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Pornosofia
Alla fine degli anni ’60, quando nella società italiana cominciano ad entrare in contrasto l’affermarsi dei temi legati all’emancipazione sessuale con i costumi tradizionali, uno dei grandi maestri del cinema italiano realizza un film nel quale cattura in modo esemplare questa tensione. Il regista è Fernando Di Leo, ed il film è Brucia Ragazzo, Brucia. In breve si tratta della storia di Clara, una signora borghese che, durante una villeggiatura estiva al mare in compagnia della figlia e della zia, viene sedotta da uno studente bagnino e per la prima volta nella sua vita prova un orgasmo. Clara confessa l’accaduto al marito e gli chiede per quale motivo con lui non era mai accaduto. Il marito, furioso, la tratta da puttana affermando la propria volontà di lasciarla e portare la figlia con sé negli Stati Uniti. Il marito esce di casa e la donna sprofonda in un abisso di disperazione e decide di uccidersi ingoiando una dose letale di psicofarmaci. Una volta tornato in casa, l’uomo capisce immediatamente cosa ha fatto la moglie e potrebbe chiamare un’ambulanza e salvarla; invece decide di uscire nuovamente, facendo finta di non essere tornato e non avere scoperto l’accaduto, e la abbandona a morte certa. Quello che Di Leo porta sullo schermo è l’evidente contrasto tra il risveglio sessuale femminile e le resistenze che questo incontra all’interno di una cultura e di una tradizione nella quale il maschio occupa indisturbato una posizione di dominio incontrastato. Al di là della questione del tradimento, la richiesta di spiegazioni da parte della donna sul perché facendo sesso con il marito non abbia mai avuto modo di provare un orgasmo provoca nel marito due immediate conseguenze che si intrecciano indissolubilmente: un’involontaria accusa di inadeguatezza (il marito non ha mai fatto provare un orgasmo alla moglie) va a sfumare in un quadro all’interno del quale anche la donna rivendica il diritto di godere, di provare piacere e di non doversi più trovare sottomessa alla concezione della sessualità del marito. E specularmente, per quanto infastidito dal tradimento, la rabbia del marito nasce soprattutto dal trovarsi di fronte una donna che, rivendicando il proprio diritto al piacere, sovverte la sua visione del mondo, la sua concezione dei rapporti tra uomo e donna e dei confini che ne dovrebbero limitare il comportamento in modo esclusivo. Non solo liquida ciò che ha fatto il bagnino per farle provare piacere come “tecniche”, ma afferma chiaramente che l’assenza di orgasmi nella vita sessuale della moglie era frutto del suo controllo. In pratica, lui è convinto non solo che la donna non abbia il diritto di provare piacere, ma anche che un simile desiderio sia vizioso ed innaturale: “Hai conosciuto una parte di te che non m’interessa, dove hai trovato delle voglie innaturali… Essere donna ha dei limiti… oltre i quali esiste solo il vizio“.
Il film di Di Leo è ben lontano dal poter essere considerato pornografico, ma proprio nel suo evidenziare il contrasto tra una sessualità alla ricerca di un’affermazione di sé ed un’ideologia dominante che cerca di controllarla reificandola, il tema che affronta è tutt’altro che distante da uno degli elementi che dividono coloro che si occupano di porno (nello specifico di cinema ed affini), nonché da uno dei temi che Simone Regazzoni affronta nel suo saggio Pornosofia: la questione riguardante l’idea che qualsiasi donna, nel momento stesso in cui esibisce pubblicamente la propria sessualità, contribuisca a consolidare una certa concezione maschilista della donna come oggetto. In pratica, chi critica il porno sulla base di una presunta sottomissione della donna ad una visione maschilista della sessualità, sostiene che la pornografia non sia altro che una manifestazione di un’ideologia maschilista imperante, indipendentemente da quali possano essere le scelte ed il livello di consapevolezza delle attrici coinvolte. Ma è proprio in virtù di ciò che una simile letteratura finisce con l’assumere proprio i connotati di ciò che critica. Infatti, essendo l’oggettificazione un processo di interpretazione, la letteratura anti-porno oggettifica la donna proprio attraverso l’atto di non tenere in considerazione la volontà della donna (l’attrice), le sue scelte e la sua ricerca di soddisfazione. Come il marito di Clara che si infuria di fronte alla moglie che chiede spiegazioni sul perché non abbia mai provato un orgasmo, come se il suo desiderio di provare piacere fosse non solo inopportuno ma addirittura pericoloso per il mantenimento degli equilibri famigliari (da cui la minaccia di portarle via la figlia), così la letteratura anti-porno che non tiene in considerazione la volontà dell’attrice di praticare il sesso davanti ad una telecamera ne mortifica allo stesso modo l’autodeteterminazione, il diritto di utilizzare il proprio corpo per arrivare ad una qualche forma di soddisfazione. Si tratta di quella che Michel Foucault definiva come l’abiezione di parlare per gli altri, la pratica di parlare per conto di altre persone senza interpellarle (di parlare per conto degli omosessuali senza tenere conto delle loro opinioni, degli abitanti di un ghetto senza che sia presente nessuno di loro, della sessualità di un’attrice porno senza che questa possa esprimersi in prima persona e così via).
