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L’isola di Lost
Alla fine, dopo sei stagioni di programmazione, anche per Lost, una delle serie televisive di maggiore successo di sempre, è arrivato il momento di calare il sipario e spegnere i riflettori. E ora che la narrazione è finita, rimangono i commenti, le valutazioni e le discussioni tra fan e appassionati vari sul finale e, di conseguenza, sulla storia nella sua interezza. Molti sono infatti i misteri che non sono stati svelati, gli interrogativi rimasti senza risposta, e questo è una valutazione oggettivamente indiscutibile. Quello che invece diventa oggetto di confronto e di discussione è, di volta in volta, la reazione del pubblico di fronte alle scelte della produzione. Inevitabilmente, lo spettro delle possibili reazioni è quantomai ampio e variegato: si parte dall’apprezzamento per un finale che esplicitamente dice addio ai personaggi e alle loro storie mantenendo in buona parte il mistero che ha avvolto la vicenda senza rischiare di banalizzarlo attraverso spiegazioni che sarebbero potute apparire semplicistiche, alla dichiarazione di delusione più o meno esplicita per gli stessi motivi per cui altri hanno espresso apprezzamento (le domande rimaste senza risposta), passando attraverso la commozione di coloro che hanno visto nelle ultime puntate l’occasione per dire addio a dei personaggi ai quali si erano affezionati.
L’elenco delle domande che sono rimaste senza risposte è lunghissimo: che cos’era la luce nell’isola? Perché l’isola si poteva spostare nello spazio? La realtà alternativa mostrata nell’ultima serie era reale, immaginaria o una specie di Purgatorio? Qual’era il nome del fratello di Jacob e chi era la loro madre? Perché alcuni personaggi potevano apparire sull’isola anche dopo morti sotto forma di fantasmi? Da chi protegerrano l’isola i nuovi custodi? Perché Desmond era resistente all’elettromagnetismo? E molte, molte altre ancora. Infatti, probabilmente non è un caso se nella puntata dedicata a Jacob gli sceneggiatori fanno dire alla madre di questo che ogni risposta porta sempre ad un’altra domanda: se nella prima serie l’attesa era rivolta alla scoperta di cosa ci fosse dentro la botola, una volta saputo la domanda si sposta in direzione della necessità o meno di digitare i numeri; una volta scoperto cosa succede se si smette di digitare la sequenza numerica sul terminale, sorgono altre e nuove domande, e così via. Ciò che muta da una valutazione ad un’altra, quindi, non è la valutazione delle risposte offerte, quanto piuttosto la reazione nei confronti degli interrogativi rimasti senza risposta. Tuttavia questo è un aspetto che più che offrire informazioni sulla serie, parla del commentatore, delle sue idee e delle sue aspettative. Ecco quindi il pubblico dividersi tra coloro che, come in un normale giallo o un poliziesco standard, dichiarano esplicitamente che avrebbero voluto un finale in cui venissero offerte le risposte che il pubblico cercava da tempo, e quelli che invece sono ben contenti che la produzione abbia scelto di non compromettere con risposte o spiegazioni quel mistero che ha permeato la serie fin dal suo prima episodio. In pratica da un lato chi avrebbe voluto che i produttori rispondessero ai loro interrogativi come se la storia non fosse altro che una sorta di giallo fantascientifico in cui ad un certo punto un deus ex machina sarebbe dovuto calare dall’alto per rispondere a tutti i “perché?” del pubblico, e dall’altro un pubblico che invece ha scelto di accettare il mistero per godere dei protagonisti e delle loro storie. Riproducendo nella realtà quel confronto/conflitto tra fede e ragione sul quale la serie ha basato una parte non trascurabile della propria narrazione.
Ovviamente, un ruolo non secondario nel generare attese ed aspettativi nei confronti di una Rivelazione finale è stato giocato dalla produzione che, fin dall’inizio, ha seminato spunti e riferimenti di ogni tipo, donando alla serie la forma di un puzzle da risolvere: dai nomi di alcuni personaggi contenenti espliciti riferimenti alla filosofia (Hume, Locke, Rousseau, Ricardo) ad altri di provenienza biblica (Jacob, Aaron), dai rimandi alla letteratura (Sawyer) a quelli all’induismo (Dharma), nulla sembrava essere stato lasciato al caso. E proprio per questo motivo, innumerevoli persone hanno cercato, con differenti mezzi e scopi, di mettere in ordine la moltitudine di indizi raccolti e collezionati al fine di trovare una spiegazione in grado di rendere il tutto chiaro e coerente. Quasi come se si trattasse di una sorta di Settimana Enigmistica, in molti hanno seguito la vicenda aspettando le puntate successive per scoprire se le loro personali risposte alle domande aperte dagli episodi passati potessero essere corrette o meno. E ora che la serie si è conclusa senza offrire tutte le risposte che quella parte di pubblico si aspettava, la delusione per una tale mancanza è qualcosa che riguarda le aspettative di un pubblico simile e del suo approccio alla storia. Tuttavia, se si tiene conto dell’importanza crescente che la storia ha dato all’aspetto della fede rispetto a quello della ragione, si può comprendere come la serie avesse in mente una conclusione ben differente da quella che attendeva chi sperava in un chiarimento esplicito e razionale di tutta la vicenda. Allo stesso tempo, chi ha seguito ed apprezzato la serie in quanto tale (e non esclusivamente in ragione di pur legittime e naturali attese personali) potrà continuare a porsi delle domande e a cercare delle risposte, nella coscienza che non esiste nessun elenco con le soluzioni corrette, e che pertanto ogni tentativo di arrivare ad una spiegazione esauriente è appunto destinato a rimanere tale, un tentativo. Ma con oggi a disposizione un insieme di elementi in più: perché se fino a prima della fine il pubblico non aveva modo di sapere su cosa sarebbe stato messo un punto fermo e su cosa no, oggi invece è un fatto noto. E proprio l’indeterminazione che circonda molteplici elementi della storia diventa un elemento positivo, e non una mancanza. Il fatto, ad esempio, che non si sappia il nome del fratello di Jacob o come fossero possibili i viaggi nel tempo e perché avvenissero, non sono mancanze, ma elementi di un quadro generale che non cede alle pressioni di un pubblico che ambisce a vedere tutto e che chiede che tutto gli venga spiegato come nel finale di un giallo qualsiasi. Fino a prima della fine, ad esempio, oltre a non sapere quale fosse la natura dell’energia dell’isola, il pubblico non aveva modo di sapere se sarebbe stato mai spiegato ed eventualmente quale avrebbe potuto essere questa spiegazione; dopo il finale, risulta chiaro che la natura dell’energia dell’isola rimarrà nell’insieme degli elementi misteriosi e non degli interrogativi che hanno trovato una risposta.
Tra tutte queste domande, una delle principali riguarda la natura stessa dell’isola. Molto semplicemente: che cos’era l’isola? In generale, sperduta nell’oceano, un’isola è un luogo completamente separato dal mondo continentale e al quale è difficile accedere, uno spazio che in ragione della sua collocazione geografica si è sottratto alla contaminazione delle regole umane. Uno spazio difficile da raggiungere e dal quale, come in questo caso, può essere difficile allontanarsi. E proprio per questo motivo, per il suo essere chiusa in sé stessa, che l’isola si presenta prima di tutto come occasione di un nuovo inizio, di un distacco dal passato e di un ricominciamento. Precipitati sull’isola deserta, i naufraghi si trovano a fronteggiare una condizione completamente nuova, uno stato in cui non è detto che le regole che hanno osservato durante tutta la loro vita abbiano ancora valore. Ognuno di loro arriva con un carico di problemi e di sofferenze: c’è chi si trova su una sedia a rotelle in seguito ad una dolorosa vicenda familiare, chi è orfano dei genitori e vive di truffe in attesa di poter consumare la propria vendetta contro chi considera il responsabile, chi ha appena vissuto il lutto di un padre con il quale viveva un rapporto altamente conflittuale, chi è ricercato per omicidio, chi convive con il senso di colpa derivante dall’aver esercitato la funzione di torturatore, chi è perseguitato da una sfortuna implacabile che colpisce tutti coloro che lo circondano, chi è una rockstar tossicodipendente, e così via. Tutti avrebbero dei validi motivi per lasciarsi le loro vite alle spalle ed approfittare della possibilità di immaginare un nuovo inizio. Invece, malgrado l’Isola li accolga nel suo seno e li protegga dal resto del mondo (sia non permettendo a loro di andarsene, sia impedendo che altri possano penetrare dall’esterno), costituendosi come la possibilità di un nuovo inizio, i naufraghi non solo non riescono a staccarsi dalle loro vite precedente, ma tentano anche di creare un mondo che assomigli a quello da cui provenivano. Ed infatti, ogni episodio vede i naufraghi impegnati nello ristabilire delle gerarchie sociali e dei rapporti di proprietà, come se la vita sull’isola non dovesse essere altro che una prosecuzione di quanto vissuto in passato. E a testimonianza del legame dei personaggi con il passato intervengono puntuali in ogni episodio delle prime serie i flashback che mostrano come il lodo agire nel presente affondi le proprie radici nel vissuto trascorso.
