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Franco Battiato – Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle parti (2009)
L’idea che le proprietà di un insieme, di un tutto, non possano essere semplicemente considerate come la sommatoria delle parti che lo compongono, altrimenti nota come “olismo”, percorre in vari modi e maniere la storia di diverse forme di pensiero occidentali (e non solo), da Spinoza all’epistemologia della complessità, passando attraverso la psicologia della Gestalt, Quine ed innumerevoli altri nomi e teorie. E quando un richiamo così forte ed esplicito si trova ad essere collocato direttamente nel titolo dell’album, risulta difficile non considerarlo come una chiave di lettura privilegiata del lavoro nel suo insieme (e del suo voler essere, appunto, più della somma delle parti che lo compone). Tanto più che trattandosi di una raccolta di brani di diversa provenienza e raggruppati all’interno di un nuovo insieme, risulta chiara l’intenzione dell’autore di riprendere diversi passaggi della propria carriera e riconnotarli all’interno di un nuovo contesto: l’Inneres Auge.
Il fatto che la prima traccia, oltre a dare il titolo all’album, sia anche l’inedito che apre l’album può essere interpretato come la chiave di lettura privilegiata di questo lavoro, all’interno di un percorso che trova la propria conclusione nell’altro inedito ‘U Cuntu. Estrapolate dai loro contesti originari per essere inserite all’interno della nuova cornice fornita da Inneres Auge, le nuove versioni di brani già pubblicati (e parimenti le due cover inserite nella tracklist) vanno pertanto rilette in base al nuovo ambito discorsivo che le sussume. Ma non si tratta di un discorso nuovo, di un cambio di direzione nei contenuti espressi da Battiato; anzi, si tratta di un’ennesima conferma di quanto già sostenuto ed espresso nel corso degli anni. In modo chiaro ed esplicito, il tema dell’insoddisfazione nei confronti del presente e del desiderio di alterità diventa qui il filo conduttore che collega le tracce qua racchiuse, a partire dalla title track dove assume il profilo dell’invettiva.
Si tratta di quell’espressione di insoddisfazione nei confronti della vita moderna e di indignazione rispetto ad una presunta decadenza dei costumi e dei valori rispetto ad altri posti come ideali (desiderata) che già aveva trovato espressione, tra i molteplici, in brani come Un Altro Addio, No Time No Space o La Quiete Dopo Un Addio (riproposte in questa sede). Conseguenza di questa piccata indignazione è una narcisistica ed autocelebrativa espressione di superiorità e distacco, direttamente proporzionale al semplicismo utilizzato nell’affrontare la materia in oggetto. Si trova qui ad essere esplicitato quanto altrove rimane sullo sfondo: l’ego di Battiato e la convinta autocelebrazione della sua superiorità rispetto ad un mondo che lo disgusta, che non fa nulla per modificare o cambiare ma che anzi gli serve come termine di raffronto (posto come) negativo per affermare la sua propria superiorità morale ed intellettuale in relazione ad una scala gerarchica che lui stesso pone come metro di giudizio.
Quello vagheggiato da Battiato è un mondo snobistico ed elitaristico, fatto di raffinati studi, ascolti e lettura, contrapposto ad una realtà semplicisticamente letta secondo una chiave manichea che mira a separare una minoranza di persone apprezzabili per la loro cultura e raffinatezza da una moltitudine rozza ed abbrutita da media e tecnologia in generale. La contrapposizione che schematicamente presenta tra linea orizzontale (materia) e linea verticale (spirito), nell’evidente e dichiarata volontà di riaffermare il valore di quest’ultima, non è altro che espressione di una riproposizione del valore della metafisica classica e delle sue gerarchie (con annesso tutto ciò che esse significano sul piano sociale e culturale). Non si tratta ovviamente di una carenza di ampiezza espositiva, cioè di un mancato dilungarsi nell’articolare un ragionamento nel limitato spazio di una canzone di pochi minuti, ma piuttosto dell’affermazione attraverso una contrapposizione tanto diretta quanto assoluta tra le gerarchie di valori tipiche della metafisica classica ed una quotidianità sospinta nel territorio della decadenza e della corruzione dei costumi.