Vale la pena di notare che comunque le osservazioni di chi sostiene che durante la visione di un film pornografico la donna possa essere vista come un oggetto sessuale non sono completamente infondate. Essendo questa un’operazione che viene compiuta da chi guarda, e per quanto possa risultare assai difficile pensare che i milioni di uomini che osservano donne nude dedicarsi alle più diverse pratiche sessuali siano dediti alla contemplazione delle attrici nell’affermazione del diritto all’autodeterminazione, va comunque rilevato che non è la produzione in sé (il film) ad oggettificare la donna, ma lo sguardo di chi guarda. L’eventuale giudizio dello spettatore secondo il quale un’attrice che si spoglia o che fa sesso davanti ad una telecamera sia da considerare, proprio in virtù di questo suo agire, un oggetto sessuale ed in quanto tale sia dominabile e dominato rimane una responsabilità di chi esprime il giudizio stesso, cioè di chi guarda. Attribuire responsabilità riguardanti l’oggettificazione della donna ad una Jenna Jameson o ad una Sasha Grey a partire dal loro diritto ad utilizzare il proprio corpo come meglio crede significa avallare la mentalità maschilista per cui una donna che vive liberamente la propria sessualità può essere legittimamente disprezzata in pubblico (quella mentalità maschilista secondo la quale, ancora oggi, un uomo che va a letto con molte donne è un playboy o un rubacuori, mentre la donna che fa altrettanto con molti uomini è una puttana) e quindi, implicitamente, avallare e giustificare discriminazioni. Si tratta in pratica di un processo simile a quello che viene utilizzato all’interno di contesti politically correct (e non solo), nei quali la forza di problemi concreti viene smorzata ed esorcizzata dietro modifiche linguistiche superficiali che non vanno nemmeno lontanamente a sfiorare i nuclei problematici delle questioni. E il risultato di una simile prassi conduce inevitabilmente ad una deresponsabilizzazione (parziale o totale) del soggetto rispetto alle sue opinioni o azioni attraverso l’attribuzione di colpe a certi tipi di produzioni culturali (musica, film, fumetti, videogiochi, etc.). L’ovvia conseguenza di un simile approccio consiste nel poter affermare che se un uomo considera le donne degli oggetti sessuali non sarebbe interamente colpa sua, ma sarebbe stato indotto a pensarlo dalle attrici che si concedono sessualmente davanti ad una telecamera. Fondamentalmente si tratta di un processo analogo a quello in base al quale alcune persone hanno cercato di attribuire ad un Marilyn Manson una parte di responsabilità per quanto avvenuto alla Columbine, oppure che ha portato altri a sostenere che la violenza giovanile sia una conseguenza anche del diffondersi di un certo tipo di videogiochi, di film, e così via.
Posta la questione relativa all’assoggettamento della femminilità ad una mentalità maschilista, un’ipotetica soppressione dell’industria porno non andrebbe a modificare le sue condizioni concrete, esattamente come smettendo di chiamare “negri” gli abitanti di un ghetto non se ne migliora le condizioni di vita. Anzi, al contrario, le si andrebbe ad occultare dietro un velo di ipocrisia. Ammesso che ci sia una questione riguardante un dominio culturale di matrice maschile, non è occultando la pornografia e confinando la sessualità femminile nell’ambito del privato (come nell’esempio di Clara e suo marito nel film di Di Leo) che il predominio maschile viene messo in discussione. Allo stesso modo di come la parvenza di rispetto che fa capolino dietro le reazioni scandalizzate a seguito dell’utilizzo di termini come “frocio” o “negro” è solo una barriera che nasconde un potere che mantiene inalterati i propri equilibri dietro l’educata maschera del politically correct. Sia chiaro, qua non si sta mettendo in discussione il diritto che un gruppo di persone ha di non essere definito con termini che considera dispregiativi o offensivi in generale (come, appunto, “frocio” o “negro”), quanto piuttosto le scale di valori in base alle quali, per fare un paio di esempi, un servizio giornalistico in cui si mostrano dei neri che vivono confinati all’interno di ghetti in condizioni ai limiti della sopravvivenza suscita meno scandalo rispetto ad un altro in cui per qualche motivo viene pronunciato il termine “negro”, così come suscita meno scandalo un discorso che educatamente (ed in modo politicamente corretto) discrimina gli omosessuali rispetto a quello di chi, magari anche solo per provocazione e senza intenti discriminatori, li definisce “froci”. Di fronte ad un ipotetico servizio intitolato “Lo sfruttamento della manodopera negra”, non è difficile immaginare la reazione di chi si scandalizzerebbe più per il fatto che la manodopera è stata definita “negra”, che non per il fatto che viene sfruttata. Nel momento stesso in cui si sostiene che le scelte della pornostar che si afferma attraverso la spettacolarizzazione della propria sessualità sono inconsapevoli e vittime del predominio maschile, si finisce con l’avallare i pregiudizi di chi, di fronte ad un film porno, crede di aver trovato una conferma delle proprie opinioni secondo cui se una donna non è una santa del focolare allora è necessariamente una puttana. Come se dal giudizio sull’attrice fosse naturale ricavare un giudizio sulla persona fuori dal set, e viceversa. Senza considerare che si tratta pur sempre di cinema.
Che gli attori impegnati sul set stiano facendo realmente sesso, è evidente. Ma per quanto possano essere reali gli atti sessuali compiuti davanti alle telecamere, una volta finito di girare e montato, il film porno non costituisce una rappresentazione della realtà. Si tratta indiscutibilmente di un tentativo di rappresentarla, ed in tal senso potrebbero essere trovati dei punti di contatto con quanto teorizzato dai registi neorealisti italiani. Ma proprio come nel caso del Neorealismo, la verosimiglianza (nonché l’efficacia delle immagini) non viene ottenuta attraverso una sorta di ingenuo filmare qualcosa che accade davanti all’obiettivo. E non si tratta solo dell’interpretazione degli attori, del loro dedicarsi ad un’attività sessuale sacrificando il proprio piacere e la propria comodità in favore dell’occhio della videocamera. La narrazione dell’atto sessuale non avviene solo attraverso l’interpretazione degli attori sul set ma anche, quando non soprattutto, attraverso il posizionamento della videocamera ed il successivo montaggio delle sequenze. Trattandosi di cinema, la scelta delle inquadrature, la distanza della videocamera dai corpi che vengono ripresi, la scelta dei piani di ripresa (interi piuttosto che primissimi), i movimenti di macchina, nonché, in fase successiva, la presenza o meno di una colonna sonora (ed eventualmente quale), la scelta di quale ordine dare alle riprese, il ritmo con cui avvengono gli stacchi, l’uso dell’alternanza di campo e controcampo, l’eventuale utilizzo di espedienti quali la dissolvenza incrociata o la sovrimpressione, e molto altro ancora, sono tutti elementi che vanno a costruire una grammatica filmica in base alla quale non è possibile liquidare ciò cui lo spettatore finale assiste come generica ripresa di un atto sessuale. Una sequenza di un film pornografico non cattura l’atto sessuale, piuttosto ne fornisce un racconto, la narrazione vista da una o più prospettive. E si tratta di una narrazione nella quale, proprio in funzione del suo obiettivo mirante ad un coinvolgimento del pubblico, il corpo femminile deve essere fatto risaltare, attraverso luci, inquadrature, abbigliamento sexy e quanto altro. Tutti elementi inaccettabili all’interno di una cultura nella quale l’uomo voglia mantenere il controllo sulla donna, nella quale il successo al di fuori delle mura domestiche deve essere scoraggiato perché rappresenterebbe una minaccia al suo potere ed alla sua autorità. In Italia, da un punto di vista cronologico, l’avvento della pornografia precede l’abrogazione delle disposizioni sul delitto d’onore, e non viceversa.