Come moderni Robinson Crusoe, i naufraghi inizialmente cercano di ristabilire le leggi del mondo da cui provenivano. Se da un lato Robinson afferma il valore del mondo da cui proveniva dandosi da fare per colonizzare l’isola, per insegnare a Venerdì a parlare e leggere l’inglese, convertirlo alla fede cristiana insegnandoli quanto sia spregevole la pratica del cannibalismo, dall’altro i naufraghi di Lost esplorano gli spazi a loro disposizione, colonizzano una spiaggia spartendosi zone e proprietà, instaurano rapporti e gerarchie di potere, e così via. Ma nel caso di questi ultimi, c’è qualcosa che impedirà loro di assumere un controllo dell’isola come nella vicenda di Robinson: i misteri dell’isola ed il loro sottrarsi alla comprensione. Il fumo nero, la botola, l’orso polare, la Roccia Nera, gli Altri, e tutto il resto, formano un quadro indeterminato che fa sì che i naufraghi non possano mai istituire sull’isola una struttura sociale come quella da cui provenivano. E’ proprio quell’insieme di misteri che sfuggono alla razionalizzazione a far sì che il nuovo inizio dei naufraghi sia protetto dall’esterno: non solo da chi potrebbe arrivare da fuori, ma anche da quanto di questo “fuori” è ancora presente in ognuno dei naufraghi. Molti dei misteri che inizialmente vengono mostrati trovano una spiegazione (si scopre chi erano gli Altri, cosa c’era dentro la botola, cosa è il fumo nero, come è arrivata la Roccia Nera, etc.), ma solo per essere sostituiti da altri che rimarranno senza risposta: i viaggi nel tempo, l’elettromagnetismo, e via via fino alla fonte di luce, il cuore dell’isola.
E’ proprio grazie al rimanere tali dei misteri dell’isola che si rende possibile per i personaggi fare esperienza di un nuovo inizio, di qualcosa che modificherà per sempre le loro vite. L’impossibilità di assumere il controllo dell’isola, la sua sfuggevolezza, è l’elemento che fa sì che i personaggi si trovino quasi costretti a dare una svolta alle loro esistenze, offrendo loro l’esperienza più importante della loro vita. Tanto che anche i 6 che lasceranno l’isola in seguito sentiranno la necessità di tornarvi. Hugo finisce in un istituto per malati di mente, Sun vive il dolore della mancanza di Jin, e così via fino a Jack che finisce alcolizzato a compiere voli transoceanici ogni fine settimana nella speranza di precipitare nuovamente sull’isola. Ed un discorso analogo vale per i flash sideways dell’ultima serie. Poco importa che cosa essi siano (un universo parallelo, una specie di Limbo o Purgatorio, etc.), la cosa importante è ciò che mostrano. Indipendentemente da cosa sia o da dove provenga, quello rappresentato dai flash sideways è un mondo dove i desideri dei protagonisti, o meglio quelli che ritenevano tale in base ai loro ricordi nelle prime serie, si sono in qualche modo realizzati: John è su una sedia a rotelle ma non per colpa del padre, che invece ama, ed ha imparato ad accettare la sua condizione; Kate è stata arrestata ma riesce a scappare; Jack ha un figlio con il quale riesce ad instaurare un buon rapporto; Sawyer non è un truffatore ma un poliziotto; Sun e Jin sono in fuga insieme; Claire scopre di avere un fratello in Jack; Desmond non è disprezzato da Widmore che invece lo rispetta e lo considere il suo braccio destro; Eloise non uccide suo figlio ma anzi lo protegge amorevolmente; e così via. Apparentemente, chi più e chi meno, tutti avrebbero ciò che sembrava desiderassero, se non fosse che l’affiorare dei ricordi dell’isola mostra a tutti loro, uno dopo l’altro, come quell’esperienza sia stata la più importante delle loro esistenze.
Alla fine, proprio grazie al cocludersi della serie lasciando molte domande senza risposta, al richiudersi dell’isola su sé stessa senza denudare la propria natura, diventa possibile per l’isola diventare incarnazione di un immaginario, di una sorta di nuova mitologia in grado di opporsi e sottrarsi alle regole del razionalismo. Lo scontro tra fede e scienza che a più riprese vedrà confrontarsi John e Jack non riguarda una qualche particolare forma di religione, quanto piuttosto la “fede nell’isola” e quindi, per lo spettatore, nell’immaginario che essa rappresenta. Se da un lato Jack rappresenta il soggetto che, un po’ per carattere ed un po’ per formazione professionale, cerca continuamente di avere un approccio razionale al mondo che lo circonda, dall’altro l’invito che John Locke gli ripeterà a più riprese ad avere “fede nell’isola” è sintomatico del diverso atteggiamento che almeno inizialmente i due avranno nei confronti dell’isola: John vede nell’isola la possibilità di un nuovo inizio, ricomincerà a camminare e cercherà di lasciarsi tutto alle spalle. Viceversa Jack, fedele al mondo da cui proviene, passerà la maggior parte del suo tempo schiacciato tra i ricordi del passato e i desideri di un futuro via dall’isola. Si tratta, in fondo, di una rappresentazione speculare di due possibili atteggiamenti degli spettatori nei confronti della serie stessa: chi ha rifiuta il mistero ed il suo persistere anche sul piano immaginario in nome del razionalismo quotidiano, e chi invece più o meno esplicitamente accetta il persistere degli interrogativi come parte attiva ed integrante della narrazione e dell’immaginario qui rappresentato. Tenendo presente che con immaginario non si intende solo l’insieme degli aspetti fantastici o irrealistici dell’opera, ma la sua capacità di esibire un’alterità, uno spazio dove non solo il mistero non è un dato negativo da svelare ma è parte attiva e fondante della stessa realtà narrata, dove il vissuto dei protagonisti viene stravolto dagli eventi in funzione di un nuovo inizio irriducibile al loro passato e le regole sono altre rispetto a quelle di una solida quotidianità, e dove una domanda senza risposta diventa una risposta proprio nel suo rimaner domanda.
Noi, chi?
Storicamente, il plurale maiestatis, cioè l’uso da parte del parlante (o dello scrivente) della prima persona plurale anziché della prima persona singolare per rivolgersi a sé stesso, veniva utilizzato principalmente da autorità in campo politico o religioso (sovrani, papi, etc.), ed era un segno distintivo della forza e del potere di chi parlava. Ma non si trattava di una semplice bizzarria propria dei potenti per distinguersi dai sudditi e dai sottoposti in genere. Piuttosto era l’espressione della voce di una collettività: le decisioni che il sovrano affermava in modo maiestatico non intendevano essere espressione della singola volontà del sovrano, ma di quella moltitudine che era ad essa legata. Il “noi” del sovrano non era un “io” mascherato, era piuttosto la voce di un popolo, di un paese, di una comunità spirituale o altro ancora, che si incarnava nel sovrano e nel suo dire. In pratica, attraverso il passaggio dall’”io” al “noi”, la singolarità personale del dominante trascendeva su un piano generale dove finiva con l’inglobare le particolarità ad essa sottoposte. Le singole peculiarità di ogni appartenente alla comunità in questione venivano annullate, in nome di un tratto distintivo comune (la nazionalità, la fede religiosa, etc.). Nel passaggio dall’”io” al “noi” proprio del plurale maiestatico, il sovrano si ergeva ad incarnazione di una collettività, e le singolarità delle moltitudini ad esso sottoposte venivano annullate all’interno di un generale più ampio. Il calzolaio, il panettiere, il contadino e tutti gli altri sudditi trovavano spazio all’interno del “noi” in funzione del loro essere parte di qualcosa, di un popolo, di una comunità religiosa, e così via. In pratica, il “noi” maiestatico era una manifestazione della dominanza dell’autorità sugli appartenenti ad una comunità (intendendo “appartenenza” nel doppio senso di “essere parte di qualcosa”, di “partecipare”, ed allo stesso tempo di “appartenere” come “essere proprietà di”).
