un microfono per portare avanti istanze ed interessi di segno completamente opposto. A seconda dell&#8217;occasione possono stupire la platea attraverso inaspettate accettazioni delle richieste di chi soffre, oppure possono mettere in piedi situazioni grottesche per portare alla luce i desideri più cinici e perversi del loro stesso auditorio (come nel caso dei banchieri che li ascoltano molto interessati mentre presentano il loro calcolatore di rischio accettabile, uno strumento che permetterebbe di calcolare fino a che punto un investimento può essere vantaggioso tenendo conto anche del fattore umano). Poi è altresì vero che le dichiarazioni del duo generano momentanee speranze destinate ad essere rapidamente disilluse. Ma è anche vero che come prima cosa rompono il muro di silenziosa rassegnazione che avvolge le sconfitte di chi soffre. E a testimoniarlo questo non sono solo gli Yes Men, ma sono anche gli indiani di Bophal come i cittadini di New Orleans ai quali i due chiedono di esprimere un giudizio sul loro operato. Il risultato è una satira che rifiuta di ergersi a paladina di chi solitamente è ridotto al silenzio, ma che piuttosto sostituisce la propria voce a quella di chi può accedere facilmente ai mezzi di comunicazione (e magari, in un secondo momento, offrire un microfono a chi solitamente può solo ascoltare). In altre parole, si tratta di una satira che nel suo piccolo prova a far ingoiare un po&#8217; di amara medicina a chi solitamente pretende che siano solo gli altri a mandarla giù.</p>
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		<title>Christopher Brookmyre &#8211; Real Life™</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 14:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>m. p.</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Christopher Brookmyre]]></category>

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		<description><![CDATA[Diventato da poco padre, Raymond Ash si trova a tirare le somme della sua vita e della radicale svolta che l&#8217;evento vi ha impresso. L&#8217;impiego come insegnante di inglese è il quotidiano promemoria delle sue aspirazioni fallite, di un passato dal quale si trova costretto a prendere le distanze per garantire stabilità e sostentamento alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="reallifetm" src="http://www.colonialunare.net/images/reallifetm.jpg" alt="" width="200" height="280" />Diventato da poco padre, Raymond Ash si trova a tirare le somme della sua vita e della radicale svolta che l&#8217;evento vi ha impresso. L&#8217;impiego come insegnante di inglese è il quotidiano promemoria delle sue aspirazioni fallite, di un passato dal quale si trova costretto a prendere le distanze per garantire stabilità e sostentamento alla sua famiglia. Ma proprio quando la routine di tutti i giorni sembra incatenarlo in modo sempre più stringente, facendogli desiderare una via di fuga, un&#8217;ombra minacciosa proveniente dal suo passato irrompe violentemente nel suo presente, costringendolo ad una lotta per la sopravvivenza, nonché ad un ripensamento delle sue esigenze e delle sue priorità. La misteriosa figura altri non è che Simon Darcourt, un vecchio amico di Ray che questo frequentava quando era ancora uno studente e che, come tutti coloro che lo conoscevano, anche lui credeva essere morto in un incidente aereo. Sebbene il suo cadavere non sia stato rinvenuto, Darcourt era stato dichiarato morto in seguito all&#8217;attentato di cui in realtà era l&#8217;artefice e l&#8217;esecutore materiale. Oltre a portare a termine il lavoro che gli era stato commissionato, Simon aveva approfittato della strage per tagliare ogni legame con il suo passato ed iniziare una nuova vita che lo ha portato a diventare noto come lo Spirito Nero, un terrorista mercenario crudele e spietato, tanto ricercato quanto apparentemente imprendibile. Privo di qualsiasi obiettivo politico, per lo Spirito Nero anche il denaro con il quale vengono riccamente ricompensate le sue azioni rappresenta un aspetto secondario rispetto al desiderio di essere in qualche modo al centro dell&#8217;attenzione pubblica. E nel momento in cui decide di tornare in patria per partecipare alla realizzazione di un nuovo, spaventoso attentato, non riesce a fare a meno di pianificare la sua azione in modo tale da coinvolgere anche l&#8217;ex-amico per costringerlo a prendere coscienza del suo &#8220;successo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Costruito come un enorme videogame, nel quale ogni mutamento di scenario nella vita di Ray è accompagnato dal caricamento di nuove ambientazioni, nuovi compiti, nuove difficoltà e nuove ricompense, il romanzo ripercorre le strade dell&#8217;action thriller alla luce di una costante ricerca di approfondimento psicologico, nonché di un senso dell&#8217;umorismo che, a seconda del personaggio al quale è diretto, non teme di trasformarsi in tagliente sarcasmo. Sulla base di simili ingredienti, Brookmyre realizza un romanzo estremamente fluido e veloce nel quale, intrecciando le vicende dei due protagonisti con quelle dell&#8217;agente Angelique De Xavia e di una coppia di ragazzini che si trovano per caso coinvolti nella vicenda a causa di troppa curiosità, la soluzione del mistero dell&#8217;identità dello Spirito Nero passa rapidamente in secondo piano rispetto alla tensione dell&#8217;azione e alla cura nell&#8217;approfondimento dei personaggi. Anzi, facendo capire molto velocemente al lettore che Simon Darcourt e lo Spirito Nero sono la stessa persona, l&#8217;autore può concentrare la sua attenzione sull&#8217;obiettivo che sembra stargli maggiormente a cuore: sezionare, pezzo dopo pezzo, l&#8217;aura di tenebroso mistero con la quale il criminale cerca di ammantare la propria persona. A partire dall&#8217;iniziale profilo fornito alla squadra speciale alla quale è stato dato l&#8217;incarico di indagare sullo Spirito Nero &#8211; un quadro profondamente permeato da un timoroso rispetto di fronte ad una malvagità capace di raggiungere un livello di pianificazione e messa in atto apparentemente inarrestabile &#8211; Brookmyre procede per sottrazione, spogliando il criminale di tutte le sovrastrutture che lo circondano, fino a lasciare sul terreno nient&#8217;altro che l&#8217;immagine del vile codardo che scaturisce dai ricordi di Raymond e dalle osservazioni di Angelique De Xavia.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Vita Reale</em> alla quale si fa riferimento nel titolo non è solo quella con la quale Ray si confronta quotidianamente in contrapposizione alle dimensioni virtuali all&#8217;interno delle quali vive le sue avventure da videogiocatore. E&#8217; anche e soprattutto quella da cui Simon non ha mai fatto altro che scappare, fino ad arrivare ad abbandonare moglie e lavoro per assumere un&#8217;identità simile a quella di uno dei tanti malvagi che affollano il mondo dei fumetti supereroistici. E sebbene in modo antitetico, entrambi sono testimonianza dei loro fallimenti nel tentativo di sottrarsi alla loro quotidianità. Con la differenza che mentre Ray è cosciente di come la sua esistenza negli universi virtuali dei videogame rappresenti solo un aspetto della sua più ampia e travagliata quotidianità, Simon ha trasformato tutta la sua vita in un enorme videogioco, una sorta di <em>Hitman</em> al servizio del mercato del terrore, sulla base della convinzione che l&#8217;essersi lasciato alle spalle il suo nome per assumere l&#8217;identità dello Spirito Nero possa essere considerato come l&#8217;effettiva liberazione dai vincoli che pensava lo imprigionassero. In questo modo, mentre Ray passava il suo tempo ad accumulare esperienza nel mondo reale e a vivere molteplici vite in quello virtuale, nella più completa malafede Simon costruiva attorno a sé una gabbia ancora più stretta, illudendosi di essere libero in quanto lui stesso artefice di quanto gli stava accadendo. Tuttavia, quanto più Brookmyre dettaglia ed aggiunge particolari al profilo del criminale, tanto più diventa chiaro che sono proprio quelli che lui fieramente considera come i suoi successi ad essere le prove tangibili del suo essere un fallito. Non senza ragione, infatti, l&#8217;autore dedica molto spazio a raccontare la vita di Simon da studente, quando lui e Ray erano amici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dotato di un innegabile carisma, Simon è in realtà un musicista frustrato. Quando Ray fa la sua conoscenza rimane affascinato da quel personaggio capace di essere lucidamente tagliente e cinicamente sarcastico. Ed è proprio la sua capacità di esporre alla pubblica derisione tutto ciò che per qualche motivo non incontra la sua benevolenza ad essere l&#8217;arma attraverso cui affascina il prossimo. Infatti, grazie alle sue manifestazioni di crudeltà verbale verso ciò che rifiuta, riesce