Popoli colorati
L’espressione “rivoluzione colorata” viene utilizzata per definire un evento avente come obiettivo la lotta politica e l’affermazione di una fazione mediante un’opposizione che non prevede la lotta armata: solitamente ciò avviene attraverso il ribaltamento di un risultato elettorale, in seguito ad una nuova consultazione derivante dall’annullamento di una votazione accusata di essere viziata da brogli ed irregolarità. Attraverso una prassi che fa riferimento in modo più o meno diretto alle teorie di lotta non violenta formulate da Gene Sharp, nelle rivoluzioni colorate l’uso della piazza e di contestazioni in generale sono utilizzati per far sì che al candidato uscito perdente in sede di voto venga offerta una seconda opportunità di essere eletto; tutto questo dopo una delegittimazione del risultato del voto dichiarato accusato di essere frutto di brogli ed inganni ai danni del popolo che invece avrebbe espresso una volontà differente. Spesso si tratta di campagne preparate già prima del voto, in fase di propaganda elettorale, che vedono il leader dell’opposizione attaccare violentemente l’avversario (non risparmiando accuse di disonestà, corruzione o addirittura collusione con organizzazioni criminali) al fine di screditarne la credibilità istituzionale. Nelle dichiarazioni d’intento pronunciate pubblicamente dai leader (e non solo) di tali rivoluzioni, si tratterebbe di eventi che avrebbero come scopo l’affermazione dell’identità e dei valori di popolazioni vittime di un regime dispotico ed illiberale. E conseguentemente, all’interno di un simile contesto, ed anche con l’appoggio di una parte della comunità internazionale e dei media occidentali (in special modo in quelli di matrice inglese e statunitense), i contestatori vengono spesso rappresentati come eroici idealisti che, attraverso una ferma resistenza non violenta, si oppongono ad un regime autoritario in nome dei valori della libertà e della democrazia. Ma per quanto risulti difficoltoso negare come probabilmente la maggioranza di coloro che affollavano ed occupavano le piazze fosse in buona fede, a distanza di tempo, e con la possibilità di valutare gli eventi che hanno fatto seguito simili eventi, rimane ciò che la storia ha decretato e si appresta ad archiviare. Indipendentemente da quanto potesse essere effettivamente sincera ed in buona fede la richiesta di una società migliore da parte delle folle che hanno protestato, hanno contestato, si sono opposte e, nei casi di vittoria, hanno gioito per il raggiungimento dell’obiettivo che si erano prefissate, le forze, in special modo economiche, rimaste nell’ombra fino a quando la lotta non si è conclusa, non hanno tardato ad uscire allo scoperto e a mostrare il loro volto nel momento in cui il candidato di cui avevano appoggiato la causa è riuscito a conquistare una posizione di potere dominante.
Osservando le dinamiche che hanno frequentemente animato i diversi tentativi di “rivoluzione” nel corso degli ultimi anni, come nel caso del successo della rivoluzione del 5 Ottobre in Serbia nel 2000, o nel caso del fallimento della più recente tentata rivoluzione verde in Iran, si tratta sempre di una medesima strategia che, mescolando idealismo populista e marketing politico, trascina le folle in piazza per contestare il potere vigente e far sì che possa essere sostituito da un altro che viene presentato come più vicino alle esigenze del popolo, ma che in realtà ha il merito di essere più favorevole alla penetrazione dall’esterno da parte di istituzioni economiche e finanziarie internazionali. Malgrado l’uso di una terminologia e di slogan in generale impregnate di fervore “rivoluzionario”, quelle colorate si dimostrano ben distanti dall’essere rivoluzioni vere e proprie. Anzi, in senso stretto, sia in base agli obiettivi prefissati, sia in base ai risultati ottenuti in caso di successo, più che di rivoluzioni si tratta di restaurazioni, cioè di modi attraverso i quali una classe dirigente ne soppianta un’altra lasciando intatta la struttura del regime in generale. A differenza di quanto avviene nelle vere rivoluzioni, in quelle colorate l’ordinamento sociale e le strutture di potere non vengono minimamente messi in discussione. Si tratta esclusivamente di sostituire una lobby con un’altra, lasciando inalterato il contesto attraverso cui chi otterrà posizioni di comando potrà esercitare il suo potere. Facendo un rapido excursus attraverso quanto accaduto nei paesi appartenenti all’area ex-Sovietica, cioè dove le rivoluzioni colorate hanno ottenuto i loro maggiori successi, il bilancio che se ne trae è un elenco di popoli delusi, finiti col passare da un regime ad un altro che, oltre a non migliorarne le condizioni di vita, le ha addirittura peggiorate smantellando le strutture e le garanzie sociali interne per permettere una più agevole penetrazione dall’esterno da parte di organismi finanziari internazionali. A grandi linee è possibile individuare in due motivazioni il mezzo che gli organizzatori hanno utilizzato per ottenere l’appoggio delle masse nella conquista del potere: la lotta contro un potere vigente accusato di essere autoritario ed illiberale, e la contestazione dei risultati elettorali, dichiarati illegittimi in quanto viziati da presunti brogli. Ma sullo sfondo di simili lotte non c’è mai stato alcun interesse che spingesse ad emancipare le masse dalle condizioni di disagio in cui si trovavano, infatti l’ordinamento della società che ne ha causato le sofferenze non è mai stato minimamente messo in discussione. Per fare un paio di esempi, le rivoluzioni colorate presentano scenari paragonabili a quello che avrebbe potuto essere un’ipotetica Rivoluzione Francese se, anziché lottare contro l’Ancien Regime, i rivoluzionari si fossero coalizzati ad esponenti di questo per contrastare chi deteneva il potere ed arrivare ad un risultato che vedesse l’instaurazione di un altro Ancien Regime in mano a casati differenti; o ancora, le si potrebbe paragonare a quello che avrebbe potuto essere un’ipotetica Rivoluzione d’Ottobre che, anziché avere come obiettivo la creazione dei soviet, non avesse mirato ad altro che a portare alla guida del paese una nuova dinastia di zar. Ed è proprio in base a questa loro natura non-rivoluzionaria che trova un senso l’uso di oggetti, colori e simboli in generale per affermare l’identità del popolo che contesta: non trattandosi di folle unite sulla base di un’ideologia alternativa a quella che anima il potere vigente, la loro identità viene prodotta artificialmente attraverso l’uso di un simbolo (il colore arancione, il colore verde, le rose, etc.), cioè di un marchio che funziona da brand politico. Il colore della rivoluzione non presenta una reale spinta rivoluzionaria, ma si tratta piuttosto del simbolo che rappresenta una serie di parole d’ordine del regime in vigore in cerca di radicamento e rafforzamento. Esattamente come il logo di una particolare linea di scarpe, di abbigliamento, di computer o altro ancora, che pur senza modificare la qualità dell’oggetto ne aumenta il valore in virtù dello status symbol espresso, così i simboli delle contestazioni colorate offrono a chi vi aderisce un plusvalore che non deriva tanto dal valore concreto delle alternative proposte, quanto piuttosto dall’adesione ad un immaginario che nello stato di cose vigente trova il proprio fondamento.