Oggi, l’uso del plurale maiestatico in senso stretto, inteso cioè come modo consueto di esprimersi in pubblico da parte di un’autorità, è andato largamente in disuso. Ma in un senso decisamente più ampio, è possibile percepire echi del plurale maiestatico nell’uso comune del “noi” quando questo ambisce ad esprimere una rappresentanza in base all’appartenenza ad un gruppo, e soprattutto in ragione di quanto più ampia risulta essere la distanza tra chi esprime l’enunciato avente valore collettivo e la collettività stessa oggetto dell’enunciato. In altre parole, la presunzione d’autorevolezza sulla base dell’appartenenza ad un gruppo è direttamente proporzionale alla distanza tra il parlante e la collettività espressa attraverso il “noi” all’interno di una frase: quanto più diminuisce o si sposta su un piano generale l’appartenenza (intesa come “esser parte di”), tanto più aumentano le ambizioni di autorevolezza e dominanza. Ad esempio, il padre che parlando a nome di tutta la famiglia afferma “(noi) ci siamo divertiti molto in vacanza”, o il capitano di una squadra sportiva che commenta risultato con un “(noi) abbiamo meritato il risultato”, stanno ovviamente parlando rispettivamente a nome delle proprie famiglia e squadra, e le loro affermazioni sono espressioni di partecipazione e condivisione ad esperienze comuni. Ben differente è, invece, il caso in cui un individuo pretende di parlare a nome di un’ampia collettività di cui non è in alcun modo rappresentante, come ad esempio un intero popolo, con l’intento o di appropriarsi di meriti non direttamente propri, o di prenderne ironicamente le distanze attraverso una denuncia. Per quanto chiaramente privo del potere e dell’autorevolezza che un sovrano poteva manifestare attraverso la pronuncia del “noi” al posto dell’”io”, il normale cittadino moderno che si trova ad emettere giudizi in nome di una collettività di cui si pone come portavoce, cerca di fare qualcosa di simile, perlomeno in potenza: dominare una collettività in nome di un’appartenenza comune, da cui però intende prendere le distanze ponendosi, più o meno implicitamente, su un piano differente. Quando, ad esempio, un italiano afferma che “noi (italiani) siamo un popolo di maleducati” pronuncia una frase il cui scopo non è tanto enunciare una verità di cui lo stesso parlante è partecipe, quanto piuttosto utilizzare l’appartenenza al gruppo cui viene fatto riferimento per offrire l’apparenza di un fondamento ad un’affermazione che altrimenti apparirebbe immediatamente in tutta la sua superficiale genericità.
Infatti, se l’italiano dell’esempio affermasse “i tedeschi sono maleducati” o “gli albanesi sono maleducati” o “i senegalesi sono maleducati” (e così via per un qualunque popolo), immediatamente simili enunciati apparirebbero per quello che evidentemente sono: pregiudizi atti, in questo caso, a denigrare un intero popolo sulla base di un convincimento personale, di un “sentito dire”, di un luogo comune, etc. Ma nel momento in cui l’affermazione coinvolge lo stesso parlante in quanto appartenente al gruppo in oggetto, l’infondatezza pregiudiziale non appare in modo altrettanto lampante, mascherata dalla presunta autorità di chi emette il giudizio in quanto appartenente, perlomeno formalmente, all’insieme di cui parla. Dietro la denuncia ed il biasimo nei confronti di un gruppo di cui fa parte anche il parlante si nasconde una presa di distanza, esplicitata attraverso l’uso di un “noi” avente una funzione meramente formale. Solitamente, chi afferma “(noi) siamo un popolo di maleducati” non intende dire “gli italiani sono un popolo di maleducati ed io in quanto italiano non faccio eccezione”, quanto piuttosto “gli italiani sono un popolo di maleducati ed io lo so, pur non condividendo tale comportamento, in quanto italiano”. Come il sovrano che dichiarava maestosamente “combatteremo il nemico fino alla morte”, pur senza la benché minima intenzione di abbandonare il trono ed il castello, così il moderno cittadino che denuncia il suo stesso popolo distanziandosene non fa un’operazione formalmente molto diversa: estende le sue idee ed i suoi giudizi individuali su un piano collettivo mascherandole dietro un’appartenenza da cui prende le distanze nel momento stesso in cui formula la sua affermazione. L’essere italiano del parlante non è funzionale all’autodenuncia della propria maleducazione, quanto alla denuncia di un insieme da cui prende le distanze. Infatti, al di là dell’apparente autorevolezza che discenderebbe dall’essere parte del gruppo che si denuncia, nel momento stesso in cui la denuncia viene espressa c’è una presa di distanza che mina alla base il fondamento (l’appartenenza, appunto) per trasformare l’affermazione nell’esternazione di un pregiudizio camuffato.
Per fare un altro esempio, si potrebbe prendere una frase del tipo “la televisione ci controlla e ci dice cosa dire e cosa pensare”. Anche in questo caso, il parlante usa un “noi” per esprimere una sua valutazione cercando di aumentarne l’autorevolezza attraverso la dichiarazione di essere parte della collettività di cui sta parlando. Il problema, anche in questo caso ed in modo ancora più lampante che nell’esempio precedente, è che per fare un’affermazione del genere è necessario che il parlante sia collocato al di fuori della collettività di cui parla. Intrinsecamente contraddittoria, una simile frase mina il proprio fondamento nel momento stesso in cui viene enunciata. Partendo dall’assunto dell’esempio, e cioè che la televisione sia in grado di controllare le parole ed i pensieri, se veramente il soggetto fosse parte del “noi” di cui parla, si arriverebbe alla conclusione che la televisione fa dire al soggetto che lo tiene sotto il suo controllo. In pratica, una pura e semplice ammissione da parte del mezzo televisivo che, controllando la collettività, fa sì che questa prenda coscienza della sua mancanza di autonomia proprio dichiarandolo. Si tratterebbe quindi di una evidente contraddizione che andrebbe contro quanto invece il parlante sembra voler sostenere, e cioè che la collettività di cui fa parte è sotto l’influenza ed il controllo mediatico senza rendersene conto. All’interno di un simile contesto, il parlante si porrebbe ovviamente come parte integrante della collettività di cui parla, ma allo stesso tempo come eccezione rispetto alle forme di controllo denunciate. Ed in quanto eccezione, si pone ovviamente al di fuori del “noi” della regola sostenuta.
Ecco quindi il senso di quel “noi” che così spesso serpeggia attraverso le affermazioni aventi come oggetto denunce e prese di distanza varie: nascondere dietro l’indeterminazione della collettività di cui si parla l’infondatezza di un pregiudizio, di una presa di posizione che se esplicitata paleserebbe una distanza in contraddizione con l’appartenenza suggerita. Una presa di posizione necessita di uno spazio entro cui avvenire, di confini che la delimitino, e nel momento in cui ci si colloca all’esterno di uno spazio chiaramente non è più possibile rivendicare l’inclusione all’interno di questo come elemento fondante per l’espressione di (pre)giudizi. Tentando di esprimere giudizi su un insieme a nome di quell’insieme stesso al fine di prendere le distanze, il soggetto giudicante non solo si pone all’esterno di esso, ma allo stesso tempo tenta di muovere le sue affermazioni da una posizione gerarchicamente superiore. Perché in fondo, una volta autoesclusosi dall’insieme oggetto del suo sentenziare, l’obiettivo del soggetto è autodefinirsi per esclusione. L’obiettivo di un’affermazione come “la televisione ci controlla e ci dice cosa dire e cosa pensare” non è confessare che “siamo tutti sotto il controllo del mezzo televisivo, me compreso”, ma piuttosto autodefinire la propria superiorità (per esclusione) ponendo che “facciamo parte della stessa comunità, ma a differenza vostra io non sono sotto l’influenza del controllo mediatico”. Privo dell’autorità o comunque di un ruolo che lo definisca come rappresentante del “noi”, il soggetto maschera le pulsioni maiestatiche del suo dire attraverso il costume dell’appartenenza ad un gruppo dal quale, nemmeno troppo velatamente, prende le distanze.