In pratica, la poetica di Battiato contenuta nella canzone, e di conseguenza in tutto l’album (arrivando così a contaminare anche la cover di Inverno di Fabrizio De André di un approccio snobisticamente intellettuale profondamente estraneo al cantautore genevose), si condensa in una fiera autocelebrazione dell’autore che esprime il suo distacco da una realtà che lo indigna, ma che mancando di una visione del mondo capace anche solo di sfiorare la complessità della contemporaneità se la lascia inconsapevolmente alle spalle, non arrivando a sfiorarne la sfaccettata concretezza. E così, per quanto il punto di partenza sembri voler essere un sentito “mala tempora currunt”, nella contrapposizione tra la “sonata di Corelli” e le “feste private con belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato” si parte da un elementare “Ah, Signora mia…” per finire nella banalità di un “è tutto un magna-magna” in cui l’intellettuale glorifica il proprio ego mediante l’esposizione denigratoria di ciò che lo circonda, sempre a partire dal presupposto che ciò che non gli è stato consegnato dalla Tradizione come culturalmente Alto non possa essere altro che oggetto di sdegnato disprezzo.
The Big White Rabbit – Slaughterhouse (2009)
Slaughterhouse, “mattatoio”, un titolo che condensa nell’immagine che evoca, nel suo intrecciare morte, trasformazione e nutrimento, il filo rosso che lega le undici tracce che compongono questo esordio a base di sonorità provenienti dal folk rock anglofono. Da Nick Cave a Johnny Cash, passando per Tom Waits, Will Oldham, e molti altri, questo lavoro di The Big White Rabbit cerca e trova la propria dimensione naturale nell’espressione di un contenuto personale attraverso territori formalmente consolidati (emblematica in tal senso risulta Devil’s Smile, costruita attorno ad una rivisitazione di Paint It Black dei Rolling Stones e che offre un’immagine nitida di quello che è l’approccio del progetto nei confronti dei propri riferimenti culturali: non semplice riproposizione, né oltrepassamento o modifica, ma un riecheggiare che dichiara esplicitamente i propri tributi e li lascia correre liberi all’interno di una dimensione personale).
Per quanto l’espressione “concept album” sia spesso associata in modo restrittivo ad album in cui le tracce che lo compongono sono attraversate da una narrazione che le lega ed unisce (come in pietre miliari quali, ad esempio, Tommy dei The Who o The Wall dei Pink Floyd) come capitoli di un racconto con un inizio ed una fine, allo stesso tempo non può non essere utilizzata anche per indicare lavori in cui tutte le canzoni, per quanto dotate di significato autonomo, ruotano attorno ad un’idea comune (come, ad esempio, in Murder Ballads di Nick Cave and the Bad Seeds, dove tutte le traccie sono percorse da narrazioni il cui tema ruota attorno all’omicidio visto da diverse prospettive). E se nel primo caso si tratta di lavori paragonabili al romanzo, nella seconda accezione l’espressione “concept album” va ad indicare qualcosa che assomiglia ad una raccolta di racconti brevi che ruotano attorno ad un tema comune.
Ma in Slaughterhouse le cose sono ulteriormente differenti, infatti si presenta come un concept album in un senso che si colloca a metà strada tra le due accezioni citate sopra. A partire dal titolo dell’album che costituisce un esplicito rimando al romanzo di Kurt Vonnegut Mattatoio n. 5, Max Sobrero, che dell’album è unico compositore ed esecutore, ne riprende l’approccio e le tematiche offrendone una propria rilettura. Ma non si tratta di una trasposizione diretta in musica delle vicende narrate nel romanzo dello scrittore statunitense, ma piuttosto di una rielaborazione dei temi che lo animano sullo sfondo, dell’approccio che questo aveva nei confronti del testo. Quello a cui si assiste nella contemplazione di Slaughterhouse è una doppia cattura: l’album affonda esplicitamente le proprie radici nel romanzo di Vonnegut e ne ricava l’approccio alla materia narrativa, ma allo stesso tempo, distanziandosi, contamina questi elementi con tutti gli altri flussi, musicali e lirici, che lo attraversano. E come in un cocktail ben riuscito, il sapore dei liquori e degli ingredienti mescolati tra loro è differente dalle parti elementari prese singolarmente.