allo stesso tempo ad esercitare un fascino lusinghiero nei confronti di chi invece dimostra di accettare. E&#8217; un inganno che si nutre di risentimento: l&#8217;essere accettati alla corte di una persona come Simon, apparentemente estremamente selettiva ed esigente, rappresenta per chi gli sta attorno (Ray incluso) una fonte di grande soddisfazione. Ma approfondire la sua conoscenza significa anche dipanare progressivamente l&#8217;intreccio di immagini artificiose che Simon ha intessuto attorno alla sua stessa persona, scoprire che per essere accettati all&#8217;interno della sua cerchia non è necessario possedere grandi qualità, ma semplicemente accettarlo come leader. Il rispetto che Simon tributa agli altri non è in relazione alle qualità che lui scorge in loro, piuttosto è proporzionale alla loro disponibilità ad ammirare lui. Esemplare in tal senso è la vicenda che lo vede, assieme a Ray e ad altri due loro amici, tentare la scalata al successo nel mondo della musica. Tecnicamente mediocri, nel loro insieme i quattro riescono a coesistere fino a quando il ruolo di Simon come leader del gruppo non viene messo in discussione. Ma nel momento in cui i conflitti esplodono a causa di un esordio dal vivo disastrosamente imbarazzante, la messa in discussione del suo ruolo viaggia di pari passo con il suo tentativo di scaricare sugli altri colpe e responsabilità che invece risultano essere in larga parte sue. Non a caso, a partire dal momento in cui la strada di Simon si divide da quella del resto del gruppo, questi trovano un sostituto e, pur senza raggiungere le vette della fama e del successo, riescono in ogni caso a togliersi più di una soddisfazione in termini di seguito come di consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">La cerchia di Simon è l&#8217;archetipo di tutti i circoli, i club, i movimenti o altro ancora, che si presentano in pubblico come elitari e desiderabili quando in realtà, dietro la fascinosa maschera dell&#8217;esclusività, non si agita altro che lo spettro di un ostile risentimento. La denigrazione della produzione musicale altrui, l&#8217;incapacità di dare forma ad una produzione in grado di raggiungere un successo all&#8217;altezza delle aspettative di un ego smisurato, è solo uno dei primi sintomi di una malattia che troverà successivamente la propria valvola di sfogo nell&#8217;ambito di un&#8217;attività criminale orientata alla distruzione della vita e della felicità altrui. Una volta messo di fronte alla propria incapacità di raggiungere il successo, ed incapace di accettare il proprio fallimento, Simon si dedica alla conquista dell&#8217;attenzione da parte di un vasto pubblico attraverso la paura ed il terrore. In altre parole, nell&#8217;impossibilità di allargare la sua cerchia di ammiratori a causa della fragile natura del bluff che incarna, decide di percorrere una strada opposta: usare la violenza per prendere con la forza quello che non è stato in grado di ottenere attraverso il consenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di modalità di comportamento simili a quelle del sarcasmo autoritario che utilizzava all&#8217;interno della sua cerchia di amici e conoscenti al fine di manifestare una presunta superiorità e, di riflesso, compiacere l&#8217;ego di chi gli stava attorno e si sentiva da lui accettato, anche le sue azioni criminali si rivelano essere all&#8217;insegna della viltà e della vigliaccheria: tessere trame mortali contro vittime deboli ed indifese per dare solidità a quel desiderio di riconoscimento che da studente crollava miseramente nel momento in cui si trovava ad uscire dal suo ambiente protetto. Così, alle spalle del narcisismo patologico di Simon, non è difficile scorgere l&#8217;ombra del rapporto che più in generale leader, guide e maestri vari intrecciano con chi li segue e ne osanna il verbo: l&#8217;offerta di compiacenti lusinghe in cambio di una sottomissione ad idiosincrasie che si esplicano attraverso la definizione di bersagli polemici o, nel caso in cui ci sia un passaggio all&#8217;azione, di nemici da escludere o combattere. Ma quello che si nasconde sotto la pelliccia del lupo non è un capobranco: è un cane da pastore che porta il suo gregge a pascolare, e che per farlo inganna le pecore che lo seguono facendo loro credere di essere lupi a loro volta, di essere parte di un branco.</p>
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