La vita è come una scatola di cioccolatini
Una delle frasi rese celebri dal film di Robert Zemeckis Forrest Gump è “stupido è chi lo stupido fa”, un’affermazione cioè che nella sua immediatezza sottolinea come non è sempre una causa a generare un effetto, ma ci sono casi in cui è corretto considerare la causa come tale solo in presenza di un effetto che la individua e la circoscrive. Quello che Forrest Gump affermava in modo inattaccabilmente banale è che non si definisce uno stupido in quanto tale, ma è l’azione stupida a far sì che si debba considerare chi la compie uno stupido: uno stupido che non si comporta da stupido non è uno stupido, e ovviamente viceversa. Non è la stupidità, intesa come una sorta di caratteristica, a porsi come causa e a connotare l’agire in modo stupido come effetto, ma è piuttosto quest’ultimo, nel momento in cui si concretizza come effetto, a definire di riflesso la stupidità come causa. Un simile processo, che nella sua semplicità appariva evidente a Forrest Gump, non sembra essere altrettanto chiaro a quanti oggi, in relazione agli argomenti più disparati, pretendono di individuare all’interno di contesti probabilistici la causa come tale indipendentemente dall’effetto o, soprattutto, di rivendindicare il non-valore di causa qualora eventi valutati come analoghi non abbiano prodotto risultati paragonabili (come se si trattasse, appunto, di un contesto di natura deterministica).
Il tema del rapporto tra causa ed effetto ha millenni di storia e riflessioni sulle spalle. Non è qui intenzione fare una storia dell’evoluzione di un simile tema attraverso i secoli, a partire dalle classificazioni aristoteliche per arrivare alle moderne teorizzazioni in ambito epistemologico: il risultato sarebbe necessariamente incompleto, confuso e soprattutto incoerente. Perché un approccio totalizzante nei confronti di una simile questione, in ragione della complessità contemporanea, non può essere univoco. Giusto per fare un esempio generico, l’esplicazione delle dinamiche che sottendono una catena di eventi in un ambito probabilistico è necessariamente differente da quella che mira a spiegare una concatenazione di fatti in un campo valutato come deterministico. Se in un campo probabilistico si assume che è altamente probabile che ad A faccia seguito B, nel momento in cui ad A segue C non viene necessariamente messo in discussione il rapporto tra A e B, piuttosto viene modificato il quadro descrittivo che ne esplica la relazione (eventualmente ridimensionando il valore della probabilità che a B faccia seguito A); invece, in un campo deterministico B segue sempre A, quindi nel momento in cui ad A dovesse far seguito C anziché B, la stessa teoria viene falsificata e necessariamente rimessa in discussione (è il caso della congettura matematica, cioè di un’assunto considerato come vero perché sperimentato con successo su innumerevoli ma che si troverebbe ad essere immediatamente confutato qualora si ritrovasse anche solamente un singolo e remoto controesempio).
Lo scopo di una simile premessa è di introdurre l’argomento del post: la cosiddetta “falsa causa”, o meglio l’utilizzo di una variante di questa per respingere accuse o affermazioni varie, soprattutto in ambito sociale, attraverso un espediente retorico che non rispetta la distinzione tra probabilismo e determinismo. La fallacia della “falsa causa” individua nativamente tutte quelle relazioni di causa ed effetto che in realtà non sono altro che frutto di convinzioni personali o credenze popolari (magie superstizioni, etc.), ma che non trovano giustificazione o fondamenti razionali: l’idea che un particolare amuleto possa condizionare il risultato di un esame universitario, o che l’effettuare un particolare percorso per raggiungere una meta possa essere di buon auspicio, e così via. Si tratta cioè di modelli esplicativi fallaci che possono trovare spiegazione in molteplici processi che possono variare dal feticismo alla profezia che si autoavvera: lo studente che si presenta ad un esame con un particolare oggetto che gli è stato regalato come “portafortuna” potrebbe, in caso di esito positivo, ritenere che questo possa aver contribuito al suo successo; oppure un altro studente, nel caso in cui dovesse trovarsi ad incontrare una persona che secondo lui “porta sfortuna” prima di un esame, potrebbe arrivare a questo appuntamento già sfiduciato e demotivato e, in caso di insuccesso, considerare la persona incontrata come causa del suo risultato negativo.
Ma quello che qui si vuole mettere in luce è l’esatto opposto, vale a dire il negare il valore di causa a qualcosa che potrebbe essere considerato tale attraverso l’utilizzo di modelli esplicativi incompatibili con l’argomento in questione. Si tratta cioè della diffusa pratica di utilizzare schemi di valutazione deterministici al fine di mettere in discussione il valore di assunzioni che invece si connotano esplicitamente come probabilistiche. Sempre rimanendo in un ambito molto generico, si potrebbe proseguire dicendo che in un contesto deterministico A definisce sè stessa come causa definendo B come effetto, mentre in un contesto probabilistico è B a definire A come causa a partire dal momento in cui definisce sè stessa come effetto. Pertanto, l’assumere all’interno di un ambito probabilistico che sia comunque A a definire sè stessa come causa definendo B come effetto, significa snaturare il contesto in funzione di una confutazione che non si rivela essere altro che un mero artificio retorico la cui efficacia si basa più sulla valutazione del contenuto, che non su un’effettiva valutazione della correttezza della forma.
Prima di arrivare all’ambito sociale, vale la pena di fare un paio di esempi presi dal mondo dei fenomeni fisici. Un esempio lampante di determinismo è la forza di gravità: se un uomo tiene un sasso in mano, nel momento in cui molla la presa questo cadrà fino a quando non raggiungerà un corpo che fermerà la sua caduta. In questo caso, A (la gravità) definisce sè stessa come causa definendo B (la caduta del sasso) come effetto. Un esempio di valutazione probabilistica può essere quella che guida la scelta di una persona se uscire di casa con l’ombrello in presenza di una situazione meteorologica particolarmente nuvolosa. La persona in questione guarda fuori e vede il cielo particolarmente nuvoloso e decide se uscire o meno con l’ombrello in base alle probabilità che possa piovere; ovviamente, il fatto che sia nuvoloso non significa che pioverà necessariamente, ma solo che qualora piovesse le nuvole sarebbero causa della pioggia. Coerentemente con la definizione di cui sopra, in un contesto simile è l’effetto B (la pioggia) a definire A (le nubi) come causa nel momento stesso in cui definisce sè stessa come effetto. Se si provassero ad applicare a questo secondo esempio criteri di valutazione di natura deterministica si arriverebbe alla paradossale conclusione secondo cui, all’interno della ristretta ed esemplare dicotomia nubi-pioggia, le nuvole non sarebbero da considerare come causa della pioggia in quanto non sempre la presenza di un cielo coperto porta a manifestazioni piovose. In un contesto di natura deterministica, la causa è condizione necessaria dell’effetto, mentre in ambito probabilistico, la causa è condizione sufficiente. Infatti, nel primo esempio, la gravità è condizione necessaria della caduta del sasso: in presenza di gravità, all’apertura della mano il sasso cade; in assenza di gravità, il sasso non cade. Invece nel secondo esempio, le nubi sono condizione sufficiente perché piova (ma non necessaria): perché possa piovere è necessario che ci sia un clima nuvoloso, ma la presenza di questo non ha come conseguenza necessaria il presentarsi di rovesci piovosi.
Le nubi sono da considerare come causa della pioggia solo nei casi in cui effettivamente piove, quindi è l’effetto-pioggia a generare la causa-nubi, e non viceversa; infatti, se per assurdo si attribuisse alle nuvole il valore di condizione necessaria della pioggia, la presenza di condizioni nuvolose senza pioggia varrebbe come controesempio che falsifica la teoria che lega i due fattori in gioco, e pertanto le nuvole non sarebbero da considerare come causa della pioggia. Accade pertanto che nessun individuo dotato di normale buon senso non consideri, quando piove, le nubi come causa della pioggia solo perché ci sono stati altri episodi in cui, pur in presenza di condizioni nuvolose, non c’è stato alcun rovescio piovoso. Ma quello che sembrerebbe essere scontato e banale nell’ambito dei fenomeni fisici, perde una parte della sua evidenza nel momento in cui si entra nel terreno delle vicende sociali e dei processi decisionali correlati.