Ogni influenza, sia tematica che musicale, si innesta sull’idea di base increspandola, modificandola, straripandola. E proprio lo straripare i confini del già detto e del già sentito può essere visto come la cifra stilistica di questo album: dai rimandi espliciti al romanzo di Vonnegut in The Future ed in The Day When I Died (articolata su sonorità in stile Bad Seeds) alle assonanze con Tom Waits in Mary & Paul, dalla narrazione della ballata omicida Into The River a tutti gli altri personaggi che affollano questa gallerie di storie (il Supereroe, Regina che dipinge il cielo, etc.), Slaughterhouse usa una grammatica rodata e consolidata per raccontare nuove storie. Si tratta di un dire che utilizza l’alterità altrui per raccontare la propria, e che attraverso quest’ultima si premura di far sì che la tradizione a cui si aggancia non vada in alcun modo perduta. E’ un album che si smarca negli scarti e nelle differenze, che pone la propria firma su codici che riverberano le proprie azioni nel loro collidere, che si colloca ai confini delle sue zone di riferimento non per occultarle o tradirle, ma per strariparle verso un non ancora già sentito.
Non c’è alcun rapporto particolare tra i messaggi, salvo che l’autore li ha scelti con cura in modo che, visti tutti insieme, producano un’immagine di vita bella, sorprendente e profonda. Non c’è principio, mezzo o fine, non c’è suspense, non ci sono morale, cause o effetti. (K. Vonnegut)
Tenedle – Alter (2007)
Quando lo sguardo verso il passato abbandona le forme del revival e del recupero retrò per cercarne invece la sostanza, il risultato è un disco in cui le influenze sedimentate negli anni sono tasselli di un mosaico che mostra un’immagine viva e pulsante della contemporaneità. Questo è il caso di Alter, terzo album del cantautore fiorentino Tenedle, dove due solide dimensioni sonore come la canzone d’autore italiana e la new wave inglese (e non solo) a cavallo tra anni ’70 e ’80 s’incastrano e stratificano a vicenda in un lavoro moderno ed estremamente personale: e il risultato è un synth pop moderno nei suoni e nel gusto dal quale emerge la firma dell’autore nella forma dell’espressività cantautorale.
Il Battiato de La Voce del Padrone sembra incontrare i Depeche Mode all’interno di una dimensione in cui i Radiohead si muovono verso gli Ultravox, e dove sopra tutti si erge la figura di David Sylvian a indirizzare il suono elettronico, anche nella sue espressioni più melodiosamente pop, in uno spazio profondamente intimista (e infatti, le mosche sul dolce che occupano la quarta traccia sembrano essere qualcosa di più di un lontano ed involontario riferimento alle dead bees on a cake dell’autore inglese).
La tradizione della canzone d’autore italiana trova nel synth pop di Tenedle una casa moderna che non rinuncia al gusto per la tradizione. Una solida struttura elettronica liscia e cristallina viene attraversata da intrecci di ritmi e loop, di suoni e silenzi, e soprattutto di melodie, spesso stratificate in composizioni dove lo spazio elettrico del suono apre e chiude sentieri che vengono percorsi dalla voce (quando non da più flussi vocali sovrapposti). Le composizioni di Tenedle sono piccoli microcosmi ordinati dove correnti sonore si muovono coordinatamente, ora scontrandosi o sovrapponendosi, ora allontanandosi o riallineandosi, ma sempre all’interno di un disegno complessivo coerentemente unitario.
I testi riescono ad essere profondamente introspettivi senza mai rinunciare alla musicalità della parola, e la voce calda e avvolgente del cantautore diventa uno strumento che utilizza l’armamentario fornito dalla lingua italiana – le aperture delle vocali, le pulsazioni ritmate di accenti e sillabe, etc. – per offrire un’interpretazione profondamente emotiva, all’interno di costruzioni in cui il significato delle parole si scioglie con naturalezza nella materia significante. E l’introspezione carica di malinconia dei versi non raramente va a contrappuntare linee musicali, o talvolta anche parti dello stesso cantato, che non disdegnano un’apparente leggerezza, in un gioco di luci e ombre dove gli aspetti più solari vengono utilizzati, in modo quasi elementare ma non per questo semplicistico, per rischiarare e alleggerire gli aspetti più oscuri; permettendo così all’autore di mantenere quel distacco dall’oggetto della narrazione che gli consente di evitare agevolmente i rischi di un’eccessiva pateticità.