La rivoluzione Arancione
Alla fine del Novembre 2004, le elezioni presidenziali in Ucraina danno la vittoria a Viktor Janukovich, erede politico dell’ex-presidente filo-russo Leonid Kuchma, ma lo sfidante Viktor Jushchenko contesta il risultato sostenendo essere frutto di brogli elettorali. I suoi sostenitori scendono in piazza, ognuno esibendo qualcosa di arancione (indumenti, sciarpe, striscioni, etc.) per identificarsi come un popolo unito sotto un’unica bandiera e deciso ad opporsi e lottare fermamente, per quanto in modo non violento, contro quello che denunciano pubblicamente come un sopruso da parte del potere in carica. In ragione di una simile opposizione, la Corte Suprema Ucraina decide di accettare le richieste dei contestatori, annullare il risultato del voto ed indire nuove elezioni per il Dicembre immediatamente successivo. In questa sede il risultato delle elezioni precedenti si trova ad essere completamente ribaltato: Viktor Jushchenko vince le elezioni e conquista la presidenza del paese. In Ucraina, il cambio alla guida del paese genera speranze di cambiamento e di miglioramento delle condizioni di vita per il popolo, e all’estero, specialmente nei media occidentali, la notizia sarà accolta e presentata al grande pubblico come una svolta epocale: un popolo riesce ad affermare la propria volontà di cambiamento senza violenza e senza spargimenti di sangue. Ma col passare del tempo, e con l’emergere e l’affermarsi degli interessi che hanno appoggiato in modo determinante l’ascesa di Jushchenko, il popolo ucraino scoprirà che la rivoluzione arancione non è stato altro che un periodo di grandi speranze destinate a rimanere tali. Ad un punto tale che nelle elezioni presidenziali del 2010 Viktor Janukovich vincerà le elezioni presidenziali sconfiggendo la sfidante Julija Tymoshenko, un altro dei volti storici della rivoluzione arancione nonché due volte primo ministro durante il periodo di presidenza di Jushchenko.
Fermo restando che non si è mai trattato di un atto rivoluzionario in senso stretto, cioè di un processo finalizzato a mettere in discussione l’ordine esistente ed eventualmente sostituirlo con uno di natura differente (anche, non secondariamente, sul piano ideologico), la natura radicalmente conservatrice della rivoluzione colorata che ha avuto luogo in Ucraina risulta già evidente dagli attori in gioco. Da un lato il blocco filo-russo rappresentato da Kuchma e Janukovich e dall’altro quello filo-occidentale incarnato da Jushchenko e Tymoshenko. A tirare le fila di parole d’ordine quali “libertà” e “democrazia”, che tanta risonanza hanno avuto sui media occidentali, si trovavano interessi politici, e soprattutto economici, legati agli Stati Uniti e ad una parte dei paesi aderenti alla NATO (specialmente quelli che per posizione geografica, ma non solo, si trovano esclusi dalla partecipazione alla catena che gestisce le enormi risorse energetiche di provenienza asiatica). Il ruolo attivo giocato dagli Stati Uniti mediante potenti fondazioni, quali ad esempio il NED (National Endowment for Democracy), nel finanziare la lotta arancione con diverse decine di milioni di dollari chiaramente non ha mai avuto come obiettivo, al di là degli slogan scanditi da attivisti e media in Ucraina come all’estero, l’affermazione e la difesa degli interessi del popolo, quanto piuttosto la penetrazione all’interno del mercato ucraino (in particolar modo in quello petrolifero) da parte delle industrie occidentali, nonché di investitori (e speculatori) finanziari.
Essendo la zona del Mar Nero un importante punto di passaggio per le grandi quantità di petrolio e di gas naturale provenienti dall’area asiatica in direzione dell’Europa, la partecipazione alla loro gestione ha sempre rappresentato un mercato particolarmente attraente per i paesi occidentali. Un mercato divenuto tanto più interessante quanto più da un lato i conflitti in Medio Oriente hanno spinto gli Stati Uniti (e non solo) alla ricerca di un’alternativa alle fonti arabe per l’approvvigionamento energetico, e dall’altro l’ascesa di Putin in Russia ha bloccato la penetrazione di matrice neoliberista nel mercato ex-sovietico avviata durante il periodo eltsiniano. Solo un anno prima della rivoluzione arancione, il presidente ucraino Kuchma, decisamente più vicino a settori industriali di area filo-russa, bloccava le velleità di penetrazione all’interno del mercato ucraino da parte delle compagnie petrolifere occidentali. Ecco quindi attivarsi durante il periodo delle elezioni le medesime forze che in precedenza avevano già appoggiato un’altra rivoluzione colorata, quella delle Rose in Georgia (un altro paese con una posizione strategica nell’area asiatica) che aveva visto il filo-occidentale Saakashvili conquistare la presidenza del suo paese. Il NED statunitense ed altre istituzioni interessate ad accedere al mercato ucraino (tra cui, non ultimo, l’Open Society Institute del magnate Soros) appoggiano il movimento arancione, e non appenna il loro candidato raggiunge la carica ambita si attivano per ottenere i benefici per cui hanno investito. Non solo il popolo ucraino non vede migliorare le proprie condizioni di vita, ma assiste in prima persona al copione già vissuto da altri paesi in balia delle pressioni neoliberiste provenienti dall’esterno: apertura dei mercati interni alla penetrazione dall’estero, privatizzazioni ed un veloce incremento del costo della vita reso ancora più doloroso dall’immobilità dei salari. E malgrado il ruolo centrale giocato in fase di contestazione, nemmeno le accuse di corruzione rivolte ai rappresentati del regime precedente hanno avuto seguito, tanto che Janukovich e la sua parte politica potranno continuare a partecipare attivamente alla vita del paese, fino alla ricandidatura e successiva vittoria nelle presidenziali del 2010.