Anche qui si possono fare un paio di esempi per mostrare come anche nel contesto dei rapporti sociali sia possibile distinguere tra condizioni necessarie e condizioni sufficienti, utilizzando in entrambi i casi degli individui che, posti in posizioni genericamente dominanti, possono essere considerati come cause delle azioni dei destinatari dei loro enunciati. In primo luogo, se si considera un contesto regolato da strutture gerarchiche, come ad esempio un esercito o anche semplicemente un azienda, l’ordine che un superiore impartisce ai suoi sottoposti è condizione necessaria dell’azione che verrà da questi eseguita: se un superiore ordina ad un sottoposto di compiere una determinata azione, l’ordine si connota naturalmente come causa e la sua esecuzione come effetto. L’ordine è sempre causa della sua esecuzione, tanto che il suo mancato svolgimento è perseguibile come insubordinazione. Un esempio invece di condizione sufficiente può essere invece la rockstar che durante un concerto invita il pubblico sottostante a saltare o battere le mani a tempo: il fatto che chi si sta esibendo ad un certo punto rivolga un simile invito al suo pubblico è causa del saltare o battere le mani di questo solo ed esclusivamente in cui una parte più o meno vasta di questo accoglie l’invito. Ma non si può considerare questo secondo caso come una condizione necessaria di quanto avviene nel pubblico, in quanto il fatto che una parte degli astanti decida di continuare ad assistere allo spettacolo senza saltare o battere le mani non inficia in alcun modo l’effetto che quanto enunciato da chi esibisce produce nella restante parte dei presenti. Anche qui, come nell’esempio delle nubi e della pioggia, è il saltare o battere le mani da parte del pubblico a connotarsi come effetto dell’invito proveniente dal palco a definire questo come causa: se nessuno aderisce a quanto richiesto dalla rockstar, il suo enunciato non può essere considerato causa di alcunchè (per l’evidente fatto che l’enunciato non ha prodotto alcuna conseguenza).
Ecco quindi il motivo per cui di fronte ad un’affermazione che individua in un qualsiasi soggetto X la causa di un determinato effetto, non ha alcun valore citare a titolo di controesempio (come fosse un contesto deterministico) i casi in cui Y o Z hanno fatto affermazioni simili senza però produrre conseguenze accertabili. Di fronte ad una folla che salta e balla su richiesta della star sul palco non è possibile svincolare questa dall’effetto prodotto dalle sue parole citando i casi in cui richieste simili rivolte da altri soggetti non hanno ottenuto in alcun modo gli effetti desiderati. Ecco il motivo per cui, per tornare al Forrest Gump iniziale, un’affermazione individua in un soggetto la causa di un determinato evento giudicato come effetto non può essere semplicemente confutata mostrando che un agire valutato come simile da parte di altri non abbia prodotto conseguenze concrete o comunque paragonabili. In un contesto probabilistico come quello delle decisioni e più in generale dell’agire svincolato da strutture gerarchiche, è l’effetto ad individuare la causa, e non la causa a determinare l’effetto. Il fatto che ci siano dei cioccolatini all’interno di una scatola non ha come effetto il prenderne uno in particolare, ma è l’effetto individuabile nel prendere un cioccolatino a definire come condizione sufficiente la sua presenza nella scatola.
I Nuovi Barbari e la Reazione
Con “reazione” in ambito politico si intende un’insieme di posizioni il cui obbiettivo si configura nell’opposizione al progressismo, ma non si tratta di semplici posizioni conservatrici, in quanto il suo obbiettivo non è conservare, ma ripristinare. A differenza delle posizioni conservatrici, il cui fine consiste nel mantenere lo status quo così come è dato in un particolare momento storico, quelle reazionarie sono espressione di un desiderio di ritorno a valori, principi e gerarchie di un passato (non raramente mitizzato, o comunque edulcorato degli aspetti negativi che ne costituivano parte integrante). Ma non si tratta di una posizione solo ed esclusivamente politica: si tratta piuttosto di un atteggiamento ideologico che parte da assunti e presupposti culturali per poi esplicitarsi in posizioni politiche. Un elemento fondante delle posizioni culturalmente reazionarie è il riferimento a tradizioni del passato assunte come fonte di giudizio e valore: un insieme di dati posti come (implicitamente) fondanti che agiscono sui contenuti veicolati, spesso al di là delle dichiarate intenzioni dell’autore in questione.
Un ottimo esempio in tal senso è fornito da I Barbari di Alessandro Baricco, nel quale l’autore inizialmente dichiara in modo esplicito che il suo è un tentativo di affrontare i discorsi sul mutamento del mondo in un’ottica di comprensione, cercando di non evitare nulla a priori sulla base di preconcetti tradizionali. Ma appare chiaro quasi subito che le sue dichiarate intenzioni sono destinate a rimanere meramente tali, senza mai concretizzarsi in una reale prassi di analisi e comprensione. E certamente non per mancanza di cultura o di capacità espressive, ma per il posto che sceglie per osservare l’oggetto della sua analisi, cioé i barbari. Come un nobile francese del ’700, guarda da un balcone del suo palazzo l’armeggiare mercantile del popolo con una certa curiosità, ma stando comunque ben attento a non inquinare le pregiate essenze di cui ha profumato il suo corpo con la puzza di sterco, sporcizia e sudore di chi spinge carretti carichi di cibi grezzi, o magari a non trovarsi gomito a gomito con chi armeggia per comprare cianfrusaglie di scarso gusto e valore. Sorseggiando vino pregiato non nega talvolta espressioni di simpatia nei confronti di tutto quel brulicare di vita sottostante, ma si tratta di apprezzamenti che non mancano mai di segnare la distanza tra il suo raffinato balcone e le sporche bancarelle di sotto. Ed attraverso una scrittura paternalisticamente ambigua osserva da lontano l’oggetto del suo studio e lo circonda di espressioni caratterizzate negativamente (“barbari”, “perdita dell’anima”, “distruzione del sacro”, “deprimente medietà“, etc.), salvo poi smentirle dichiarando la propria simpatia.
Scadendo non infrequentemente in toni che ricordano il proverbiale “signora mia, non sono più i tempi di una volta…”, attraverso l’esempio del calcio Baricco lega la sua idea di genio a chi riesce a raggiungere l’eccellenza in un unico campo, e che per questo si troverebbe confinato in panchina (Baggio), e la contrappone a chi si esprime in modo molto competente in tanti settori ma senza essere un fuoriclasse (Zambrotta). Quello che l’autore sapientemente trascura è che il genio continua ad essere ricercato e a tenere saldamente il suo posto in campo (Kakà, Cristiano Ronaldo, etc.), e che una delle caratteristiche irrinunciabile del genio consiste nell’avere la maturità per comprendere in quale mondo si trova. Quello che sembra sfuggirgli è che se i Baggio della situazione contemporanea non comprendono quale sia la realtà che li circonda, e magari pretendono di fare le loro cose come venivano fatte 20 o 200 anni fa, non sono i “barbari” a metterli da parte ma la loro incapacità di adattamento e comprensione (ed un discorso analogo vale per gli ipotetici Flaubert odierni che l’autore postula ad hoc come ignorati nell’attuale panorama letterario).
Il fastidio di Baricco nei confronti dei “barbari” che spediscono puntualmente in cima alle classifiche di vendita libri tratti da film o scritti da personaggi famosi è, effettivamente e nonostante lui affermi il contrario, “la solita litania del reazionario che scuote la testa e disapprova”: i lettori colti in letteratura ci sono tutt’ora, e grazie alla diminuzione dei costi di produzione editoriale (e al corrispettivo incremento del livello culturale medio) sono numericamente aumentati, tanto da arrivare ad includere anche fasce popolari in passato escluse dalla lettura. Quello che Baricco individua come un abbassamento, una perdita, un livellamento nella mediocrità, non è altro che invece una conquista di beni (culturali) da parte di chi in passato era escluso completamente: perché mentre oggi c’è il lettore colto che legge Pynchon e la maggioranza meno raffinata che legge Wilbur Smith, in passato c’era solo il lettore colto a contrapporsi a chi lettore non era. Ed è in queste piccole mosse che emerge la strategia argomentativa dispiegata da Baricco: lui non mette a confronto Baggio con Kakà o Cristiano Ronaldo, ma con Zambrotta; non mette a confronto Flaubert con Pynchon o Tournier, ma con Dan Brown, cioé mette a confronto realtà disomogenee dipingendo le loro differenze qualitative come differenze quantitative, in un percorso in cui non accetta che quella che in passato era una totalità (cioé quella della cultura “alta”), oggi grazie a condizioni (economiche) meno selettive possa essere una pluralità comprensiva di offerte radicalmente differenti tra loro. Sembra quasi considerare più “barbarico” il gesto di chi legge cose semplici perché ha imparato da poco a leggere, che non piuttosto l’analfabetismo in sé.