Lo scorrere del tempo percepito come inarrestabile deriva: l’inevitabilità del ritardo, dell’arrivare sempre quando tutto è già compiuto, e il ritrovarsi a contemplare evanescenti sogni che aprono fantastici mondi popolati da piccoli desideri. E nel mezzo, tra passato e futuro, un soggetto che talvolta si scopre a guardarsi attorno come il protagonista di un film che si muove nello spazio nero tra i fotogrammi. Alle spalle delle parole di Tenedle si spiega un universo cupo, malinconico, a tratti dolorante, ma mai perdente, lamentevole o sconfitto: è la voce del disincanto che contempla le proprie tristezze passate e i propri rimorsi con il distacco di chi vede in essi un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Quello del cantautore fiorentino è lo sguardo di chi si muove nel buio alla ricerca della luce, e che dopo lo smarrimento iniziale, quando gli occhi si abituano all’oscurità, si scopre ad osservare con stupore i contorni sfumati di ciò che lo circonda.
Alter è un disco che affascina fin dalle prime note, rivelandosi poco a poco e attirando l’ascoltatore attraverso i molteplici strati di una curatissima produzione. Un lavoro nel quale le parole diventano il mezzo attraverso cui prendono forma quadretti che raffigurano frammenti di vite e ricordi, ma che pur ponendosi al centro della scena non si impongono in modo netto e deciso. Proseguendo con la metafora pittorica si potrebbe dire che le tinte che utilizza tendono spesso a sfumare morbidamente nell’acquerello, piuttosto che in quei colori sintetici che solitamente si trovano abbinati all’elettro pop. È un lavoro che si avvolge nelle proprie pieghe per poi lasciarsi sfogliare, mostrarsi lentamente, e cambiare forma sotto lo sguardo dell’osservatore, lasciando trapelare nuove e mutevoli luminosità latenti sotto lo strato di oscurità.
Corde Oblique – Volontà d’Arte (2007)
Riccardo Prencipe non è certamente una figura nuova del panorama musicale italiano. Al suo attivo si possono gia contare due album sotto il nome Lupercalia (di cui uno, Soehrimnir, uscito per la storica World Serpent), e un primo album pubblicato nel 2005 per la ARK Records come Corde Oblique. Un nome quest’ultimo che comunica immediatamente quanto sia centrale il suono della chitarra classica nella struttura della musica del nuovo progetto del compositore napoletano: uno strumento che risulta chiaramente il perno compositivo di questo Volontà d’Arte, ma che all’interno del quale modula la propria presenza sulla scena mantenendo un’attenzione costante nei confronti di uno sviluppo corale delle composizioni. E infatti, lungo tutto l’album le corde di Prencipe non smettono mai di dialogare con qualsiasi strumento si ponga al loro fianco, riuscendo così a rispecchiare le intenzioni musicali del suo autore di dare al disco un’identità ben precisa, senza dover contemporaneamente rinunciare ad una immagine d’insieme raffinatamente variegata, anche grazie alla parata di ospiti che si susseguono lungo l’arco delle tredici tracce che lo compongono.
Da diversi membri di Ashram e Argine, fino agli affascinanti cantati di Simone Salvatori (alias Spiritual Front) e Catarina Raposo (dei portoghesi Dwelling), passando attraverso le splendide voci di Caterina Pontrandolfo, Floriana Cangiano, Claudia Florio (soprano ex-Lupercalia) e molti altri ancora in diversi ruoli, tutti concorrono ad aggiungere qualcosa ad un album in grado di incantare fin dal primo ascolto.