I finanziamenti alle rivoluzioni colorate
Con sedi in oltre 60 paesi sparse in tutto il mondo, l’Open Society Institute, fondato agli inizi degli anni ’90 dal magnate ungherese Soros, risulta aver ricoperto un ruolo attivo nel processo di trasformazione delle economie di paesi in sviluppo in direzione neoliberista. Le privatizzazioni di importanti aziende e strutture, specialmente nei paesi dell’ex-area sovietica, consentivano facili guadagni agli investitori che acquistando a prezzi molto bassi avevano modo di otteenere facilmente profitti decisamente elevati. Ma l’acquisizione di risorse non era l’unico obiettivo, infatti ai nuovi mercati erano interessate anche le società specializzate in investimenti finanziari, sempre alla ricerca di nuovi paesi da trasformare in zone dove effettuare speculazioni, anche monetarie. Lo stesso Soros in prima persona, agli inizi degli anni ’90, raggiunse la fama internazionale come l’uomo che fece fallire la Banca d’Inghilterra quando vendette allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline; in seguito a ciò, la Banca d’Inghilterra fu costretta ad uscire dallo SME e svalutare la moneta, permettendo così al magnate ungherese di realizzare un utile di oltre un miliardo di dollari. Operazioni simili (per quanto non necessariamente direttamente sulla moneta) furono compiute, più o meno apertamente, anche in altri paesi, e le ex-Repubbliche Sovietiche non furono affatto un’eccezione.
Ufficialmente, l’Open Society Institute nasce come istituto avente come obiettivo il rovesciamento di regimi dittatoriali e la diffusione ed affermazione della democrazia nel mondo. E così, dal Sud Africa alla Polonia ed oltre, il rovesciamento dei regimi in essere ha avuto come conseguenza l’approvazione di provvedimenti di matrice neoliberista che hanno trasformato i paesi in questione in terre di conquista e zone di speculazione. Nascondendo le sue speculazioni all’ombra di rispettabili ideali quali “libertà” e “democrazia”, al magnate è anche riuscito di presentarsi pubblicamente come un filantropo (come, ad esempio, nel 1995 in Italia, in occasione della laurea honoris causa assegnatagli dall’Università di Bologna su intercessione di Romano Prodi, o in ragione dell’appoggio pubblico, e soprattutto finanziario, al futuro Premio Nobel per la Pace Barack Obama nel suo percorso verso la Casa Bianca). Ma allo stesso tempo gli sono costate dure condanne in sede di giudizio, come nel caso della condanna ad una pesante multa per insider trading in Francia, o la condanna a morte in Malesia in quanto ritenuto responsabile del deprezzamento della valuta malese durante la crisi finanziaria asiatica del 1997. Ma è soprattutto in Georgia, nel contesto di un’altra rivoluzione colorata, che l’OSI ha avuto modo di dimostrare tutta la sua potenza appoggiando l’ascesa del dittatore georgiano Mikheil Saakashvili, grazie ad una spesa di oltre 42 milioni di dollari elargiti a movimenti politici e media locali.
La Rivoluzione delle Rose
Nel 2003, la Georgia non rappresentava solo un mercato particolarmente interessante in quanto da poco riaperto agli investimenti occidentali, dopo decenni di chiusura dovute all’appartenenza al blocco sovietico, ma anche ed in particolar modo in ragione della sua posizione geografica. E così, il regime di Saakashvili ha potuto fare affidamento non solo sull’appoggio dell’OSI durante la sua ascesa, ma anche di quello diretto degli Stati Uniti, interessati ad estendere la propria sfera d’influenza nell’area ex-sovietica (soprattutto in ragione di una posizione geografica come quella georgiana che, come testimonierà la successiva costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan, ricopre un ruolo chiave nel passaggio di risorse energetiche dall’Azerbaijan alla Turchia). Il meccanismo che porterà alla caduta del presidente Shevarnadze sarà lo stesso che verrà usato un anno dopo in Ucraina. I risultati delle elezioni che davano come vincente il presidente in carica vengono contestati come frutto di brogli e manomissioni ai danni del popolo. Migliaia di persone invadono le strade di Tblisi e protestano per giorni. E nel momento in cui Shevarnadze cerca di parlare in parlamento, la sua carica presidenziale viene contestata come illegittima dai partiti di opposizione fino al momento in cui Saakashvili insieme ad una folla di contestatori fa irruzione con delle rose in mano (da qui il nome della rivoluzione) interrompendo il discorso del presidente e costringendolo alla fuga insieme alle sue guardie del corpo. Shevarnadze rassegna le sue dimissioni e lascia il paese per cercare rifugio in Russia. Nuove elezioni vengono indette e vinte con un risultato plebiscitario dal leader della rivoluzione Mikheil Saakashvili.
Molte sono le questioni che il giovane presidente si trova fin da subito a dover affrontare: corruzione, inflazione e salari bassi, nonché le rivendicazioni secessioniste di Abkhazia ed Ossetia. Ma in suo aiuto arriva Washington che lo appoggia finanziando programmi militari come Train and Equip per rinforzare l’esercito georgiano, nonchè favorendo il finanziamento della spesa pubblica con capitali provenienti dal FMI e dalla Banca Mondiale. Uno dei vantaggi più evidenti di una simile collaborazione prende forma nel 2006 nella forma dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyan che attraverso il territorio georgiano permette al petrolio proveniente dall’Azerbaijan di raggiungere la Turchia senza dover passare in terra russa. Si tratta di un investimento enorme che vede tra le compagnie petrolifere maggiormente impegnate la statunitense Chevron (che, per inciso, fino al 2001 aveva ospitato nel suo Consiglio d’Amministrazione il Segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice). Ma le speranze riposte nel nuovo corso iniziarono ben presto con l’andare incontro a cocenti delusioni: Saakashvili risponde alla perdita di consensi accentrando i poteri, criminalizzando l’opposizione e cercando di nascondere la scarsezza di risultati ottenuti dietro un forte nazionalismo che porterà ad un nuovo infiammarsi dei mai sopiti conflitti nelle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossetia del Sud. E così, se da un lato la Georgia rappresenta il migliore esempio di rivoluzione colorata, sia per la forza politica che il nuovo governo otterrà a discapito del vecchio regime, sia per i ritorni economici di cui hanno potuto beneficiare gli investitori (esteri e non), dall’altro i crimini di cui si macchia il presidente georgiano sono la dimostrazione empirica di come gli slogan urlati nelle piazze a base di diritti, pace, democrazia e lotta contro il crimine e la corruzione al governo, fossero solo un paravento utilizzato da circoscritti interessi politici ed economici desiderosi di rimuovere altri interessi di natura opposta che si ponevano come impedimenti ed ostacoli alla loro azione. E tutto questo senza dover andare a scalfire, anche solo minimamente, la struttura dell’ordinamento sociale in vigore.