La posizione di Baricco rispetto alla cultura è profondamente reazionaria, e si vede fin da subito quando, dopo aver invocato per pagine la necessità di una mente critica come quella di Benjamin per penetrare il mondo moderno, commenta a proposito delle parole scritte da quest’ultimo su Mickey Mouse: “nel suo candore, mi commuove, perché ci vedo tutto il gran macchinario della riflessione marxista chinarsi eroicamente sull’ultima boiata americana, nell’intento sublime di cercare di capirne il successo”. Ed è una posizione reazionaria per il semplice motivo che non solo considera scontata una scala di valori tradizionale in base alla quale si può definire Mickey Mouse “una boiata americana”, ma non ritiene necessario nemmeno per un istante interrogarsi sul fondamento di un simile giudizio. Quello dello storico esponente della Scuola di Francoforte non era un inchinarsi di fronte ad una boiata, ma era proprio il macchinario della riflessione marxista che, in quanto tale, cerca di comprendere gli aspetti e le dinamiche della società nel suo complesso, sottoponendo a critica i propri stessi pregiudizi e non rifugiandosi nella facile espressione di giudizi aristocratici.
È la voce di quella cultura elitaristica che non comprende che i barbari non provengono da un punto esterno alla “civiltà”, che non arrivano da fuori per saccheggiare i palazzi dei nobili o per costruire le loro case facendosi spazio con prepotenza, ma che si tratta piuttosto dei discendenti di quei villici che in passato vivevano in ruderi e catapecchie, e che progressivamente hanno deciso di abbattere le loro vecchie abitazioni per costruirne di nuove e più confortevoli: edifici comodi e funzionali che non possiedono la raffinata bellezza delle dimore nobiliari, che non hanno cantine ricche di vini pregiati, antiche biblioteche e splendidi arazzi ad ornare le pareti, ma che permettono ai loro abitanti di vivere in una situazione di maggiore agio, in condizioni di progressiva emancipazione dalla povertà, dalla fatica e dalla sofferenza. Ma per le posizioni come quella di Baricco questo maggiore agio non è emancipazione, e infatti si sofferma a lungo nel descrivero e definirlo come una “perdita dell’anima”. Già il termine “barbari” esprime una connotazione negativa che rimanda a forze oscure che provengono dai confini esterni della civiltà per penetrarla, saccheggiarla, distruggerla e sovvertirla. E questo nonostante le (dichiarate) intenzioni dell’autore di svincolarlo dal suo senso più immediato per poetizzarlo; un tentativo-intenzione che alla fine suona come poco più di un espediente retorico, tanto che le carte vengono scoperte abbastanza in fretta: i barbari che avanzano oggi non hanno un’anima. E quella che segue è una grandine dei classici cliché dell’elitarismo culturale – ad esempio, dato che gli americani erano gente che non leggeva e mangiava in modo rudimentale, il loro vino che oggi domina i mercati è semplice e leggero (cioè qualcosa che non è nemmeno qualificabile come vino se messo a confronto alle prelibate sfumature che un esperto intenditore riesce a cogliere nelle pieghe dei sapori dei prodotti delle cantine tradizionali).
Si tratta di quella stessa ottica che oggi considera normalmente scontato attaccare la cosiddetta “cultura di massa” (un’espressione, questa, che quando viene caricata di valenze negative non può non evocare dialetticamente una “cultura d’elite” posta come positiva), sia che si tratti dei reality show televisivi che dei “cinepanettoni” o delle “americanate hollywoodiane”, ed utilizzare formule espressive anche fortemente negative per dare corpo al disprezzo che le anima. Non è raro, ad esempio, sentire definire i concorrenti di un programma come Grande Fratello come “subumani” o gli spettatori dello spettacolo in questione come “massa di ignoranti” (o peggio). Per chi si riconosce in simili posizioni intellettuali assume quasi un valore sovversivo il fatto che gli esponenti di classi sociali “inferiori” (o comunque non dotati di prerequisiti posti come minimi) possano diventare protagonisti in prima persona di un fenomeno sociale, anziché rimanere rilegati nell’ambito dei fenomeni sociali di cui parlare, che possano diventare soggetti attivi di un discorso anziché restare confinati nella posizione di oggetti passivi dei discorsi altrui. E non solo, il maggiore successo di simili personaggi ha due effetti negativi sull’intellettuale aristocratico: il primo si ha nel momento in cui attraverso la propria presenza, gli sottrae spazio mediatico che invece, in virtù dei suoi valori, l’intellettuale tende a reclamare come suo di diritto (dietro le invettive contro gli scaffali occupati dai libri dei comici di Zelig si agita l’assunto che quegli scaffali dovrebbero essere riservati ad altri autori ed altre opere); il secondo invece è di sottrargli quella funzione di autoproclamata rappresentatività che l’intellettuale reclama come sua (nel momento in cui il panettiere, la maestra elementare, la cubista, etc. si mostrano e raccontano in prima persona, tolgono all’intellettuale la possibilità di porsi come rappresentante delle loro istanze).
Così, con l’atteggiamento tipico di chi si ritiene depositario di un qualche tipo di ricca profondità, Baricco definisce il pensiero dei “barbari” come “superficiale”, e il navigare in rete ne è per lui un esempio lampante: il navigare sarebbe il muoversi sulla superficie marina tenendosi ben distante dalla profondità degli abissi. Ma il navigare è ben più di questo: è viaggio, è esplorazione, è scoperta, è conoscenza, differente ma non per questo inferiore ad una solipsisitica immersione subacquea. E la semplicistica idea secondo cui il “barbaro” si muoverebbe solo in orizzontale, in preda ad un’allergia nei confronti delle profondità, è la concretizzazione del pensiero di chi nel caldo del suo salotto può permettersi di coltivare con stile e raffinatezza la lettura di Dante o l’ascolto di Beethoven. Baricco fa coincidere il campo in cui si muove (quello letterario) con il campo dell’eccellenza in assoluto, e nella più completa disinvoltura non accenna minimamente all’elevato livello di complessità e profondità di conoscenze necessarie alle persone che creano l’orizzonte della sua vita: da chi progetta le parti del PC che gli serve per fare ricerche su Google, a chi progetta il software del telefono cellulare che gli serve per prendere accordi con chi organizza le date in cui andrà a spiegare al suo pubblico che lui non è un barbaro ma che comunque i barbari gli sono simpatici, etc. Il “civile” (inteso come contrario di “barbaro”) si ritiene autorizzato a non avere alcuna conoscenza tecnica della realtà in cui vive e dei cui bene gode, perché per non essere “barbaro” l’elemento importante consiste, ad esempio, nel saper apprezzare la raffinata bellezza di una sinfonia Haydn.
Con una mossa dialetticamente tanto astuta e sottile, quanto profondamente reazionaria, Baricco ripristina quelle gerarchie verticali di valori e contenuti che, ad esempio, il postmarxismo ha messo problematicamente in discussione traslandole su un piano orizzontale. All’interno di uno schema di pensiero bidimensionale, in cui esistono un alto ed un basso che si muovono su linee rette, lo spostamento laterale diventa per lui un movimento piatto e superficiale: che ogni spostamento laterale possa essere attraversato perpendicolarmente da molteplici alto e basso in una geometria con tre o più dimensioni è una questione che viene accuratamente evitata. Ed infatti, nel ritratto che offre, il “barbaro” non ha memoria storica, non rispetta il sacro e, in definitiva, non pensa con profondità. Considera quelli che simpaticamente definisce “barbari” come la negazione del passato di cui lui si pone come erede e rappresentante. Ma in tutta la sua lunga dissertazione, quello che gli sfugge costantemente è che, se di una nuova popolazione si tratta, non la si può comprendere osservandola con un binocolo dalla lontananza di un elevato balcone, non più di quanto si possano produrre studi antropologici attendibili utilizzando unicamente foto satellitari.