Il recupero della tradizione folk in Volontà d’Arte avviene attraverso l’intreccio di questi suoni con sonorità mediterranee in una dimensione modernamente eterea. Il risultato sono tredici composizioni in cui le corde oblique di Prencipe si assicurano uno spazio da protagoniste sulla scena senza però mai abbandonarsi a sfoggi tecnici o virtuosismi fini a sè stessi: gli arpeggi e le melodie che genera continuamente nella più completa disinvoltura, si intrecciano con una semplicità e una naturalezza quasi istintiva con le note che di volta in volta gli vengono offerte dai suoi ospiti.
Il risultato è un album dal sapore modernamente mediterraneo in cui ritmati passaggi infuocati e ardenti si alternano a suggestive aperture melodiche lente e malinconiche, e in cui passionali pulsioni romantiche si intrecciano con meditative e malinconiche contemplazioni crepuscolari. E tutti questi elementi si fondono in una forma di eleganza e raffinatezza compositiva in grado di evocare paesaggi e dimensioni lontani nel tempo e nella memoria, come ricordi sfumati che anziché abbandonarsi alla tristezza e al rimpianto per qualcosa perduto e distante nel tempo, riescono, proprio grazie ai loro contorni indeterminati che talvolta sconfinano nell’immaginazione, a farsi contemplare in lontananza e a suscitare una forma di malinconica serenità.
Dalla delicatezza pianistica quasi nymaniana di La pioggia sui tasti, alla Kaiowas dei Sepultura smontata e riarrangiata in chiave acustica con ritmiche mediterranee a sostituire le spinte tribali del gruppo brasiliano, dall’intensità vocale di Caterina Pontrandolfo in Cantastorie, Amphiteatrum puteolanum e nella title-track Kunstwollen, alle interpretazioni cariche di enfasi di Simone Salvatori in Atheistc woman e di Catarina Raposo in Olthos cinzentos, le tredici tracce che compongono l’album vanno a formare una galleria d’arte in cui le singole opere condividono un tema comune, ma in cui allo stesso tempo ognuna di esse risulta essere troppo impreziosita di piccoli particolari e sfumature per poter essere completamente ricondotta ad un elemento generale. Una sorta di rappresentazione teatrale in cui l’autore protagonista entra ed esce in continuazione dal centro della scena, ora ponendosi visibilmente sotto i riflettori, ora defilandosi con disinvoltura in un angolo poco illuminato del palco per far sì che tutti gli attori che condividono la scena con lui possano di volta in volta esibire al meglio le loro doti.
Volontà d’Arte s’innesta così in quello spettro musicale che parte dal lato più etnico degli ultimi Dead Can Dance e arriva alle suggestioni degli aspetti più eterei di gruppi come Elane, ma lo fa con uno stile ed una classe assolutamente personale, affondando senza esitazione le mani nella propria storia e nelle proprie radici musicali; non riproponendole semplicemente come uno studio archeologico, ma interiorizzandole e rielaborandole in base ad un gusto moderno in grado di rivitalizzarle donando loro nuova linfa. E grazie a tutto ciò Riccardo Prencipe si conferma, oggi ancora più che in passato, come una figura di primo piano, creativamente e artisticamente, del panorama musicale italiano.
Lento – Earthen (2007)
Tre chitarre, un basso, una batteria e fiumi di sample, questi gli strumenti che i romani Lento hanno scelto di utilizzare per dare vita al muro sonoro che contraddistingue il loro primo full lenght, un esordio su Supernatural Cat che fa da seguito al precedente split con gli Ufomammut. Un solido impianto a base di potenti ritmiche sludge e cupi passaggi drone, saldamente cementati tra loro su fondamenta che riecheggiano il lato più tetro ed scuro del post rock; il tutto presentato all’interno di un’ottima produzione, estremamente curata e capace di esaltare, oltre ai suoni dei singoli strumenti, soprattutto le dinamiche che questi generano dialogando tra loro e che costituiscono il vero cuore pulsante del disco.
Le influenze sono molteplici: dalle tensioni nevrotiche dei Neurosis alle dinamiche esplosive dei Godspeed You! Black Emperor, dagli incubi di Sunn O))) e Khanate fino alle ossessioni industriali dei Godflesh. Tutto questo e altro ancora si trova mescolato in una formula sonora minacciosa e apocalittica, in cui non è importante quale particolare possa essere considerato nuovo in sé, ma in cui l’originalità è costituita dalla capacità del gruppo di assimilare molteplici elementi per poi farli suonare in un insieme omogeneo personale.