Le rose e i cannoni
Nell’Agosto del 2008, mentre l’attenzione del mondo è focalizzata sull’apertura dei giochi olimpici di Pechino, Tskhinvali, la capitale dell’Ossetia del Sud, viene bombardata da una pioggia incessante di missili Grad (lanciarazzi dall’elevato potere distruttivo in grado di attaccare dalla lunga distanza, ma allo stesso tempo scarsamente precisi, e utilizzati in attacchi aventi come obiettivo la massimizzazione dei danni in vaste aree colpendo qualsiasi obbiettivo vi si trovi in modo indifferenziato). Bombardamenti e razzi piovono dal cielo causando la morte di circa 1.400 osseti. L’esercito georgiano è determinato ad affermare con la violenza bellica la propria influenza sul territorio osseto che da quasi vent’anni, cioè a partire dall’indipendenza Georgiana nel 1991, richiede l’indipendenza dalla Georgia per potersi riunire all’Ossetia del Nord (appartenente alla Russia). L’Ossetia viene invasa militarmente con carri armati e mezzi blindati che si fanno strada nella capitale facendo fuoco ad alzo zero. Il primo ministro russo Putin lascia velocemente Pechino e torna nel suo paese per organizzare la risposta militare (giustificata dal fatto che tra le vittime del fuoco georgiano è possibile contare molteplici civili con passaporto russo, nonché militari russi presenti sul territorio in quanto facenti parte delle forze di peacekeeping). La reazione russa non si fa attendere e non si limita a respingere l’esercito georgiano al di fuori dei confini osseti, ma ben presto capovolge la situazione mettendo sotto attacco postazioni militari all’interno del territorio georgiano. Ed in questo contesto, mentre diversi ed importanti paesi dell’UE (Francia, Italia e Germania in testa) si attivano in vario modo per elaborare l’accordo che condurrà al cessate il fuoco, Stati Uniti ed Inghilterra esibiscono tutta la propria vicinanza al dittatore georgiano (gli Stati Uniti inviano nel Mar Nero la sofisticata ammiraglia da guerra Mount Whitney sostenendo che il suo compito si limita al trasporto di aiuti umanitari). Le dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti di questi ultimi Stati vengono completamente epurate di qualsiasi riferimento all’aggressione georgiana ed ai civili morti osseti. Ed i media anglofoni si guardano bene dal discostarsi da una simile linea: le ricostruzioni sui quotidiani e sui TG inglesi ed americani ricostruiscono la vicenda a partire dalla reazione russa come se anziché di risposta si fosse trattato di aggressione vera e propria (non esitando ad invocare mire imperialistiche russe ai danni dell’alleato georgiano).
Questo episodio, all’interno del contesto delle rivoluzioni colorate, assume il valore di dimostrazione empirica di come dietro le rivoluzioni colorate non ci sia altro che un cambiamento di facciata. La feroce violenza di cui è stata oggetto la minoranza osseta non ha nulla a che vedere con alcuna idea di pace o democrazia. Anzi, la violenza di cui questa è stata oggetto (e che non raramente ha assunto i connotati di una forma di pulizia etnica) sono la dimostrazione dell’assoluto disprezzo che il leader georgiano nutriva per la pace, la democrazia e l’autodeterminazione. E valutazioni non differenti possono essere fatte sugli oppositori interni georgiani: le manifestazioni di protesta vanno incontro a dure repressioni da parte delle forze dell’ordine, e gli oppositori sono frequentemente oggetto di aggressioni e condannati alla prigione. Il costo in termini di risorse, e soprattutto di vite umane, affrontato dal popolo georgiano a causa della scelta della presidenza di provocare una prevedibile reazione militare russa, mostra nella pratica tutta l’indifferenza nei confronti di quelle parole utilizzate solo per animare l’entusiasmo delle folle. In fondo, nel caso delle rivoluzioni colorate non si tratta di altro che di vedere all’opera una ennesima variante di uno dei più vecchi stratagemmi utilizzati per manipolare il consenso: l’individuazione di un male da rimuovere sulla base dell’assunto che una volta estirpato quello i problemi saranno risolti. Ed infatti, malgrado nascano all’interno di condizioni di disagio, tali forme di opposizione non si pongono come obiettivo un positivo miglioramento di quelle stesse condizioni (con, ad esempio, interventi finalizzati a redistribuire la ricchezza, ad aumentare i salari dei lavoratori in difficoltà a causa dell’inflazione, etc.), ma piuttosto l’eliminazione del nemico per occuparne il posto. E proprio nel suo riaffermare con forza lo status quo, non solo non ne costituisce una rivoluzionaria messa in discussione, ma ne rappresenta il consolidamento in modo radicalmente conservatore (quando non addirittura reazionario). Con buona pace da parte di chi, per eccesso di fiducia o più probabile mancanza di informazioni, lotta per la conquista del potere da parte di un dittatore travestito da salvatore della patria.
Evoluzione nel reality: evoluzione del reality
Giunto alla decima edizione, il principale reality show italiano sembra non mostrare segni di cedimento in quanto a popolarità ed ascolti. Anzi, rispetto alle edizioni precedenti, sembra essersi avventurato (difficile dire quanto volontariamente) in una nuova dimensione che, se ulteriormente approfondita (in questo come in altri reality), potrebbe finalmente far esplodere il potenziale inespresso del programma. E protagonista di questa svolta (anche in questo caso non è chiaro fino a che punto in modo premeditato) è il concorrente trevigiano Mauro Marin, salumiere apparentemente semplice ma dall’occhio furbo, e soprattutto tutt’altro che sprovveduto giocatore. Ma prima di puntare lo sguardo sulla svolta, si rende necessario un rapido excursus su quello che è stato il Grande Fratello e quale spazio ha cercato di occupare.