La classe operaia andava al cinema
La parabola che raffigura gli ultimi trent’anni di cinema italiano può essere letta come un progressivo scollamento tra un’elite di artisti intellettuali ed il “popolo”, un distacco segnato dall’abbandono del cinema di genere e dalla critica di questo come “vuoto” e “volgare”. A partire dagli anni a cavallo tra ’70 e ’80, il nuovo cinema intellettuale italiano attacca sul piano critico la tradizione cinematografica che l’ha preceduto e progressivamente ne divora gli spazi fino a conquistare una posizione di egemonia in ambito culturale. Si tratta di un tipo di cinema che rinnega profondamente il corpo e la fisicità delle figure sullo schermo in favore di una dimensione cerebralmente borghese: dietro lo scudo delle intenzioni demagogiche si muove un cinema elitario che non si preoccupa minimamente di celare il proprio disprezzo nei confronti di ciò che l’ha preceduto. Esemplare in tal senso è la sequenza di Ecce Bombo in cui Nanni Moretti si trova in un bar e, a seguito di un paio di affermazioni di un avventore a base di triti luoghi comuni, reagisce violentemente urlando “Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!”, con l’evidente intento di individuare nel grande attore romano un simbolo di grossolana superficialità e ottuso qualunquismo. Nell’attacco a Sordi si concretizza l’ostile disprezzo del nuovo cinema nei confronti di quello popolare; a differenza di quella precedente però, si tratta di una nuova generazione che non si afferma attraverso la generazione di nuovi contenuti, ma attraverso l’esercizio della critica nei confronti di oggetti posti come inferiori o comunque inadeguati rispetto ad una serie di obiettivi designati a posteriori.
Ma ben lungi dal rappresentare un’innovazione progressista, si tratta di una forma di reazione da parte di un’elite borghese che allontana il popolo da un territorio che rivendica come proprio. Infatti, senza necessariamente scomodare i grandi maestri della storia del cinema, la forza quasi istintiva di buona parte del cinema italiano era rappresentata dalla sua capacità di interagire con la classe lavoratrice, e non raramente di farla comparire davanti all’obiettivo della macchina da presa. A partire dagli spigolosi attori non professionisti tipici del neorealismo, alle forme piene e rigogliose del cinema felliniano, dai ragazzi di strada di Pasolini ai lavoratori di Rossellini, a partire dagli anni ’40 la scena filmica viene ampiamente frequentata, e non raramente popolata, dalle classi lavoratrici. Ed in un simile contesto, la tanto disprezzata commedia sexy, ed in generale tutto il cosiddetto cinema di serie B, non costituisce in alcun modo un’eccezione: non era importante solo cosa veniva messo in scena, ma anche e soprattutto attraverso chi. Che si trattasse della commedia sexy con Alvaro Vitali o Renzo Montagnani, dei drogati di Amore Tossico, dell’horror all’italiana in cui la tipica ragazza carina della porta accanto veniva ingaggiata perlopiù per scappare, urlare e, nella migliore delle ipotesi, portare il suo personaggio al termine del film coperto di ferite ma comunque ancora in vita, quello che appariva lampante era la fisicità (magari a volte grezza e sgraziata, perlomeno secondo i canoni della buona recitazione) degli attori. In un simile contesto, il cinema poteva rappresentare uno spazio d’emancipazione, per quanto spesso estemporaneo, per la classe lavoratrice. In una simile ottica, un genere come la commedia sexy assume una valenza simile a quella che caratterizza il punk inglese sul finire degli anni ’70: come il punk vedeva affacciarsi nel mondo della musica la classe operaia, quella composta da persone che non avevano (avuto) i mezzi e la possibilità di seguire studi di musica, così la commedia sexy vedeva lo schermo popolarsi di figure prese dalla strada, di personaggi che nella loro vita mai avrebbero potuto arrivare a calcare le scene se fosse stato necessario seguire corsi di dizione e recitazione. Ed infatti, ovviamente, a questi attori non si chiedeva di incarnare l’abissale drammaticità di un Re Lear o di un Riccardo III, di un’Antigone o di una Lady Macbeth: le parti venivano costruite attorno alle caratteristiche ed alle abilità dei singoli attori, e non secondariamente in base al loro fisico.
Lungi dall’incarnare un modello unico ed omologato di bellezza, le star che dominavano l’ideale erotico della commedia sexy attraversavano tutto uno spettro di immaginari, diventando di volta in volta l’incarnazione di differenti forme di sensualità: se da un lato una Gloria Guida, con i lineamenti adolescenziali, era quasi predestinata ad incarnare il ruolo della liceale, dall’altro una Nadia Cassini possedeva l’aspetto e la mimica adatta ad interpretare la femme fatale sensuale ma svampita, se da un lato una Edwige Fenech aveva tutto l’aspetto per portare sullo schermo l’immaginario sensuale legato a figure dominanti (la poliziotta, la dottoressa, etc.), dall’altro una Michela Miti era caratterizzata da lineamenti di matrice mediterranea, e così via. Che le figure femminili esercitassero un appeal erotico sul pubblico maschile risulta innegabile, ma allo stesso tempo suonano profondamente ingenerose tutte quelle critiche che riducono queste produzioni cinematografiche ad una sorta di collezioni di immagini di nudo per un pubblico di sporcaccioni ignoranti. Attorno alle figure femminili non solo venivano costruite le parti adatte, ma venivano costruite sequenze adatte a valorizzarne al massimo la fisicità: a tal scopo risultavano dedicate tutte le inquadrature nelle inquadrature (attraverso spiragli nelle porte, specchi, buchi delle serrature, finestre socchiuse, etc.) in cui il nudo femminile veniva esibito come qualcosa di inaccessibile allo stesso protagonista che, appunto come lo spettatore, si trovava ad osservare senza potersi avvicinare. Le attrici nude della commedia sexy rappresentavano il capitolo conclusivo di un processo che, attraverso la progressiva tolleranza verso un tasso sempre maggiore di nudità, rispecchiava l’emancipazione sessuale dei costumi del paese. Invece, il nuovo cinema che perlomeno nelle sue intenzioni si collocava in aree progressiste, critica ferocemente tali sequenze lamentando una presunta mancanza di rispetto verso la donna ed un conseguente valore diseducativo: ironicamente, coloro che si collocavano come eredi culturali della rivoluzione sessuale non nascondevano affatto il proprio fastidio di fronte a questa o quella protagonista che mostrava le sue rotonde nudità attraverso un buco della serratura.
Ma il discorso della fisicità degli attori non riguarda solo le figure femminili, anzi, dato il proliferare di caratteristi, diventa esponenzialmente più evidente nell’ambito maschile. Un Alvaro Vitali, spesso presentato a simbolo di un cinema vuoto, volgare e di bassa qualità, è invero l’unico attore a poter vantare quattro scritture consecutive da parte di Fellini: basso, bruttino, col naso grosso, dall’aspetto buffo e con una mimica esagerata, era la rappresentazione umana di un personaggio da vignetta umoristica, e non a caso è stato quasi oggetto di una scelta obbligata nella trasposizione cinematografica delle barzellette di Pierino o delle vicende di Gian Burrasca; ma oltre che come protagonista riusciva a funzionare ottimamente come spalla per attori quali Lino Banfi e Renzo Montagnani, nonché ad interagire con altre figure di primo piano quali Adolfo Celi, Enzo Liberti, Lella Fabrizi e molti altri. In tema di fisicità, grazie ad un aspetto completamente differente, un Lando Buzzanca, con i suoi lineamenti e l’accento che trasudavano sicilianità, diventa l’incarnazione dell’uomo del Sud: affamati di sesso ma allo stesso tempo goffi, maliziosi ma non privi di venature passionalmente romantiche, i personaggi portati sullo schermo da Lando Buzzanca (in particolare ne Il Merlo Maschio che può vantare anche una straordinaria Laura Antonelli sotto la regia di Pasquale Festa Campanile), lungi dall’essere volgarmente fini a se stessi (come talvolta sono stati definiti), diventano la raffigurazione cinematografica di un italiano spaesato di fronte al cambiare dei tempi, curioso verso i cambiamenti ma in fondo ancora legato alla cultura di provenienza.