Ed infatti, considerare questo lavoro come un semplice patchwork d’idee derivate qua e là significherebbe fare un torto ai suoi autori. Perché se da un lato le influenze che un gruppo esibisce possono talvolta manifestare il limite di una creatività dedita all’emulazione o alla mera riproposizione di codici usurati, alternativamente possono anche essere un modo per esibire il proprio peculiare valore attraverso la capacità di manipolare elementi consolidati, di prenderne il controllo per modificarli e rinnovarli all’interno di una dimensione personale.
Ed è decisamente a questa seconda attività che i Lento dedicano la propria attenzione: le influenze che il gruppo sembra aver accumulato e interiorizzato nel tempo, vengono smontate e trasformate in elementi destinati a confluire nei confini di un nuovo paesaggio. E qui, sebbene non prive del loro significato originario, ma anzi proprio in funzione di questa eredità, assumono un valore differente grazie alle relazioni che riescono a stabilire nel nuovo intreccio. E attraverso il taglio trasversale che offre di diversi ambiti musicali ed influenze, il gruppo riesce nell’impresa di mettere un marchio bene in vista sul suo suono.
Volendo avvalersi di una similitudine, si potrebbe dire che nel loro insieme i circa quaranta minuti interamente strumentali che compongono l’album si presentano come la colonna sonora di un cupo film di fantascienza cyberpunk imbevuto di misticismo apocalittico. Sarebbe inutile soffermarsi sulle singole tracce, e certamente non per uno scarso valore di queste, quanto piuttosto per la loro evidente distanza dalla forma canzone rock classica. E di fronte a questa composizione monolitica che si mostra in varie parti, affiora l’esigenza di un ripetuto abbandono all’ascolto per sentire emergere i piccoli particolari che queste celano al loro interno.
Feedback e dilatazioni psichedeliche, riff pastosi e ammiccamenti dark ambient, massicci drumming e atmosfere sfumate, questi sono solo alcuni degli elementi che si susseguono nell’album, a volte alternandosi seccamente e a volte sfumando quasi impercettibilmente l’uno nell’altro: una sorta di magma sonoro capace di esibire le turbolenze che si agitano in profondità anche quando la superficie sembra apparire calma se non per piccole increspature e lievi vibrazioni.
In definitiva, un album che stupisce e affascina, in grado di farsi apprezzare tanto all’inizio, quando la novità dell’ascolto scivola via nel suo alternarsi di compatte progressioni cadenzate e di aperture ampie e vibranti, come anche in seguito, quando questo microuniverso sonoro, attraverso molteplici rimandi a generi e gruppi, si allarga a macchia d’olio andando a situarsi saldamente in territori che ad un primo ascolto potevano essere apparsi soltanto come limitrofi.
Aquefrigide – Un Caso Isolato (2006)
Dopo la pubblicazione di due demo, l’album d’esordio della one man band di Bre Beskyt Dyrene si rivela essere, fin dai primi ascolti, una scommessa vinta a mani basse. L’ambito in cui si colloca il progetto è perlopiù un metal moderno con intenzioni industrial, perlomeno nell’accezione che viene data a questa definizione quando si fa riferimento a gruppi come Rammstein e Nine Inch Nails; un aspetto, questo, al quale si affiancano virate verso riff e ritmiche metalcore, nonchè passaggi vocali che in più di una occasione rimandano ad un grunge sanguigno e selvaggio.
Ma pur partendo da una solida base di riferimenti musicali, Aquefrigide non sembra utilizzarli per sommarli in un nuovo quadro, quanto piuttosto per mettere in atto una continua sottrazione: una serie di elementi differenti che vengono fatti cortocircuitare tra loro per far sì che possano destabilizzarsi a vicenda, in una cornice che comunque non perde mai di vista la propria identità. A nevrosi ai limiti della schizofrenia che privano l’impianto metal della sua linearità e regolarità si affiancano suoni secchi e taglienti che, a loro volta, vanno a filtrare l’anima grunge dei suoi aspetti più immediati. E in aggiunta a tutto questo, la presenza di tracce semiacustiche aumenta l’effetto di dissociazione complessivo dell’album; si tratta di veri e propri punti di rottura in una sequenza di metodici assalti, ma che comunque riescono ad occupare dei posti coerenti nell’economia dell’album, in ragione sia dell’impianto lirico, sia di una scrittura che non solo rispecchia, ma anche amplifica l’unitarietà complessiva del lavoro, e che trova nell’uso della parola il suo maggiore punto di forza.