Quando 10 anni fa si affacciava nei palinsesti televisivi sotto la conduzione di Daria Bignardi, il Grande Fratello veniva presentato come un’interessante novità nel panorama televisivo italiano, un format destinato a bissare un successo già ottenuto all’estero dagli equivalenti stranieri. In realtà, al di là della curiosità iniziale, ed indipendentemente dal successo, quell’edizione (come anche le immediatamente successive) si rivelerà scarsamente interessante: in generale, le persone chiuse dentro la casa non sembrano avere coscienza della situazione entro cui si trovano coinvolte (se si esclude la figura di Taricone che sarà tra i pochi partecipanti alle varie edizioni capaci di giocare con il proprio personaggio ed ottenere una fama in grado di durare ben oltre l’effimera durata del programma). L’unico aspetto interessante riguarderà non tanto il programma in sé, quanto piuttosto le reazioni avvelenate che riuscirà a scatenare tra le fila dell’intelligencija culturale italiana (una Reazione che continua tuttora). Come già anni prima era accaduto nei confronti della commedia sexy all’italiana, ed in generale nei confronti del cinema di genere, intere frange di intellettuali attaccano il programma identificando la qualità dello stesso con i valori che, a loro dire, verrebbero espressi dai suoi partecipanti; il GF viene descritto come un programma diseducativo in quanto rappresentazione di un Italia basata solo sull’esteriorità e sulla voglia di apparire. Dei concorrenti vengono criticate le lacune culturali (ed indirettamente le umili origini), come se un programma nazional popolare dovesse esprimere necessariamente valori o contenuti differenti rispetto al semplice intrattenimento. Ma non solo, anche in questo caso come in quello della commedia sexy, ciò a cui si assiste attraverso le critiche e le polemiche assume le forme di un conflitto di classe sul piano culturale: quello che l’intelligencija borghese non sembra perdonare ai concorrenti, ed indirettamente alla produzione che offre loro spazio nonché agli spettatori che nutrono gli indici d’ascolto, è la loro fuoriuscita dai ruoli sociali stabiliti: il manovale o il pizzaiolo con problemi con la consecutio temporum che tolgono spazio a persone più agiate e acculturate sono percepiti e rappresentati come usurpatori di spazi non adatti a loro. Come ne I Barbari di Baricco, i concorrenti del GF sono barbari che provengono da spazi esterni alle istituzioni culturali e invadono gli spazi televisivi e la cultura mediatica italiana in generale. Nomi altisonanti del mondo “intellettuale” italiano reagiscono nei confronti del Grande Fratello e dei reality in generale come davanti ad una forma di “lesa maestà“. Tutto quello che era stato cacciato dalla porta nel momento in cui una generazione di registi, critici ed intellettuali aveva preso il controllo del mondo cinematografico (la commedia sexy, dispregiativamente definita “scorreggiona”, gli attori ed i caratteristi spesso non professionisti che le popolavano, un pubblico che gradiva e con questi si divertiva), adesso sembrava tornare dalla finestra televisiva attraverso un programma che dava esposizione mediatica, e quindi popolarità (anche magari temporanea) a personaggi che secondo l’intelligencija borghese non avrebbero dovuto uscire dai ristretti confini delle proprie esistenze alla ricerca di una forma di emancipazione (economica e non solo).
Tuttavia, nelle passate edizioni, il Grande Fratello non è mai riuscito a dispiegare il proprio potenziale dirompente a causa di un imprinting che risaliva alla prima edizione e che, perlomeno a livello di facciata, cercava di evidenziarne quasi esclusivamente l’aspetto voyeristico. Salvo eccezioni rappresentate da personaggi in grado di eccedere istintivamente la dimensione del programma come mero specchio della realtà (come per esempio un Jonathan, vincitore della quinta edizione), l’esercito di concorrenti che affollerà le edizioni successive cercherà in larga parte di ripercorrere (ed eventualmente raffinare) la prima, acerba, interpretazione del programma secondo cui si tratterebbe di una rappresentazione di storie ed emozioni “vere” e che quindi il comportamento da evitare in assoluto consisterebbe nel mostrare al pubblico che si sta giocando. Nelle puntate quotidiane come nelle dirette serali settimanali, attorno alle vicende personali venivano tessute trame il cui scopo era presentare come “veri” gli eventi mostrati. Il che non significa che quanto accadeva dentro la casa fosse coerente con un copione predefinito, quanto piuttosto che attraverso i tagli ed il montaggio la produzione, con la collaborazione più o meno artificiosa dei concorrenti, dava vita a vere e proprie soap opera a base di amori, sotterfugi, piccoli inganni, tradimenti, e quanto altro potesse servire a far sì che le vicende potessero essere percepite da parte del pubblico come lo sviluppo di una storia in divenire. Non a caso, e questo è un fattore che non riguarda solo il GF ma si estende al mondo dei reality show in generale, l’accusa che più frequentemente un concorrente rivolge ad un altro con cui si trova in contrasto è quello di essere “finto”, di recitare una parte per le telecamere più che di vivere sinceramente ciò che accade dentro la casa.
Inizialmente, anche questa edizione sembrava destinata a rappresentare nulla di più di un copione ormai consumato. Una serie di concorrenti pronti ad esibirsi davanti alle telecamere come “veri”, nel tentativo di far sì che lo spettacolo delle storie e degli incontri o degli scontri emotivi e sentimentali potessero occultare le strategie di gioco finalizzate al raggiungimento della vittoria, cominciano fin da subito a far gruppo e sistematicamente eliminano (o tentano di farlo mandandoli in nomination) coloro che non sono stati ammessi all’interno di questa ristretta cerchia. Il gioco sembra essere lo stesso degli anni passati, una parte dei personaggi più forti punta ad eliminare sistematicamente i possibili avversari ogni volta che se ne presenta la possibilità, contando sulla complicità delle figure meno popolari che, per evitare di diventare a loro volta bersagli, mantengono un basso profilo e si inseriscono in scia alla linea di comportamento stabilita inizialmente da chi ha deciso di guidare il gioco. Ma l’entrata di Mauro Marin sconvolge questo schema ormai ben collaudato. Avendo fatto il suo ingresso nella casa con una settimana di ritardo, si trova fin da subito escluso dal gruppo che ha assunto la guida del gioco: un po’ per via del ritardo dell’entrata, e quindi per un ingresso che avviene in un contesto già in via di assestamento, un po’ probabilmente per questioni di carattere, all’inizio Mauro viene messo ad ingrossare le fila del parco buoi di concorrenti da mandare in nomination secondo il volere collettivo del gruppo che forma la maggioranza nella casa e che aspira a rimanere il più a lungo possibile. Lui e gli altri esclusi dal gruppo vengono progressivamente, uno dopo l’altro, mandati al televoto (anche in scontri frontali diretti) ed eliminati. La strategia è la consueta: allearsi e non votarsi a vicenda direttamente ma focalizzarsi su alcune figure “non allineate” per evitare il televoto ed aumentare le possibilità di andare in finale.