Si tratta di un panorama sterminato, quello del cinema di genere che ruota attorno agli anni ’70 italiani, di una produzione che vedeva attori che non potevano contare su studi accademici ed attoriali valorizzati dall’abilità dietro la macchina da presa di registi del calibro di Lucio Fulci, Bruno Corbucci, Sergio Martino, Fernando Di Leo, Umberto Lenzi e molti altri. Ma una delle caratteristiche che maggiormente hanno segnato quest’epoca cinematografica, è stata la sua capacità di rendere figure memorabili anche gli attori non protagonisti. Tutta una serie di interpreti, in virtù di una fisicità travolgente, raggiungono la fama nazionale senza aver praticamente mai recitato nel ruolo di attori protagonisti. Se si mettono da parte i ruoli da coprotagonista (perlopiù in coppia con Enzo Cannavale), Bombolo ricopre quasi esclusivamente ruoli da non protagonista. Strappato dalla sua attività da “piattarolo”, negli anni a cavallo tra ’70 e primi anni ’80, Bombolo porta sulla scena, in una lunga serie di film, molteplici varianti di uno stesso personaggio (quel Venticello che costituisce una spalla quasi imprescindibile per Tomas Milian nei panni del commissario Girardi): una mimica facciale eccessiva e una parlata in dialetto romano quasi macchiettistica si fondevano con l’ostentazione di suoni corporali ed espressioni onomatopeiche, in un cocktail di caratteristiche che lo rendevano in modo naturale il caratterista perfetto per impersonare figure goffe e maldestre, quasi fossero predestinate ad essere coinvolte in disavventure comiche.
La lista dei caratteristi che sono riusciti a ricavarsi per diversi motivi uno spazio nella storia di questo cinema è sterminata, da Salvatore Baccaro – chiamato per apparire brevi sequenze in virtù di un aspetto quasi orchesco – all’aspetto e i modi burberi di Ennio Antonelli, fino agli indimenticabili climax verbali di Mario Brega (una delle figure che hanno caratterizzato a fondo, tra le tante, le prime regie di Carlo Verdone). Ma se c’è una persona che ha rappresentato in modo ideale il caratterista della commedia sexy, questa risponde al nome di di Jimmy Il Fenomeno. Strabico, basso e cicciottello, con una parlata nevroticamente dialettale ed una risata ai limiti della pazzia, durante la sua lunga carriera l’attore pugliese è apparso in oltre un centinaio di film, solitamente in sequenze di poche decine di secondi e in una moltitudine di figure differenti: dal bidello, al postino, fino alla suora. Con ruoli costruiti appositamente per la sua espressività, Jimmy Il Fenomeno rappresentava una sorta di apparizione improvvisa che nei pochi secondi della sua permanenza in scena era in grado di stravolgere la fluidità della narrazione creando parentesi di comicità quasi surreale.
Ma a partire dalla fine degli anni ’70, e progressivamente sempre di più nel corso degli anni ’80, lo spazio per questo cinema e per gli attori e i caratteristi che si muovevano all’interno di questo è stato progressivamente corroso e delimitato all’interno di una nicchia sempre più ristretta. Una schiera di intellettuali ha soppiantato la classe lavoratrice ergendosi autonomamente a rappresentanza di questa. Registi, attori e critici, hanno attaccato duramente il cinema di genere e gli attori simboli di questa tradizione, in funzione di una politicizzazione dello spazio filmico dove il discorso sull’uomo ha progressivamente preso il posto che in precedenza si trovava ad essere occupato dall’uomo in carne ed ossa. Quella messa in atto da registi come Nanni Moretti assume quasi i connotati di un’epurazione. Duri attacchi critici hanno mirato senza sosta a sottolineare la pochezza e la volgarità di quelli che secondo loro erano filmaci da poco e che si basavano su sceneggiature inesistenti e battute da osteria. Vista attraverso queste lenti, la commedia sexy diventa, dispregiativamente, il cinema del “buco nella serratura”, come se tutti film non fossero altro che trascurabili contorni delle scena in cui la graziosa protagonista di turno si spoglia per offrire le proprie grazie in pasto ad un pubblico di guardoni grezzi ed ignoranti. (Cambiando genere, il poliziesco, con altrettanto disprezzo definito “poliziottesco”, non raramente riceve accuse simili, quando non addirittura di essere un cinema “reazionario” o addirittura “fascista”.) Ed infatti, negli anni che seguirono il “Ve lo meritate Alberto Sordi!” di Nanni Moretti, ad essere allontanati dalle scene non furono solo gli Albero Sordi e i Mario Brega (quest’ultimo manifestazione esemplare della capacità di alternare con disinvoltura interpretazioni in film di Fellini o Sergio Leone ad altre nei film di Verdone o con Alvaro Vitali) ma anche tutta la schiera di caratteristi più o meno silenziosi che andavano ad arricchire le interpretazioni anche di grandi attori (come ad esempio buona parte delle mogli dei personaggi interpretati da Alberto Sordi).
Con l’avvento del nuovo cinema, tutte queste figure tendono a sparire progressivamente. Tutti quegli attori che erano diventati famosi anche in virtù di interpretazioni simpaticamente goffe – spesso dovute al fatto che non nascevano con una preparazione da “professionisti” – progressivamente spariscono: gli attori brutti, grassi, impacciati, con difetti di pronuncia o volgari cadenze dialettali, vengono attaccati, derisi per i loro difetti ed emarginati dalle scene, ed assieme a loro tutte le sexy lady del genere che avevano ottenuto il successo incarnando sullo schermo una ruspante sensualità popolare, con interpretazioni che diventano oggetto di un disprezzo che si esplicita nell’aggettivo “pecoreccio”. E, curiosamente, con lo svanire di una sensualità vista come gioco e scherzo, si affaccia un cinema caratterizzato da personaggi nervosi ed in crisi.
Molto prima dell’avvento di quella che oggi viene definita la “cultura delle veline”, è nel cinema “intellettuale” che cominciano a sparire i brutti, le grasse, i rozzi e gli ignoranti, per lasciare spazio ad una schiera di interpreti morfologicamente completamente differenti: un ideale di equilibrio borghese che, al di là dei mutevoli contenuti di volta in volta didascalicamente esposti, si va ad incarnare in corpi discreti e di classe. Non a caso, un’attrice icona di questo stile come Margherita Buy incarna alla perfezione l’ideale borghese della donna di classe dall’aspetto piacevole e non volgare: tanto distante dalla prorompente sensualità di una Anna Maria Rizzoli quanto dalla rozza e volgare ignoranza delle mogli sovrappeso di Alberto Sordi. Il cinema diventa un affare per professionisti, e in nome di una sorta di educazione delle masse impartita dall’alto, queste stesse si trovano ad essere fisicamente escluse da entrambi i lati dello schermo. A fronte di un successo molto limitato del cinema “impegnato”, il disprezzo per quegli attori volgari e sgraziati si estende anche all’altro lato dello schermo, cioè verso quel pubblico ottuso ed ignorante che non è in grado di comprendere cosa meriti interesse e cosa no, e che continua a correre a vedere commedie considerate di dubbio gusto come quelli dei fratelli Vanzina o di Neri Parenti. Un disprezzo verso il pubblico che non rimane limitato all’ambito della commedia sexy, ma che si allarga a tutto il cinema di genere: infatti, una volta eliminati l’horror all’italiana, lo spaghetti western, il poliziesco, il pubblico continua ad affollare le sale grazie alle importazioni dall’estero. E così, in fin dei conti, dietro una serie di contenuti propagandati come educativi e progressisti, si nasconde una concezione della società fortemente classista e reazionaria, in cui solo chi può permettersi di studiare e raggiungere determinati livelli di preparazione (interpretazione, dizione, etc.) può accedere al mezzo cinematografico in generale. Una volta la classe operaia andava al cinema a vedere film italiani in cui riconosceva la propria lingua ed i propri pari; ciò da cui è stato sostituito è perlopiù la paternalistica espressione di una classe che si considera culturalmente superiore e che mira a propagandare una propria visione del mondo, con i propri rappresentanti, il proprio linguaggio ed i propri valori.
Un nuovo inizio…
Una colonia, intesa come insediamento, è un nuovo spazio, un territorio che viene popolato dagli individui per costruirsi una nuova sede. Ma la nuova sede non è mai un inizio completamente nuovo, una costruzione da zero, perché chiunque arriva porta sempre con sé il proprio passato: il sapere, le conoscenze, le credenze, le convinzioni, e tutto ciò che nel corso del tempo (si) è raccolto e che ha raccolto con sé. Inoltre l’insediamento non è solo la somma di ciò che si trova nel nuovo territorio e di ciò che ci si è portati dietro dal territori di provenienza, perché c’è anche ciò che si è raccolto durante il viaggio, come anche ciò che si raccoglierà nelle trasferte per arricchire la propria nuova sede. E’ il considerare il nuovo insediamento come un territorio aperto ciò che permette di far sì che la colonia non diventi un esilio.



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