In questo album non ci sono storie da raccontare o messaggi da comunicare. Un Caso Isolato è una raccolta di spasmi di una psiche sotto assedio. Un brano dopo l’altro si alternano, e si mescolano tra loro dissolvendosi a vicenda, ricordi, visioni, desideri, ossessioni, e quanto altro possa contribuire a rendere affollata la mente di un individuo rinchiuso nella sua solitudine. Si tratta del riaffiorare di pulsioni represse che con rigenerata violenza s’impossessano dello sguardo alterandone le percezioni, di oscuri desideri che riemergono sotto forma di voci in una mente sdoppiata, del parlarsi addosso di Io infantili creduti morti e che invece si ridestano e cantano filastrocche distorte dal tempo. È l’assassino che si separa da sé, uccide i propri doppi e poi rimane a contemplarne il rigor mortis.
A fornire ulteriore forza e impatto ai testi, c’è inoltre l’intenso lavoro di scrittura e di alternanza di registri stilistici che Bre Beskyt Dyrene utilizza per offrire un corrispettivo a livello formale della sostanza dei flussi verbali che affollano le singole tracce. Dai versi imprigionati in metriche rigidamente accentate e scandite, fino a quelli liberi che rasentano lo stream of consciousness, passando attraverso rime e assonanze più o meno strette, gli sdoppiamenti espressi a livello di contenuto si rispecchiano in una serie di forme che ondeggiano costantemente tra una razionalità metrica fortemente squadrata e un delirare la parola in flussi verbali convulsi, con tutte le molteplici sfumature che è possibile ottenere quando questi due stili entrano in contatto tra loro, ora scontrandosi seccamente, ora invadendosi a vicenda in una lotta senza vincitori.
Quello che Bre Beskyt Dyrene offre all’ascoltatore è un album cupo, scuro e rabbioso, riuscendo ad evitare agevolmente i clichè di un tono depresso o arrabbiato di maniera, ma piuttosto avventurandosi nella musica come in un labirinto di specchi nel luna park di una città fantasma, con l’occhio disincantato di chi vede la propria immagine spezzarsi, deformarsi e moltiplicarsi all’infinito intorno a sé, e con lo sguardo perso di chi si trova a fissare rapito le macchie e le ragnatele accumulate nel tempo.
Cheope – Downloadideas (2006)
Con Downloadideas i romani Cheope offrono quattordici tracce, per un totale di oltre settanta minuti di musica, per un cocktail a base di metal che con molta immediatezza si rivela tanto moderno quanto dichiaratamente legato al proprio passato. E difatti, per tutta la durata dell’album, metal classico e nu-metal sono i due elementi principali che si avvolgono paralleli come in una spirale a doppia elica, permettendo che nello spazio che li separa possono innestarsi anche ingredienti apparentemente eterogenei come il ragamuffin, il funk o sonorità tribali – sempre e comunque inglobati all’interno di una struttura in grado di assimilarli senza fatica e renderli metal. Il binomio nu-prog, cioè l’unione di due elementi solitamente così lontani da far quasi pensare ad un ossimoro, potrebbe suggerire l’idea di un risultato improbabile o confuso, ma alla luce dell’ascolto, il progetto Cheope si dimostra, al di là dei sempre possibili e auspicabili miglioramenti, tutt’altro che acerbo, con la sua capacità di esibire già un proprio discorso musicale.