Più che per premeditata scelta, Mauro sembra trovarsi a dover fare di necessità virtù: non potendo contare su alleanze interne alla casa (essendo stata sistematicamente demolita l’unica di cui avrebbe potuto far parte) e quindi non potendo puntare ad evitare di essere nominato, inizia a giocare con chi ha il compito di determinare l’esito delle votazioni, cioè il pubblico televisivo. Ed anzi, come in un gioco d’azzardo, decide di rilanciare ed inizia a provocare i personaggi percepiti più forti all’interno della casa, non raramente utilizzando provocazioni dirette in grado di rendere il clima incandescente. E così, paradossalmente, scegliendo di uscire dai ristretti confini della parte che prevedibilmente avrebbe dovuto interpretare ed iniziando a mescolare realtà e finzione ad uso e consumo del pubblico a casa, la sua figura assume una dimensione maggiore rispetto a quella degli altri che rimangono invece ancorati ad uno schema di gioco ormai logoro e superato. La sua esplicita e dichiarata scelta di mescolare routine quotidiana con trovate spettacolari per il pubblico porta lo scompiglio nella casa: gli altri concorrenti sono confusi e spaventati dal comportamento del salumiere, sia perché si dimostra forte ed amato dal pubblico (vincendo al televoto o addirittura essendone immune in quanto preferito), sia perché il suo cocktail a tratti incoerente di realtà e finzione vanifica la forza delle alleanze interne. La coalizione formata dagli altri concorrenti, probabilmente intuendo quanto possa essere difficile eliminarlo, cerca di stremarlo anche sul piano personale per costringerlo all’uscita anticipata: Mauro viene spesso insultato ed aggredito verbalmente (a volte non senza responsabilità da parte sua), viene isolato fisicamente e soprattutto psicologicamente, non viene tollerato che possa dire o fare cose che altrimenti, se dette o fatte da altri, verrebbero scherzosamente tollerate. Ma l’unico effetto che sembra ottenere è aumentare le schiere dei suoi fan che vedono in lui un personaggio che ormai lotta da solo per la vittoria, rinchiuso in un ambiente popolato da persone a lui ostili.
Proprio perché escluso dai giochi e dalle alleanze, Mauro si trova così a rivoluzionare l’ormai rodato reality aggiungendo la dimensione del gioco esplicito: in fondo, come nella storia del vestito nuovo dell’imperatore, non ha fatto altro che indicare la nudità del re. E malgrado la produzione a tratti sembri aver temuto per cosa questo avrebbe potito rappresentare per il proseguio del programma, non solo il format non ne è uscito indebolito, ma addirittura rinnovato e rafforzato, arrivando a punte di successo in termini di ascolti e di voti raramente toccati in passato. Rinunciando alla finzione del porsi come “vero”, ma anzi non preoccupandosi di occultare la realtà ludica e competitiva del programma, Mauro non solo ha raggiunto uno stadio di credibilità superiore (è proprio attraverso la rinuncia al porsi come “vero a tutti i costi” che il concorrente è riuscito a sembrare più naturale) ma ha sviluppato anche una sorta di corazza contro la vecchia e stantia accusa di “falsità“, rovesciatagli ripetutamente addosso da antagonisti incapaci di fronteggiare la novità rappresentata dal suo gioco. E’ così, mostrando apertamente anche la sua natura di gioco, lo spettacolo incarnato dal reality assume la forma di una realtà più complessa che in passato. Oltre alle consuete dinamiche interne, attraverso il gioco con il pubblico irrompe con maggiore forza la realtà esterna ai limitati recinti della casa.
Una volta messo seriamente in crisi l’imprinting iniziale del Grande Fratello come programma che mostra le vicende “vere” di personaggi “veri”, il format si trova proiettato in una differente e più intensa dimensione dello spettacolo. Una volta squarciato e reso ambiguo il velo della rappresentazione di una realtà senza filtri, il programma si trova a godere più apertamente di ciò che finora si era cercato di mantenere sullo sfondo: il basilare antagonismo tra concorrenti e la loro lotta per la vittoria finale. In seguito a questa rottura dei codici predefiniti, dalla forma iniziale di animali in gabbia che cercano di ingraziarsi le simpatie del pubblico i concorrenti si trovano ad evolversi in lottatori che si affrontano su diversi piani per la vittoria finale, con tanto di tifoserie di supporto. Non a caso, lo scontro tra i concorrenti ha oltrepassato i confini dello schermo televisivo per diventare una lotta tra fan club. E questo è un fattore di cui i partecipanti al gioco non sembrano avere coscienza, trovandosi spesso confusi dai risultati del televoto: in situazioni che espongono al rischio di uscita personaggi percepiti come più forti insieme ad altri considerati meno forti (solitamente in virtù delle sommarie classifiche di preferenza comunicate durante le dirette), non sono più i deboli ad essere eliminati (come solitamente avveniva nelle edizioni precedenti) ma uno dei personaggi più esposti in quanto i fan che si organizzano per votare puntano il proprio obiettivo sugli antagonisti del proprio beniamino percepiti come più pericolosi. Vincendo la diffidenza della produzione del programma in virtù dei fiumi di soldi che vengono riversati nelle casse attraverso telefonate ed SMS. L’unica cosa che rimane da vedere ora è se, e in caso affermativo in che modo, quanto accaduto avrà ripercussioni su altri reality (o sulle prossime edizioni dello stesso GF) o se la tendenza sarà di riassestarsi all’interno dei più elementari confini da simil-soap che spesso ne hanno determinato gli svolgimenti (con risultati tutt’altro non sempre entusiasmanti), se nelle prossime edizioni i concorrenti, e la produzione che li seleziona, modificheranno il loro comportamento sulla base dell’esempio di Mauro o se il suo percorso rimarrà un caso isolato.


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