Da un lato si possono trovare le sonorità e immediatezza tipiche del nu-metal più diretto e aggressivo, in stile primi Korn e System Of A Down, quello che sempre più spesso viene ad essere definito crossover metal al fine di distinguerlo dalla vulgata a base di scontati riff pesanti, bassi cadenzati e il quasi ineludibile utilizzo della voce urlata nelle strofe e cantata nel ritornello. Dall’altro lato, e in modo quasi preponderante, si ergono sonorità classiche che sembrano partire dai Queensryche di Operation Mindcrime per arrivare ai Dream Theater di Scenes from a Memory passando attraverso le lezioni di gruppi come Fates Warning, Sanctuary e Pain Of Salvation, ma che comunque si guardano bene dallo sconfinare nei territori del tecnicismo fine a se stesso.
All’interno delle singole tracce, l’espressiva voce del cantante sembra muoversi a proprio agio con diversi registri, e spesso viene supportata dai cori del resto del gruppo che, per quanto non nasconda le proprie doti tecniche, non si abbandona a prolisse esibizioni di virtuosismi tecnici. L’accoppiata basso e batteria costituisce una solida base ritmica al di sopra della quale le due chitarre riescono ad alternare riff, arpeggi e assoli con disinvoltura, sia generando tappeti sonori nel più classico stile heavy metal, sia andando ad intrecciarsi con gli inserti elettronici in funzione di passaggi strumentali d’atmosfera capaci di rimandare ai Tool più lineari. E proprio dal punto di vista strumentale, per quanto le sonorità siano indubbiamente prog-metal, i Cheope sembrano adottare un’ottica complessivamente classic heavy nella creazione e cura dei pezzi: ci sono tecnica, potenza, melodia, precisione e velocità nell’esecuzione, ma il tutto è asservito alla realizzazione di brani in grado di arrivare all’ascoltatore in modo molto immediato. Quasi come se l’immediatezza del moderno crossover fosse utilizzata per convogliare la tecnica e il gusto prog-metal in una dimensione anteriore rispetto alle varie derive tecniciste.
Dal punto di vista lirico, se si considerano singolarmente i testi, questi non risaltano per particolari soluzioni linguistiche o per ricercatezza stilistica, adagiandosi su narrazioni in prima persona che fanno uso di espressioni piuttosto standard (in ogni caso è da notare come godano di un buon inglese in grado di incastrarsi con molta naturalezza nella struttura musicale dei singoli brani). Ma osservando il lavoro nella sua interezza, i testi riescono ad ottenere un valore aggiunto; pur senza caratterizzarsi esplicitamente come tale, Downloadideas si muove ai confini del concept album. Le narrazioni che accompagnano la musica si susseguono muovendosi all’interno di uno spazio tematico piuttosto omogeneo, finendo così con il ruotare attorno ad uno stesso argomento: la posizione di questioni di cui il titolo dell’album sembra rappresentare tanto la causa quanto una possibile soluzione. I diversi soggetti/punti di vista delle varie tracce sono accomunati da incertezza, distacco e spaesamento, da sensazioni che derivano il proprio disagio dalla mancanza di mezzi concettuali adatti a fronteggiare i cambiamenti del mondo (esteriore/interiore) all’interno del quale si trovano immersi. E in un simile contesto, il “download” di idee si pone contemporaneamente come malattia e come cura: se da un lato è un flusso incontrollato di concetti e informazioni a costituire la radice del disorientamento, dall’altro proprio nella ricerca di nuove idee e prospettive è rinvenibile la possibilità di recuperare una stabilità minacciata o indebolita.
Dal punto di vista del mixing e della produzione, il prodotto è indubbiamente molto pulito e curato sotto ogni aspetto. E forse non potrebbe essere altrimenti, dato che sfogliando le note bel booklet allegato, alla voce mastering escono fuori i nomi importanti degli Sterling Studios di New York e di un ingegnere del suono quale George Marino. Certamente non si sta parlando di avant-garde, di musica sperimentale o di un tentativo di riscrittura dei codici fondanti del genere di riferimento, ma in un ambito musicale come quello metal, e soprattutto per un lavoro che affonda tanto pesantemente quanto esplicitamente le proprie radici in un settore ben definito e talvolta autoreferenziale come il prog metal, Downloadideas è un album che oltre a gusto e competenza tecnica dimostra coraggio e desiderio di lasciare un segno.



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